Cos’è l’alchimia. L’arte della trasmutazione di sé

L’alchimia è una disciplina, tra la scienza empirica e l’arte, volta a trasmutare i metalli in oro, alla ricerca della pietra filosofale e dell’elisir di lunga vita. Volendo penetrare i segreti della natura e replicarne i processi, aprì la via alle prime conquiste della chimica. Ma il suo potente significato ideale è stato infine riscoperto da Carl Gustav Jung.

Le radici storiche, l’alchimia e la pietra filosofale

Nata da radici egizie, greche e gnostiche intrecciate con antiche pratiche arabe, l’alchimia fonde a partire dal VIII secolo, sulla base dei testi di Ermete Trismegisto e di Geber (Giābir ibn Hayyān), i primordi della scienza sperimentale con elementi di misticismo e un nuovo alfabeto simbolico.

La più alta aspirazione dell’alchimia era ricavare dalla materia primigenia, attraverso vari stadi di purificazione, la pietra filosofale, sostanza purissima che al semplice contatto potesse far ottenere oro e argento — metalli del sole e della luna — dai metalli comuni, guarire il corpo umano, distillare un farmaco universale, giungere alla quintessenza della natura. Archimagia, chimica ermetica, crisopea e medicina spagirica sono sue derivazioni.

Le sue radici affondano negli antichi riti orfici greci, nella magia egizia, nella mistica gnostica e nella letteratura ermetica.

Fu coltivata da insigni studiosi come Ruggero Bacone, Raimondo Lullo, Cornelius Agrippa, Paracelso. Facendo largo uso di un immaginario derivato da attività di laboratorio, con gli alchimisti che per secoli cercarono davvero di sintetizzare metalli preziosi incappando anche in autentiche scoperte scientifiche, è in fondo una dottrina di purificazione dell’anima, pagana e del tutto estranea alla Chiesa. Infatti, alla conclusione del suo arco millenario, s’incanalò in alcuni suoi rivoli anche verso il rosacrocianesimo e la massoneria, visti come fumo negli occhi dalle gerarchie ecclesiastiche.

L’alchimia visse il suo periodo d’oro a partire dal 1400 fino alla fine del ‘700: l’Umanesimo e il Rinascimento, il neoplatonismo, l’entusiasmo montante per una nuova idea di ‘natura’, la riscoperta degli antichi testi, l’invenzione della stampa, tutto concorse a far divampare l’interesse per questa ‘ricerca della terra magica’ . Centinaia di adepti nelle città in tutta Europa  divorarono vecchi libri esoterici e nuovi trattati dei filosofi naturalisti e, in mezzo ad alambicchi, fornaci e pozioni, con antiche pergamene, formule e riti, fra albedo e nigredo, elisir e pietre filosofali si misero alla ricerca del segreto dei segreti, il segreto della natura, della nascita della materia e dell’anima che la rende viva.

Prima di Carl Gustav Jung si tendeva a considerare l’alchimia solo dal punto di vista della magia o della storia della scienza e la si concepì come una pratica antesignana della moderna chimica, dato che in effetti qualche reazione notevole fu trovata dagli alchimisti, gli acidi minerali, alcuni sali, l’acqua regia, gli alcoli.

Ma oggi il suo significato ideale, una mappa allegorica per la trasmutazione della coscienza, ha trovato la dovuta attenzione.

L’alchimia si sforza in primo luogo di ampliare il regno spirituale della luce attraverso un meticoloso trattamento del mondo della materia, reputato terreno, pesante e — riecheggia qui il senso di diverse sette della gnosi tardoantica — oscuro.

Ermete Trismegisto, scrittore e filosofo egiziano del III secolo, a cui si ricollega il Corpus Hermeticum
Ermete Trismegisto, scrittore e filosofo egiziano del III secolo, a cui si ricollega il Corpus Hermeticum. È una collezione di scritti in lingua greca che arrivò a essere fonte di ispirazione del pensiero rinascimentale. Ermete fu identificato dai greci con il dio egiziano Thot (dio egizio della scrittura).

 

I simboli dell’alchimia

L’alchimia crea e codifica un nuovo vocabolario, con una quantità sconcertante di immagini simbolico-allegoriche già nei manoscritti dell’alto Medioevo, nei libri di calcografie rinascimentali e barocche. Non vogliono informare l’estraneo, bensì offrire sostegno alle riflessioni dell’iniziato che già conosce la dottrina alchemica. Tra i più ricorrenti simboli legati all’alchimia ci sono il sole, la luna e Saturno, l’androgino, l’ouroburos, il caduceo, animali magici (draghi, fenici, pavoni, leoni, pellicani rospi, unicorni), il pentagramma, la stella di David, i glifi di zolfo e mercurio.

Il caduceo – bastone con due serpenti simmetricamente intrecciati e due ali aperte alla sommità, attributo degli araldi e di Mercurio –, il sole e la luna, il re, le ali, sono tutti simboli ricorrenti nell'alchimia.
Il mercurio, il caduceo – bastone con due serpenti simmetricamente intrecciati e due ali aperte alla sommità, attributo degli araldi e di Mercurio –, il sole e la luna, il re, le ali, sono tutti simboli ricorrenti nell’alchimia.

L’alchimia e la chimica

L’alchimia non è una rozza antenata della chimica: si deve guardare all’alchimia come a un modo complesso, razionale e irrazionale a un tempo, di interpretare la natura, di trovare le sue leggi segrete, di intercettare gli invisibili legami tra noi e le immani forze naturali, di sentir vibrare le corde delle fibre invisibili della natura. Augusto Piccini, chimico e accademico dei primi del Novecento, scrisse:

La chimica, come tutte le scienze, specie sperimentali, non ha tempo. Chi distingue l’alchimia dalla chimica moderna commette un errore. Sull’evoluzione del pensiero e dell’opera umana c’è continuità. L’alchimia non è la chimica antica intanto. La chimica è chimica dal suo inizio fino ad oggi. Ci sono delle grandi fermate, come per l’uomo che sta per spiccare il salto al progresso.

Alchimia, pietra filosofale ed elisir hanno etimologie affini

La parola alchimia è coniata nel XIII secolo dal latino chimia, alchimia (scienza occulta che ricerca la pietra filosofale), dall’arabo al kimiya cioè ‘pietra filosofale’, discendente da una voce copta chama, che vuol dire ‘nero’, o dal greco chyméia ‘mescolanza di liquidi’, ‘reagente universale’ e ‘arte per ottenerlo’. Elisir è in origine “lo elisir, cioè la materia che tigne ogni metallo” secondo Giovanbattista Ramusio in Delle navigationi et viaggi del 1563; “La pietra de’ filosofi, dagli arabi autori è chiamata elixir” per Tommaso Garzoni, Theatro de’ vari, e diversi cervelli mondani, nel 1583 — dall’arabo al iksir, ‘la pietra filosofale’ efficace anche come medicamento in forma di sostanza secca (dal greco xeros, ‘secco’).

Le fasi del processo alchemico

In effetti l’opera alchemica ripete, nei suoi significati, il ciclo di Osiride, cioè delle stagioni: un ciclo di morte-rinascita, tipico dei culti agrari originatisi addirittura nel neolitico, presenti ovunque nel Mediterraneo e rimasti alla base dei culti misterici noti in epoca storica. Il senso originario dei cicli iniziatici consisteva nel superare il timore della morte attraverso la partecipazione alla ciclica rinascita della natura. L’iniziato conseguiva così una superiore comprensione del reale. Al riguardo ricordiamo che importantissima rimase, per gli alchimisti, la “rugiada” (Iside era detta “la rugiadosa”) che genera il miracolo della virente natura.

Le fasi del processo alchemico sono diverse a seconda degli autori, anche se i significati restano gli stessi sotto l’infinita varietà dei nomi. Il numero di queste fasi è legato ai significati magici dei numeri stessi; sono, a seconda degli autori, 4, 3, 7 o 12 (secondo Basilio Valentino, Steffan Michelspacher, George Ripley), fino a 14 (Samuel Norton).

Si può tuttavia dire che inizialmente le tappe del processo, a partire da Zosimo di Panopoli, fossero quattro.

Quattro fasi che devono la loro origine all’importanza della tetrade in tutto il pensiero sapienziale greco — e antico in generale — e presero il nome dai colori fondamentali della pittura greca (nero, bianco, giallo, rosso). Fu tracciato un parallelo tra esse e i quattro elementi, le quattro ore del giorno e le stagioni.

  • Melanosi, nigredo, “Opera al nero”: elemento terra, notte, inverno
  • Leucosi, albedo, “Opera al bianco”: elemento acqua, alba, primavera
  • Xantosi, citrinitas, “Opera al giallo”: elemento aria, giorno pieno, estate
  • Iosi, rubedo, “Opera al rosso”: elemento fuoco, tramonto, autunno

Di queste, la xantosi scomparve con l’affermarsi delle esigenze trinitarie; le tre restanti corrispondono, con una suggestiva analogia agraria, alla semina (inverno), alla germinazione (primavera-estate) e alla raccolta (autunno). Altre fasi e altri colori furono poi introdotti da alcuni autori nel processo alchemico (i 7 colori dell’Iride, “cauda pavonis”; “viriditas”, e, infine, il blu).

Le tre fasi principali dell'opera alchemica, raffigurate come tre ampolle contenenti ingredienti di colore diverso, nel manoscritto attribuito a Georges Aurach Pretiosissimum Donum Dei (1415).
Le tre fasi principali dell’opera alchemica, raffigurate come tre ampolle contenenti ingredienti di colore diverso, nel manoscritto attribuito a Georges Aurach Pretiosissimum Donum Dei (1415).

L’alchimia e la psicologia

Da una parte l’oro, la pietra filosofale, dall’altra la “presa di coscienza” della psicologia moderna: la tradizione alchemica e la pratica analitica hanno in comune la volontà di creare una realtà nuova e superiore. L’alchimia è espressione di una pulsione a trasformare la materia prima dell’esperienza in conoscenza: vuole portare alla luce il lato divino che dorme nell’oscurità ctonia.


Carl Gustav Jung racconta di aver iniziato il suo viaggio nell’inconscio nella seconda metà della sua vita e per questo è stato decisivo l’incontro con l’alchimia. Scoprendo singolari affinità tra antichi simboli e i sogni dei suoi pazienti, comincia a studiare i testi degli alchimisti perché potevano fornirgli le basi storiche per il suo sistema psicologico. Nel 1914 studia il trattato alchemico cinese Il segreto del fiore d’oro e i volumi Artis auriferae quam chemiam vocant di Konrad Waldkirch che raccoglie i testi capitali dell’alchimia medievale. Dopo quindici anni di lavoro, nel 1944, pubblica Psicologia e alchimia, che resta fra le sue opere più affascinanti. Scrive Luigi Aurigemma nella sua introduzione:

L’alchimia permise a Jung di collegare le sue intuizioni, acquisite grazie alla sua personale “discesa nell’inconscio”, a un materiale antico, oggettivo e disponibile. Jung pose l’accento spesso sull’immenso aiuto fornito dall’alchimia per la comprensione dei processi nevrotici e psicotici. Numerosissimi sono anche i concreti riferimenti alla pratica clinica.

L’alchimia fu intesa da Jung come una disciplina teorico-pratica basata su presupposte corrispondenze, influssi, fra le diverse componenti visibili e invisibili del cosmo. Il lavoro si proponeva, attraverso complesse operazioni (l’opera alchemica) e attraverso colui che compiva queste operazioni (l’alchimista), di trasformare i metalli “vili” come il piombo in metalli “nobili”come l’oro. Jung intese giustamente l’alchimia come un ricco movimento di natura quasi religiosa, attraverso cui la pulsione interiore tendente alla trasformazione, alla liberazione della psiche umana dalle tenebre dell’ignoranza, era “proiettata” e vissuta nelle manipolazioni delle sostanze materiali.

All’interno del laboratorio dell’alchimista, negli alambicchi, al fuoco del forno fusorio si attendeva la manifestazione del frutto di tanto lavoro: l’oro. Il simbolismo alchemico esprimeva, con differenti termini, l’evoluzione della personalità.

La psicologia e l’alchimia, dunque, oltre che scienze, sono lo strumento per dimostrare la realtà di un istinto umano di saggezza, di una pulsione, oggettivamente attiva nella psiche, a uscire dalle oscurità dell’ignoranza per accedere all’aurea conoscenza del loro signifìcato profondo e più puro.

Gli alchimisti cercavano di trasformare i metalli in oro. In realtà, chiudendosi nei loro laboratori, stavano trasformando se stessi.

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