Coronavirus

Coronavirus. L’Italia è bloccata, ma l’industria militare non si ferma

Le attività non essenziali italiane sono chiuse per via del coronavirus, ma il 31 marzo riprende la produzione di F35. L’ira delle associazioni pacifiste.


Perché, in un’Italia le cui attività sono state progressivamente ridotte al minimo per fermare il dilagare del contagio da Covid-19, l’industria bellica del nostro Paese continua a funzionare? Perché non chiuderla, limitarla all’essenziale, o addirittura pensare di riconvertirla almeno momentaneamente alla produzione di strumentazioni utili per fronteggiare l’emergenza, quanto mai necessarie negli ospedali italiani, proprio adesso che questi si trovano nel momento di maggiore difficoltà nella storia della Repubblica?

Leggi anche: Coronavirus. Record di guariti in un giorno: 1.434 persone

A chiederselo, e a chiederlo ufficialmente al governo italiano, sono state in questi giorni alcune delle associazioni che da sempre si battono su questo fronte, la Rete italiana per il disarmo, la Rete della pace e la campagna Sbilanciamoci!, che in una nota del 26 marzo non hanno usato mezzi termini: “Produrre armi non rappresenta di certo qualcosa di strategico in questo momento. E nemmeno di necessario. Chiediamo pertanto l’immediato blocco in tutte le fabbriche e lo spostamento di risorse dalla spesa militare a quella per salute e welfare. Ma anche una decisa iniziativa di riconversione dell’industria bellica verso settori produttivi più utili per la vita, la salute, la sicurezza di tutti gli italiani”. A quattro giorni da tale richiesta, è pervenuta una risposta o un segnale di apertura di qualche tipo dall’esecutivo? No. Anzi: da oggi, 31 marzo, la Leonardo Spa riprenderà nello stabilimento di Cameri, nel novarese, la linea produttiva dei caccia F35.

Leonardo: impossibile fermare la sicurezza, anche di fronte al coronavirus

Una mossa, decisa dopo una rapida sanificazione della fabbrica, che era stata anticipata da Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo, che in un’intervista al Corriere della Sera aveva spiegato che “Leonardo opera in un settore che è chiamato a garantire tecnologie, prodotti e supporto al nostro sistema di sicurezza e difesa. Mai come in questi giorni ci siamo resi conto di quanto sia imprescindibile garantire i nostri confini, la sicurezza cibernetica, la disponibilità di eliambulanze, la tenuta di sistemi di comunicazione sicure, così come il funzionamento di interi sistemi satellitari. Il cuore può rallentare, anzi, deve, quando la situazione lo richiede, ma non può fermarsi”. Dopodiché, nel weekend la Leonardo ha anche annunciato di aver messo a disposizione 2 velivoli, 3 elicotteri e alcune stampanti in 3D per produrre valvole per aiutare le istituzioni ad affrontare l’emergenza coronavirus.  

Per Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il disarmo, il discordo di Profumo è corretto solamente in parte: “Leonardo per il 70 per cento produce armi e per il resto telecomunicazioni, e siamo pienamente d’accordo che queste siano fondamentali. Ma un conto è rischiare e andare a lavorare per cose fondamentali, ovviamente sempre prendendo in considerazione tutte le misure di sicurezza, un altro conto per armamenti, aerei ed elicotteri”.

Leggi anche: Nuovo discorso del presidente del Consiglio Giuseppe Conte agli italiani sul coronavirus

Invece, il governo anche nell’ultimo decreto della presidenza del Consiglio ha lasciato tra le filiere essenziali quelle delle armi, limitandosi a inviare una generica raccomandazione all’Aiad, la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza a considerare “l’opportunità che le aziende nel proseguire la propria attività, possano concentrare l’operatività sulle linee produttive ritenute maggiormente essenziali e strategiche”. Il tutto peraltro senza nemmeno essere obbligati ad ascoltare le istanze dei sindacati. Leonardo, per esempio, ha potuto decidere in autonomia che produrre F35 fosse, anche in questo contesto, un’attività essenziale.

La nave militare Trieste, costruita da Fincantieri, varata nel maggio 2019 © Ansa
La nave militare Trieste, costruita da Fincantieri, varata nel maggio 2019 © Ansa

Di fatto, viene lasciato alle aziende stesse stabilire cosa è strategico e cosa no, mentre sarebbe stato forse più logico delineare un quadro più preciso di cosa sia essenziale e cosa no. Proprio come fatto nei decreti del presidente del consiglio dei ministri con la lista dei codici Ateco. Ad esempio: le eliambulanze sì, le navi militari no, i sistemi di telecomunicazione sì, gli elicotteri da vendere all’estero no. D’altronde quella bellica, spiega Vignarca, “è un tipo di produzione che si porta appresso una portata strategica e geopolitica, è un comparto da sempre molto tutelato. Però pensavamo che almeno in questo caso il governo avesse il coraggio di dire stop, mentre si chiude tutta l’Italia”.

Ancora più a fondo si sarebbe potuti andare con la riconversione: anche Giorgio Beretta dell’Osservatorio per le armi leggere di Brescia nei giorni scorsi, su Globalist, si è detto stupito e rammaricato “che il governo non abbia invitato le aziende a partecipazione statale del gruppo Leonardo e Fincantieri a convertire immediatamente almeno una parte della propria attività per produrre quegli apparecchi medici e sanitari di cui c’è urgente bisogno e che la Protezione civile sta cercando per mezzo mondo”. 

Italia nella top ten degli esportatori di armi

Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, l’Italia nel quinquennio 2015-2019 si è piazzata al nono posto nella top ten dei paesi esportatori di armi, soprattutto verso Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Eppure, di 231 imprese produttrici di armi e munizioni, secondo l’Opal, solo la Siare Engineering oggi produce quei ventilatori polmonari ricercatissimi per aumentare i posti nelle terapie intensive degli ospedali italiani. “Sarebbe una sfida importante, e noi l’abbiamo auspicata – osserva Vignarca –. Ci siamo sentiti dire che l’industria militare è il cuore della tecnologia, dell’ingegneria e della ricerca. Adesso ce lo dimostrino: sappiamo di tante realtà che si sono messi in gioco, imprese che stampano macchinari in 3D, c’è stata una corsa delle industrie tessili a produrre mascherine e di quelle di cosmetici a fare materiale igienizzante. Perché un’industria così tecnologica non può farlo?”.

La spinta alla riconversione però dovrebbe venire non soltanto dal basso, o in questo caso dalle imprese, ma anche dall’alto, dai governi: “La riconversione dipende anche dalla committenza, soprattutto per  società come Leonardo e  Fincantieri che hanno quelle competenze: perché non chiedere loro, per esempio, navi da trasporto merci che potrebbero decongestionare il traffico su gomma? Potrebbero fare altro, basterebbe chiederglielo, d’altronde già anni fa Leonardo faceva solo il 40 per cento di produzione militare, poi si è riconvertita in base alla domanda…”.

No, non siamo in guerra

Abbiamo bisogno di mascherine o di F35Si è chiesto sempre in questi giorni Giulio Marcon, portavoce delle campagna “Sbilanciamoci!”. Di mascherine, naturalmente, ma beffardamente forse ci confonde la retorica politica di queste settimane, quella che ci ripete continuamente che siamo in guerra. “È un errore, e non perché siamo pacifisti – chiude Vignarca – È un leit motiv veramente pericoloso perché non è quello che stiamo vivendo, chiedetelo ai medici delle ong che vanno davvero in guerra. Questa è una crisi sanitaria, sappiamo il virus cosa fa e possiamo fermarlo: farsi trasportare dall’eccezionalità rischia di farci sbagliare la diagnosi e la cura”.

Del resto, la spesa italiana per la sanità è passata dal 7 al 6,4 per cento del prodotto interno lordo dal 2012 a oggi, mentre quella militare è salita dal 2006 dal 1,2 a 1,45 per cento. Eppure, conclude Vignarca, “a noi sembra evidente a maggior ragione in questi giorni che le spese sanitarie sono quelle difendono davvero…”.

Articoli correlati