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Approvata nel 2022, la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità (Csrd) è stata poi semplificata attraverso il pacchetto Omnibus.
Comunicare ogni anno, secondo uno schema standardizzato e riconoscibile, sia i temi ambientali, sociali e di governance che incidono sul business di un’impresa, sia gli impatti che l’impresa stessa genera su ambiente e società. È questo – in estrema sintesi – l’obiettivo della Csrd, la direttiva europea sulla rendicontazione di sostenibilità. Approvata nel 2022, la normativa è stata poi semplificata dalle istituzioni europee attraverso il primo pacchetto Omnibus, presentato dalla Commissione europea il 26 febbraio 2025 e pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea esattamente un anno dopo.
Inizialmente, la Csrd si doveva applicare alle imprese europee che soddisfacessero due di questi tre requisiti: almeno 250 dipendenti, 40 milioni di euro di fatturato netto, 20 milioni di euro di attivo di bilancio. Il timore espresso a più riprese dalle aziende, però, era che queste richieste fossero troppo onerose in termini di tempi e costi, soprattutto per le realtà più piccole. Per questo, il pacchetto Omnibus innalza la soglia di applicazione a mille dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato netto, con l’esclusione delle piccole e medie imprese quotate e delle holding puramente finanziarie.
La platea di soggetti tenuti alla rendicontazione obbligatoria, dunque, è molto più ristretta rispetto al previsto: delle 50mila imprese che dovevano essere coinvolte, dopo le modifiche del pacchetto Omnibus se ne escludono 42mila. Il totale scende dunque al di sotto rispetto a quello della precedente direttiva, la Non-Financial Reporting Directive (Nfrd), che interessava meno di 12mila imprese. Resta comunque aperta la possibilità di estendere successivamente l’ambito di applicazione.
La Csrd non si limita a dire chi è tenuto a pubblicare ogni anno la rendicontazione di sostenibilità, ma entra nel merito anche della metodologia. Anche dopo il pacchetto Omnibus, resta invariato il principio cardine di garantire informazioni comparabili, verificabili e utili alle decisioni di investitori e stakeholder.
Le imprese coinvolte continuano a doversi attenere agli European Sustainability Reporting Standards (Esrs), messi a punto da un ente di natura tecnica chiamato Efrag (European Financial Reporting Advisory Group). Quest’ultimo, però, ha ricevuto mandato dalla Commissione europea di semplificare gli standard per evitare che risultino troppo onerosi e ripetitivi. Nella proposta presentata a dicembre 2025, il numero di informazioni obbligatorie da rendicontare scende del 61 per cento e vengono meno quelle volontarie. L’accordo provvisorio del trilogo accoglie anche la possibilità di limitare la quantità e la qualità di informazioni richieste ai soggetti della catena del valore.
La struttura del report diventa quindi più flessibile, con un maggiore spazio di manovra per chi lo redige, che è chiamato a focalizzarsi di più su come l’impresa gestisce concretamente le questioni di sostenibilità, a beneficio di chiarezza e sintesi dell’informazione. Sul piano formale, gli Esrs risultano più comprensibili e accessibili, anche grazie alla semplificazione del linguaggio e all’accorciamento dei testi.
La Csrd definisce gli obblighi di legge, ma la rendicontazione di sostenibilità è molto di più: è innanzitutto è uno strumento in più per conoscere la propria azienda e accompagnarla in un percorso di cambiamento. Le imprese trasparenti sui temi ambientali, sociali e di governance (Esg) possono accedere al credito più facilmente o a condizioni migliori, risultare più appetibili agli occhi degli investitori, prepararsi con anticipo a future richieste normative, soddisfare le richieste di informazioni avanzate dai loro stessi clienti, dipendenti e partner. Tutto questo a prescindere da ciò che impone una normativa europea.
Lo conferma, ad esempio, una rilevazione condotta dalla società specializzata osapiens sui dirigenti di oltre quattrocento imprese europee e britanniche con almeno mille dipendenti ciascuna. Di queste, circa una su quattro è fuoriuscita dal perimetro della Csrd, ma nel 90 per cento dei casi le escluse continuano comunque a rendicontare e, nell’86 per cento dei casi, lo fanno rispettando gli standard previsti dalla direttiva.
L’Efrag in questi mesi si sta dedicando anche alle imprese escluse dalla Csrd, mettendo a punto nuovi standard volontari (chiamati Vsme, Voluntary Sustainability Reporting Standard for non-listed SMEs) che, pur essendo molto più snelli rispetto agli Esrs, consentono comunque di soddisfare le richieste di informazioni dei principali interlocutori.
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