A che punto siamo con la Brexit

Il Parlamento britannico ha chiesto alla premier Theresa May di rinegoziare l’accordo sulla Brexit. L’Unione europea, per ora, ha respinto la proposta.

I tempi stringono ma l’incertezza attorno alla sorte della Brexit è sempre più grande. Dopo il no dei deputati britannici al progetto di intesa tra il governo di Londra e l’Unione europea, il premier inglese Theresa May ha ottenuto dalla Camera dei Comuni un nuovo mandato per riaprire i negoziati con Bruxelles.

I laburisti inglesi chiedono di procrastinare la data della Brexit

Una via d’uscita per evitare il “no deal” – ovvero l’uscita del Regno Unito senza un accordo, che comporterebbe grandi rischi per tutti i paesi coinvolti – che andrebbe imboccata in extremis. La scadenza per la Brexit è infatti fissata (per ora) al 29 marzo. Tuttavia, da parte dell’Unione europea la proposta inglese è stata per ora rinviata al mittente: il documento siglato a novembre secondo i dirigenti comunitari “non è negoziabile”, ha spiegato la presidenza del Consiglio europeo.

La situazione è dunque di stallo totale. Il “trattato di uscita” è infatti stato bocciato in modo particolarmente secco dai deputati britannici. E soltanto pochi giorni fa: il 15 gennaio. Theresa May non può dunque in alcun modo contrastare la volontà del proprio Parlamento. Né può ripresentarsi di fronte ai deputati con una fotocopia sostanziale del testo respinto. Non a caso, la premier ha parlato di “una modifica importante e giuridicamente vincolante dell’accordo”. Aggiungendo che “trattare un cambiamento del genere non sarà facile, ma credo di potercela fare col sostegno del Parlamento”.

Il 29 gennaio Theresa May ha parlato con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker. Spiegando che il punto principale che necessita modifiche per poter essere accettato dalla Camera dei Comuni è quello che riguarda il cosiddetto “backstop”. Ovvero la disposizione che evita il ritorno di una frontiera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. In passato entrambe le parti in causa avevano spiegato di voler evitare la reintroduzione delle dogane per non riaccendere la tensione in un territorio che finalmente sta vivendo un periodo di pace e prosperità dopo anni di violenze.


Il governo inglese ha precisato inoltre a Bruxelles di essere “determinato a lasciare l’Unione il 29 marzo”. Una deputata laburista, Yvette Cooper, ha tuttavia depositato un emendamento nel quale si chiede di procrastinare la data. Qualora fosse approvato (il dibattito è previsto per il 5 febbraio) la situazione potrebbe cambiare radicalmente.

Cosa comporterebbe una Brexit senza accordo

A tale ipotesi May ha però risposto spiegando che ciò, a suo avviso, non risolverebbe i problemi e ha affermato anzi che, qualora non si riuscirà a trovare un nuovo accordo entro il 13 febbraio, il giorno successivo il governo chiederà al Parlamento un nuovo voto. Questa volta per approvare l’opzione “no deal”. Che per alcuni rappresenterebbe una catastrofe. I cittadini europei presenti nel Regno Unito potrebbero essere infatti costretti a chiedere immediatamente un permesso di soggiorno. Dal punto di vista dei trasporti, poi, esistono piccoli aeroporti in Europa non ancora pronti ad accogliere persone in arrivo da paesi “extra-Ue”.

Si preannunciano inoltre file interminabili agli imbarchi sulla Manica, causati dal ripristino dei controlli. I treni Eurostar potrebbero essere costretti a fermarsi. I pescatori non potrebbero più accedere alle acque territoriali britanniche. Senza dimenticare il rischio di un non più automatico riconoscimento dei titoli di studio ottenuti dai cittadini europei nel Regno Unito. Così come le difficoltà legate allo stop alla libera circolazione di merci e capitali, che potrebbe portare addirittura ad immaginare l’introduzione di dazi.

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Theresa May, candidato del Partito conservatore © Christopher Furlong/Getty Images

Di fronte a tali problemi, non è escluso che si possa tentare di far riemergere proposte come quella di un’uscita “ultra-soft”, sulla scorta della situazione attuale della Norvegia. Il Paese scandinavo, infatti, pur non aderendo all’Unione, fa parte del mercato unico europeo. E per godere di questo privilegio paga una “bolletta” di 900 milioni di euro all’anno. Proposta giudicata però inaccettabile da May perché tradirebbe il senso stesso del referendum del 23 giugno 2016 che ha sancito la volontà popolare di uscire da tutti i trattati europei.

Un limbo di sovranità

Una via d’uscita d’emergenza potrebbe essere allora il “Backstop”, che garantirebbe di mantenere aperto in ogni caso il confine irlandese lasciando in sospeso tempi e modi per raggiungere un accordo su tutto il resto. Una sorta di clausola di garanzia per il governo di Dublino e per la sua economia.

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Se ci fossero stati i Beatles… forse avrebbero votato contro la Brexit. È questo quello che si sono immaginati i manifestanti scesi in piazza il 23 settembre a Liverpool, città dove i Fab4 sono nati © Jeff J Mitchell/Getty Images

Se la diplomazia fallisse, dunque, non si raggiungerebbe un risultato che, paradossalmente, tutte le parti in causa vogliono, evidenziando maggiormente come siano più importanti l’alto gradimento nei sondaggi e le questioni di principio piuttosto che la definizione di una soluzione concreta a problemi che riguardano milioni di europei, oggi scagliati in quello che si può definire un “limbo di sovranità”.

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