Coronavirus

Coronavirus, l’India impone il confinamento di 1,3 miliardi di persone

Dal 25 marzo anche l’India vieta alla popolazione di uscire di casa, per limitare la diffusione del coronavirus. Una gigantesca sfida sanitaria e logistica

Dalla mezzanotte di martedì 24 marzo l’intera India è sottoposta a confinamento totale. Una misura straordinaria, non soltanto per la sua eccezionalità ma anche per la portata in termini di dimensioni. La nazione asiatica, infatti, ha disposto il divieto di uscita di casa per 1,3 miliardi di persone. Una sfida gigantesca anche dal punto di vista logistico, con l’obiettivo di limitare la diffusione del coronavirus.

“Dimenticate cosa significa uscire di casa, è l’unico modo che abbiamo per proteggerci”

Il primo ministro Narendra Modi ha annunciato la decisione nella serata, in un discorso pronunciato alla nazione, specificando che la misura durerà almeno tre settimane. “Ciascun quartiere, ciascun vicolo, ciascun villaggio dovrà restare vuoto”, ha spiegato. Alla popolazione ha chiesto di “dimenticare cosa significa uscire di casa. Il solo modo che abbiamo per proteggerci è di rimanere confinati a qualunque costo. Un solo passo fuori dalle vostre case può portare il coronavirus nella vostra famiglia”.

Il capo del governo dell’India ha anche annunciato uno stanziamento eccezionale, equivalente a 1,83 miliardi di euro, per sostenere i servizi sanitari. In molti tuttavia ritengono che la politica di gradualità scelta da Modi nei giorni scorsi sia stata eccessivamente prudente, di fronte alla progressione – lenta ma inesorabile – del Covid-19 nell’immensa nazione asiatica, la seconda più popolosa del mondo dopo la Cina.

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Il primo ministro indiano Narendra Modi © WPA Pool/Getty Images

In India solo 0,5 letti d’ospedale ogni mille abitanti

La prima mossa dell’esecutivo in India è stata quella di chiudere le frontiere e bloccare i voli commerciali internazionali provenienti dalle nazioni considerate più a rischio. Quindi ha tentato la via di una parziale campagna di tamponi, che si è rivelata piuttosto efficace. Ma la diffusione del coronavirus non è stata bloccata – con circa 500 casi confermati ufficialmente – e quindi domenica 22 marzo era già stata imposta una giornata di coprifuoco. Una sorta di “prova generale” del confinamento, che però ha mostrato la popolazione poco incline a rinunciare ad uscire di casa.

Inoltre, immaginando la decisione di confinare l’intera nazione, milioni di indiani hanno preso d’assalto stazioni, aeroporti, bus e pullman nel tentativo di abbandonare le grandi città e tornare nei loro villaggi d’origine. Anche per questo gli specialisti ritengono che i casi ufficiali di coronavirus siano ampiamente inferiori alla realtà. Una bomba a orologeria, in una nazione caratterizzata da una densità enorme della popolazione, da sacche gigantesche di povertà, da bidonville nelle quali la promiscuità è sostanzialmente inevitabile, il tutto in contesti di mancanza di acqua, di igiene e di strutture sanitarie sufficienti. Basti pensare che in India sono presenti 0,5 letti di ospedale ogni mille abitanti, contro i 3,2 dell’Italia e i quasi 5 della media europea.

In India una popolazione giovane ma vulnerabile

A ciò si aggiunge il fatto che in India ci sono 2,7 milioni di persone affette da tubercolosi, mentre il 6 per cento della popolazione è diabetico. A far ben sperare c’è soltanto il dato demografico relativo all’età: il 46 per cento degli indiani ha infatti meno di 25 anni e la letalità del coronavirus è decisamente più bassa tra i più giovani.

Anche per loro i problemi saranno tuttavia di non semplice soluzione. Per i 20 milioni di abitanti di Nuova Delhi la spesa non si da quasi mai nei pochi supermercati ma nei micro-negozi di alimentari disseminati ovunque. O sui carretti ambulanti di frutta e verdura nelle strade. Occorrerà verificare in che modo i cittadini potranno comprare il cibo di cui necessitano, tenendo conto che anche grandi catene online come Big Basket non sono più operative per mancanza di prodotti nei magazzini.

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