Secondo l’Advaita Vedanta siamo cittadini di due mondi

Secondo l”Advaita Vedanta, apparteniamo a due mondi opposti: l’Atman, la suprema realtà interiore e Brahman, la suprema realtà esteriore.

Il punto cardine dell’Advaita Vedanta, uno dei principali filoni della filosofia indiana, è il riconoscimento dell’identità tra due principi fondamentali apparentemente opposti: Atman, il Sé, la suprema realtà interiore, il principio assoluto situato nelle profondità di ogni individuo; e Brahman, la forza fondamentale dell’esistenza, la suprema realtà esteriore.

La realtà suprema è unica e può essere raggiunta, sia cercando al di fuori che dentro l’uomo. Non c’è una via migliore dell’altra perché entrambe mirano alla stessa meta: ricostruire quel ponte tra la percezione della realtà materiale e la percezione di quella spirituale.

Questo permette all’individuo di riconoscersi “cittadino di due mondi”, come amava dire Roberto Assagioli, il medico psichiatra padre della Psicosintesi, e di vivere la realtà quotidiana con tutti i suoi impegni, con la consapevolezza della contemporanea esistenza di un altro livello della stessa realtà.

L’invito non è quindi quello di allontanarsi dal contingente per immergersi in una eterea e lontana dimensione spirituale, ma di esercitarsi a “cogliere lo straordinario nell’ordinario”, diluendo il peso della quotidianità, con la capacità di provare ancora meraviglia e di rivolgere lo sguardo verso l’alto.

 Così recita un testo sacro dell'Advaita Vedanta: Da tale sentenza "ciò che tu sei", il nostro Sé si afferma. Di ciò che è falso e composto di cinque elementi – le Sruti, le scritture dicono, "non questo, non quello, ( Neti, Neti )". ( Un devoto legge un libro sacro in indù, Photo by Frank Bienewald/LightRocket via Getty Images)
Così recita un testo sacro dell’Advaita Vedanta: Da tale sentenza “ciò che tu sei”, il nostro Sé si afferma. Di ciò che è falso e composto di cinque elementi – le Sruti, le scritture dicono, “non questo, non quello, ( Neti, Neti )”.
( Un devoto legge un libro sacro in indù, Photo by Frank Bienewald/LightRocket via Getty Images)

Così come lo yoga, la meditazione, la preghiera, e innumerevoli altre vie, anche il contatto con la natura si rivela una “via al Sé”, che agisce attraverso la bellezza, la vastità di orizzonti, la potenza delle forze naturali, per oltrepassare quella barriera che tiene la nostra coscienza troppo ancorata a terra.

“Piedi ben saldi per terra e testa alta verso il cielo” è l’invito dell’ecopsicologia, che non trascura certo obiettivi e preoccupazioni contingenti, ma invita ad affrontarli dopo un “tuffo nell’infinito”.

Inizialmente è più facile “prendere la rincorsa” da un cielo azzurro, dal profumo di un prato fiorito, dall’imponenza di una cima immacolata, ma, con l’esercizio, diviene via via più facile anche in scenari meno romantici e più “a portata di… piede”. Anche nel caos della vita cittadina è possibile attingere alle vette della psiche: passando per il centro del proprio stesso essere. Atman e Brahman, sono due nomi diversi per una unica meta.

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