Investimenti sostenibili

È ufficiale: i cambiamenti climatici sono un rischio finanziario

Per la prima volta, la maggioranza dei grandi investitori concorda: il cambiamento climatico è un rischio finanziario. Ma ci sono ancora molti ritardatari.

Per la prima volta, la maggior parte dei grandi investitori globali lo afferma a chiare lettere: i cambiamenti climatici rappresentano un rischio finanziario a tutti gli effetti. È quanto emerge dall’ultimo studio dell’Asset Owner Disclosure Project, l’iniziativa che vuole costituire uno standard a livello globale sulla gestione del rischio climatico da parte degli investitori. Ma anche in questo caso, sottolineano gli esperti, tra il dire e il fare c’è un abisso.

La classifica degli investitori globali

L’Asset Owner Disclosure Project ha da poco pubblicato la sua classifica che prende in analisi i 500 più grandi proprietari di asset del mondo (fondi pensione, compagnie di assicurazione, fondi sovrani e così via) e, per la prima volta, anche i 50 più grandi gestori di asset. A ciascuno di loro è stato assegnato un voto, sulla base di diversi parametri. A partire dai leader, con un rating compreso tra A e AAA, si passa agli sfidanti (B-BBB), agli studenti (C-CCC), agli spettatori (D-DDD) e infine ai ritardatari (X), cioè a coloro che non fanno assolutamente nulla per gestire il rischio finanziario legato al clima.

Rischio finanziario del climate change
Migliora, rispetto all’anno scorso, l’approccio dei gestori di asset al rischio finanziario rappresentato dal climate change. Fonte: Asset Owner Disclosure Project

Il clima è un rischio finanziario: lo dice la maggioranza

È proprio qui che arriva la novità. Per la prima volta in assoluto, la maggioranza degli investitori si attiva per proteggere i propri portafogli dal rischio finanziario legato al cambiamento climatico. Se guardiamo agli asset owner, stiamo parlando di 299 istituzioni, i cui fondi valgono 27 mila miliardi di dollari. La soglia psicologica del 50 per cento è così ampiamente superata: non era mai successo prima.

Nei piani alti della classifica dell’Asset Owner Disclosure Project troviamo soprattutto realtà che vengono dall’Europa e dall’Oceania, salvo qualche eccezione statunitense. Tra i leader ci sono alcuni ingressi eccellenti, come TIAA, il maxi-fondo pensione statunitense nel campo dell’istruzione, e la compagnia assicurativa Axa.

Usa e Cina bocciati

Non bisogna però perdere di vista l’altro lato della medaglia. A essere sonoramente bocciati, con un rating pari a X, sono addirittura il 40 per cento dei proprietari di asset e il 6 per cento dei gestori. Tra di loro ci sono anche nomi di tutto rispetto come China Investment Corporation (il fondo sovrano cinese), i fondi sovrani di Kuwait, Qatar e Abu Dhabi, i fondi pensione di Virginia, Minnesota e New Jersey. C’è da dire che, fino all’anno scorso, le X erano ben più numerose (246 asset owner, rispetto ai 201 di quest’anno). Per i gestori di fondi è impossibile fare un confronto col passato perché non erano mai stati monitorati prima.

Ma quello che preoccupa di più è il fatto che le più grandi economie globali, Stati Uniti e Cina, siano tra quelle che si comportano peggio. In Cina i ritardatari sono il 67 per cento degli asset owner, che hanno in mano l’80 per cento degli asset del gigante asiatico. Negli Usa, il 63 per cento degli asset owner (con un patrimonio gestito pari a 4.500 miliardi di dollari) trascura del tutto il tema del cambiamento climatico.

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