Diritti umani

La Women’s march è già la manifestazione più grande nella storia degli Stati Uniti

Oltre 5 milioni di persone hanno partecipato alla Women’s march il giorno dopo l’insediamento di Trump. Come e perché è diventata la manifestazione più grande degli Stati Uniti.

Milioni di persone sono scese in piazza negli ultimi giorni negli Stati Uniti a sostegno di due momenti storici e contrapposti. Il primo: l’insediamento di Donald Trump come 45esimo presidente americano che si è tenuto a Washington, il 20 gennaio. Il secondo, sempre nella capitale e in altre città nel paese e nel mondo, è stato organizzato in risposta agli eventi del giorno prima: la Women’s march (marcia delle donne) del 21 gennaio che ha voluto lanciare un messaggio chiaro alla nuova amministrazione: “i diritti delle donne sono diritti umani”, frase resa celebre dall’avversario elettorale di Trump, Hillary Clinton.

Oltre un milione di persone hanno partecipato alla marcia delle donne di Washington secondo gli organizzatori, con loro altri quattro milioni di manifestanti in più di 600 dimostrazioni parallele che si sono tenute in sette continenti, incluso l’Antartide. Così alcuni l’hanno definita la manifestazione più grande nella storia degli Stati Uniti con oltre tre milioni di partecipanti nei soli Stati Uniti.

#Whywemarch, perché marciamo

L’evento ha attratto celebrità e attivisti come le femministe Angela Davis e Gloria Steinem, la cantante Madonna, l’assistente sociale Maruym Ali (figlia di Muhammad Ali), il regista Michael Moore e l’attrice Scarlett Johansson. Se gli organizzatori insistono nell’affermare che la Women’s march non era una manifestazione contro Trump, chi è sceso in piazza si è sentito chiamato all’azione non solo per sostenere i diritti delle donne, ma anche dal bisogno di farlo in risposta all’elezione del magnate newyorkese. Durante la campagna elettorale gli atteggiamenti misogini dell’attuale presidente, infatti, sono venuti a galla con un’irruenza scioccante – ricordiamo, ad esempio, che nel 2005 Trump si vantava che le donne “le afferro dalle loro parti intime”.

Ora molti sono preoccupati che questa visione si tramuterà in politiche che penalizzeranno le donne in quanto donne, come l’intenzione del neopresidente di togliere i finanziamenti a Planned parenthood, una ong che offre servizi riproduttivi, tra cui l’aborto. Infatti, è proprio questa organizzazione ad essere stata lo sponsor principale della Women’s march.

Oltre i diritti delle donne

La manifestazione ha attirato persone a sostegno di cause diverse e disparate, “riconoscendo che le donne hanno molte identità che si intersecano e sono dunque affette da molteplici questioni di giustizia sociale e diritti umani”, come si legge nel documento che definisce la visione e i principi della Women’s march. Si è scesi in piazza non solo per i diritti delle donne ma anche quelli economici, civili, delle minoranze, Lgbt, delle persone disabili, degli immigrati, per la giustizia ambientale e la fine di tutte le violenze. Per “riconoscere che le nostre comunità, vibranti e diverse, sono la forza del nostro paese” ma che “ferite e spaventate” si devono “confrontare su come andare avanti in un contesto nazionale e internazionale di preoccupazione e paura”.

Ed è proprio questa molteplicità di cause che ha portato alcuni a criticare il movimento: troppo eterogeneo per costituire una voce unita (ad esempio hanno partecipato anche femministe contro l’aborto). E il rischio è che le lotte delle minoranze vengano inglobate in una visione dei diritti e della giustizia dettata da donne bianche, eterosessuali e di classe media, cioè appartenenti ai gruppi che dominano la società statunitense.

Com’è nata l’idea di una Women’s march

Gli organizzatori raccontano che l’idea è nata grazie a una nonna hawaiana che ha invitato 40 amici a scendere in piazza a Washington il giorno dopo l’inaugurazione di Trump. L’evento si è diffuso rapidamente sui social network, coinvolgendo sempre più gruppi. È stato poi creato un comitato nazionale guidato da donne attiviste che ha dato all’iniziativa la struttura che gli ha permesso di diventare un evento di portata globale e storica.

women's march
La Women’s march a Washington © Mario Tama/Getty Images

Un futuro di azioni

Il 21 gennaio è passato, ma il comitato ha lanciato una nuova campagna: 10 azioni per i primi 100 giorni (riferendosi al primo, fondamentale periodo del governo di Trump). Un’azione nuova ogni dieci giorni, cominciando con l’esortare i cittadini statunitensi a mandare ai propri senatori una cartolina, scaricabile dal sito, per fargli sapere a cosa tengono maggiormente. Un tentativo di dare al movimento quella continuità che alcuni sospettano non riuscirà ad avere. Speriamo, invece, che gli scettici si sbaglino e che il seme dell’attivismo civile piantato dalla Women’s march possa continuare a crescere per i prossimi quattro anni, e oltre.

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