Yann Arthus-Bertrand. La rivoluzione è essere ecologisti per amore

Un racconto in immagini del nostro pianeta attraverso 103 fotografie a colori. Yann Arthus-Bertrand, intervistato da LifeGate, parla del progetto “La terra vista dal cielo – La terre vue du ciel”, un magnifico atlante dei paesaggi più suggestivi del mondo fotografati dall’alto. Fino al 19 ottobre a Milano.

Yann Arthus-Bertrand è un fotografo e ambientalista francese. Da anni è testimone della bellezza e della fragilità della Terra attraverso fotografie scattate dall’alto, dal cielo. Con le stesse immagini, è riuscito anche a catturare l’attenzione su alcuni dei più gravi problemi che minacciano il nostro pianeta. Dalle conseguenze negative del riscaldamento globale all’urbanizzazione senza limiti.

 

Dal 24 giugno al 19 ottobre è possibile apprezzare 103 delle sue foto e il documentario Home al Museo civico di storia naturale di Milano in un’unica mostra dal titolo La Terra vista dal cielo.

 

Occhio delle Maldive_Atollo di Malè_Nord_Maldive

20° 56′ S – 164° 39′ E Occhio delle Maldive, Atollo di Malè, Nord Maldive © Yann Arthus-Bertrand

 

Com’è cominciata la sua carriera da fotografo? 

La mia storia comincia all’età di 30 anni, dopo aver letto il libro L’ombra dell’uomo della famosa primatologa Jane Goodall, che già all’epoca consideravo uno dei miei idoli. È in quel periodo che ho deciso di partire per il Kenya dove ho lavorato a una tesi sul comportamento dei leoni insieme a mia moglie, seguendo per tre anni la stessa famiglia di felini. Nel frattempo, per guadagnarmi da vivere, ho deciso di diventare pilota di mongolfiera e accompagnare i turisti a visitare la riserva dove portavo avanti la ricerca. Così ho scoperto l’importanza della fotografia aerea e di osservare il territorio dal cielo. È lì che ho deciso di diventare fotografo, perché con le immagini si riesce a far passare emozioni e informazioni uniche, che spesso le parole tralasciano. È stata una scoperta magica. Poi quando sono rientrato in Europa ho lavorato per diversi giornali, in Italia per Airone, e ho deciso di diventare fotografo naturalista di professione.

Guardare le cose da una prospettiva esterna, nel suo caso “superiore”, dovrebbe aiutare a capire meglio i problemi, ad avere un quadro completo. Quanto la sua esperienza da fotografo e osservatore della Terra ha inciso sulla scelta di agire concretamente in difesa dell’ambiente?

Nel 1992 si è tenuta la prima grande conferenza internazionale sull’ambiente, quella di Rio de Janeiro. In quella occasione ho deciso di agire per la Terra. Allora c’era un concetto di ecologia diversa da quella che abbiamo oggi. Si parlava di deforestazione, specie in via di estinzione, ma non si parlava mai di cambiamento climatico. Proprio di ciò che io stavo osservando dalla mia prospettiva, aerea. Anche dopo la conferenza di Kyoto, erano pochi i giornalisti interessati all’argomento. L’impatto dell’uomo sulla Terra era poco considerato e per lo più dal punto di vista sociale. Per questo penso che le grandi conferenze non siano utili per cambiare le cose.

 

Ma nel documentario Home sembra convinto che l’uomo possa ancora cambiare, cominciare a sfruttare le risorse naturali in modo sostenibile, come?

Non voglio più far parte di coloro che credono di poter cambiare il mondo attraverso le cose. La nostra civiltà è basata sul commercio, sugli scambi. Più compri, più consumi. Tutto questo non va bene per l’ambiente. Bisogna imparare a vivere meglio, consumando meno. Bisogna cominciare a “decrescere”, anche se oggi questo termine viene considerato politicamente scorretto. La verità, però, è che non sarà la politica a cambiare le cose. C’è bisogno di una rivoluzione che non sarà scientifica, perché i computer possono migliorare il nostro stile di vita ma non lo possono modificare. Non sarà economica perché è impensabile riuscire a sostituire gli 85 milioni di barili di petrolio che consumiamo ogni giorno con pannelli solari e pale eoliche. E non sarà politica.

 

Una rivoluzione di che genere?

La rivoluzione dovrà essere spirituale, etica e morale. Come vivo, cosa faccio.

 

Le sue immagini valgono più di molte parole. Ma se fosse obbligato a esprimersi con la voce, che messaggio vorrebbe arrivasse alle persone?

L’obiettivo della mia fondazione GoodPlanet è cercare di far amare di più la vita. Amare la vita completamente. E di amare gli altri allo stesso modo. Abbiamo bisogno di fratellanza. Oggi viviamo un’ecologia senza amore. In questo abbiamo fallito perché non siamo riusciti a trovare il modo giusto per parlare ai giovani e trasmettere loro i valori necessari. E ora è difficile dire a un ragazzo che deve vivere meglio con meno perché noi per primi non abbiamo saputo dare il buon esempio. Per questo non ho messaggi, l’unica cosa che voglio dire è: vi amo.

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