#AfricaStopEbola: 13 artisti africani spiegano come affrontare ebola

I musicisti più importanti del mondo possono creare consapevolezza senza produrre stereotipi? A questa domanda cerca di dare una risposta il collettivo #AfricaStopEbola.

A metà del mese di novembre è stata presentata la quarta rivisitazione del singolo benefico Do they know it’s Christmas?, brano scritto nel 1984 da Bob Geldof e Midge Ure e classicamente distribuito per beneficenza. Questa volta il progetto musicale è legato alla raccolta fondi destinati alla lotta al virus ebola e la canzone è interpretata da artisti come Ed Sheeran, Elbow, Chris Martin, Bono e Sinead O’Connor. In poco meno di ventiquattr’ore, il brano ha raggiunto il primo posto nella classifica britannica ed è diventato il singolo dalle vendite più veloci del 2014, e il tutto grazie solo alla sua versione digitale, dal momento che quella fisica uscirà in dicembre.

 

L’uscita del singolo, però, ha alimentato non poche polemiche. Quello che, soprattutto, si rimprovera all’iniziativa è il suo “autocompiacimento”, come lo ha definito Lily Allen che, invitata a partecipare, ha rifiutato dicendo che preferiva “dare soldi veri”. Un altro punto molto discusso è stato il testo della canzone: anche Emeli Sandé e Angelique Kidjo, per esempio, si sono dette “a disagio” con alcune frasi del testo. Giudizi negativi anche da Damon Albarn, molto legato all’Africa anche grazie al progetto Africa Express, che ha criticato l’atteggiamento da “uomo bianco” di questo tipo di iniziative, invitando gli artisti a visitare e fare concerti in Africa.

 

Forse l’analisi più interessante è stata fornita da Solome Lemma, co-fondatrice di Africans in the Diaspora e di Africa Responds, raccolta fondi per sostenere le organizzazioni locali che lavorano ogni giorno per combattere l’ebola. Secondo Solome è ammirevole che Geldof abbia deciso di aiutare nuovamente il continente africano, ma ha sottolineato che la canzone originale uscita nel 1984 “ha creato non pochi equivoci circa l’Etiopia e lo ha fatto a causa del suo atteggiamento paternalistico”.

 

Così come quella odierna, la canzone del 1984 parla dell’Africa solo in termini negativi ed è “triste” che al progetto non abbiano partecipato musicisti africani e artisti provenienti dai paesi colpiti. In ultima battuta Solome ha affermato: “Abbiamo imparato dal primo Band Aid che è possibile raccogliere fondi, ma il denaro può anche creare più problemi se non lo si fa bene. Il primo Band Aid ha portato denaro, ma ha lasciato un’eredità molto negativa per l’Etiopia e il resto dell’Africa” .

 

In effetti, come testimonia uno studio del 2001, l’80 per cento dei cittadini britannici associa il mondo in via di sviluppo con la povertà, la fame, le carestie e il bisogno e questa impronta non crea agli africani solo problemi di “reputazione”, ma ben più gravi problemi che riguardano turismo, investimenti e altre opportunità economiche necessarie per l’autogoverno e l’autonomia.

 

 

In ogni caso, prima che fosse annunciato il nuovo Band Aid 30, un gruppo di musicisti africani aveva già inciso la canzone #AfricaStopEbola. Artisti noti come Tikken Jah Fakoly, Amadou & Mariam, Salif Keita, Oumou Sangaré e molti altri cantano “dobbiamo agire”. Il testo del brano cerca di affrontare questioni più ampie intorno alla malattia e cerca di dare consigli pratici, anche di tipo medico. Gli artisti hanno deciso di cantare sia in francese che in altri dialetti africani, in modo da raggiungere quanta più gente possibile e a tutti i livelli di alfabetizzazione.

 

Dunque, sono loro i primi a cantare: “Abbi fiducia nei dottori, Africa”. Tutti i proventi di #AfricaStopEbola andranno a Medici Senza Frontiere, che sta lavorando in prima linea per il trattamento del virus nelle regioni colpite. 

Articoli correlati