Sovraffollamento, suicidi, diritti negati: il sistema delle carceri è “tutto chiuso”

Il rapporto di Antigone mostra il volto più scuro dei nostri istituti penitenziari: luoghi da cui è sempre più difficile uscire pronti al reinserimento.

Si chiama Tutto chiuso e il titolo è già una denuncia. Il nuovo rapporto annuale di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia, frutto di 102 visite condotte in tutto il paese da circa cento volontari autorizzati dal Ministero della Giustizia, restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che ha scelto la strada della chiusura: verso l’esterno, come ovvio per le carceri, ma anche verso gli stessi detenuti, la società civile, le opportunità di un vero recupero e reinserimento.

Tutto chiuso, e sovraffollato

Il dato di partenza è quello del sovraffollamento, ormai fuori controllo: al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane si trovavano 64.436 persone, a fronte di una capienza reale di 46.318 posti, un tasso di affollamento del 139,1 per cento. Non numeri astratti, ma corpi che si stringono in celle spesso fatiscenti, dove manca perfino la doccia (53 istituti), o quando c’è senza acqua calda (47), e dove in 23 strutture si cucina nello stesso ambiente del bagno. Sono 73 gli istituti con un tasso di affollamento pari o superiore al 150 per cento, che significa letteralmente vivere in tre in una cella pensata per due. Otto hanno superato il 200 perfino: Lucca, Foggia, Grosseto, Lodi, Milano San Vittore, Brescia Canton Monbello, Udine, Latina. Solo 22 carceri in tutta Italia non hanno ancora raggiunto il “tutto pieno”. Nonostante il governo abbia lanciato un piano carceri a inizio 2025, i posti disponibili sono addirittura diminuiti di 537 unità da gennaio di quell’anno, perlopiù a causa

Quelle circolari che spengono le attività

La novità più preoccupante del rapporto non riguarda però solo i numeri, ma il fatto che la funzione rieducativa delle carceri, quella per cui questi istituti sono previsti secondo la Costituzione, sta progressivamente venendo meno. Un po’ perché il sovraffollamento stesse rende impossibile gestire i detenuti e organizzare le giornate, ma anche per una precisa scelta politica, secondo Antigone: attraverso una serie di circolari amministrative, infatti, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) ha progressivamente chiuso il carcere alle attività, alla società civile, alla speranza. Dal 2022, oltre il 60 per cento dei detenuti trascorre quasi l’intera giornata in cella, uscendo solo per le ore d’aria. I detenuti del circuito dell’Alta Sicurezza, una sezione speciale degli istituti penitenziari italiani destinata ai condannati o imputati per reati di criminalità organizzata, associazione mafiosa, narcotraffico e terrorismo, non possono più socializzare nei corridoi delle sezioni. Una circolare dell’ottobre 2025 ha reso obbligatorio il nulla-osta del Dap centrale per qualsiasi iniziativa che preveda l’ingresso di persone esterne in istituti con almeno una sezione di Alta Sicurezza, cioè circa 70 carceri su 189, più di un terzo del totale.

Il rapporto di Antigone cita alcuni risultati pratici di questa stretta: a Padova, la redazione storica di Ristretti Orizzonti, il giornale dalla Casa di Reclusione locale e dell’Istituto di Pena Femminile della Giudecca, è sempre più ostacolata, a Saluzzo, in Piemonte, è stato vietato un incontro tra detenuti e studenti nell’ambito del Salone del Libro di Torino, in tutta Italia laboratori di lettura e attività teatrali sono stati cancellati o mutilati.  Solo a maggio 2026, di fronte alle proteste, il Dap ha parzialmente fatto marcia indietro sulla sola Media Sicurezza.

I numeri di una strage silenziosa

Poi c’è il tema di cui spesso si sente parlare nella cronaca: nel 2025 almeno 82 persone si sono tolte la vita in carcere, e dall’inizio del 2026 se ne contano già altri 24, per un totale di 106 in poco più di un anno e mezzo. Tra loro, il più giovane aveva 17 anni: un ragazzo tunisino arrivato in Italia non accompagnato, morto dopo poche ore di detenzione nell’Istituto penale per minorenni di Treviso. Il tasso è di 13 suicidi ogni 10mila detenuti: uno dei valori più alti degli ultimi trent’anni. Il 75 per cento di questi gesti estremi è avvenuto in sezioni a custodia chiusa, la tipologia più rigida. Anche tra le donne il fenomeno raggiunge livelli record: sei suicidi nel 2025 e uno nel 2026, il numero più alto mai registrato. Il 2025 è complessivamente l’anno con più morti in carcere dal 1992, da quando si ha traccia del fenomeno. E se i suicidi calano leggermente rispetto al 2024, non diminuiscono i gesti di autolesionismo: mediamente un detenuto su cinque compie gesti autolesivi.

Sedativi al posto delle cure

Quasi la metà delle persone detenute – il 46,5 per cento – fa uso di sedativi o ipnotici. Il 21 per cento ricorre a stabilizzatori dell’umore, antipsicotici o antidepressivi non perché ci sia un sistema di cura strutturato, ma perché il disagio psichico viene “gestito” con la farmacologia, spesso al di fuori di un quadro diagnostico definito.  I numeri del personale dedicato alla salute mentale sono eloquenti: in media, ogni 100 detenuti, lo psichiatra è presente sette ore a settimana, lo psicologo sedici. In un carcere di 300 persone, significa tre ore al giorno di presenza psichiatrica.

Uno dei dati più allarmanti riguarda i bambini. Al 31 marzo 2026 erano 26 i minori reclusi con le loro madri nelle carceri italiane, in netto aumento: erano appena 11 un anno prima. Un raddoppio diretto causato dal decreto sicurezza, ricorda il rapporto Antigone, che ha eliminato l’obbligo di rinvio dell’esecuzione della pena per donne incinte o con prole inferiore a un anno.

Un piano Marshall per le carceri 

La crescita delle presenze in carcere, sottolinea il rapporto, non dipende dall’aumento dei reati, dal momento che la criminalità in Italia è sostanzialmente stabile, né da un maggior ricorso alla custodia cautelare. I motivi sono invece pene più lunghe, misure alternative che rallentano, un sistema di reinserimento che non funziona, se è vero che solo il 40 per cento dei detenuti è alla prima carcerazione, mentre il 45,9 per cento era già stato in carcere tra una e quattro volte e quasi il 3 per cento ci è finito più di dieci volte. Meno del 30 per cento dei detenuti lavora, nella maggior parte dei casi alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, e solo il 7,9 per cento ha frequentato un corso di formazione professionale. Un circolo che si chiude su se stesso: chi esce senza strumenti torna. E chi torna pesa su un sistema già al collasso.

È uscito il nuovo rapporto dell'associazione Antigone sulle carceri italiane
È uscito il nuovo rapporto dell’associazione Antigone sulle carceri italiane © Edoardo Fornaciari/Getty Images

Di fronte a questo scenario, Antigone chiede al governo un cambio radicale di rotta, una sorta di “piano Marshall” per  in quindici punti che include il ritiro di tutte le circolari che hanno chiuso il carcere, misure urgenti per ridurre il sovraffollamento, accesso alla detenzione domiciliare per chi ha meno di 12 mesi da scontare, investimenti nel lavoro e nella formazione professionale, il diritto a telefonate quotidiane per i detenuti in media sicurezza, riduzione dell’uso dell’isolamento, e la cancellazione del reato di rivolta penitenziaria, contenuta anch’essa nel decreto sicurezza, che rischia di punire anche la disobbedienza non violenta. Il carcere, ricorda Antigone, non è un luogo separato dalla società, ma uno specchio di come una comunità sceglie di trattare le persone più vulnerabili. Quello che si legge nel rapporto 2025 è uno specchio che non ci lusingherebbe.

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