Cooperazione internazionale

Coronavirus, i diritti negati nei campi profughi tra Grecia e Turchia

Un’epidemia di coronavirus nel campo profughi di Lesbo, in Grecia sarebbe drammatica. Le Ong chiedono l’evacuazione. E la Turchia dà fuoco alle tendopoli.

Lavarsi bene le mani con acqua e sapone. Mantenere le distanze di sicurezza. Restare a casa. Mettersi in auto-isolamento in caso di sintomi. Ormai tutti i paesi europei si stanno adeguando alle norme igieniche e comportamentali suggerite dall’Organizzazione mondiale della sanità e adottate da tempo in Italia per tentare di limitare la diffusione del coronavirus C’è un posto ai margini dell’Europa, però, dove rispettare queste pur basilari regole non è possibile: quel lembo (o limbo) di terra separa la Grecia e la Turchia, dove nelle scorso settimane si sono ammassate decine di migliaia di profughi.

Sul versante greco, e dunque in piena Unione europea, l’emergenza più grave riguarda il campo di Moria, sull’isola di Lesbo. Un “hotspot” per migranti costruito per ospitare 2600 persone ma gravato in questo momento da una quantità di rifugiati e richiedenti asilo dieci volte superiore. L’appello di Medici senza frontiere (Msf), inascoltato ormai da parecchi giorni, è chiaro: a maggior ragione in tempi di coronavirus, il campo di Moria va evacuato. E adesso anche Amnesty international ha sottolineato l’urgenza di agire. 

Condizioni igieniche e di vita precarissime a Lesbo

Un bagno ogni 1300 persone, acqua fredda, niente sapone, famiglie di sei persone in una sola tenda, file interminabili per il cibo: a testimoniare la situazione, una vera e propria emergenza nell’emergenza, è non solo la dottoressa Hilde Vochten, coordinatrice medico di Msf in Grecia, ma anche il servizio della giornalista Francesca Mannocchi, girato negli scorsi giorni di crisi al confine greco-turco e andato in onda nel corso del programma tv Propaganda Live, in onda su La7.

In queste condizioni, il rischio che tra gli abitanti dei campi si diffonda il virus è molto elevato, soprattutto dopo il primo caso confermato sull’isola, una cittadina greca. “Le misure raccomandate per prevenire la diffusione del virus sono semplicemente impossibili da rispettare”, spiega Vochten. “I governi di tutto il mondo – sottolinea Msf – stanno annullando gli eventi e proibendo gli assembramenti di persone, ma nei campi sulle isole greche le persone non hanno alternative se non vivere attaccate le uni alle altri. La loro salute è in pericolo, soprattutto in ragione delle condizioni in cui vivono, che rendono i migranti più vulnerabili rispetto al resto della popolazione”.

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Proprio come nelle carceri italiane, dove nelle scorse settimane sono partite delle rivolte, anche qui a Lesbo,  così come nelle isole dell’Egeo Chios, Samos, Leros e Kos, sarebbe impossibile contenere un’eventuale epidemia. Secondo la testimonianza di Msf, “a oggi non abbiamo visto un piano di emergenza credibile per proteggere e trattare le persone che vivono nei campi in caso si diffondesse un’epidemia”.

Migranti Lesbo Incendio
I migranti ospiti del campo profughi sull’isola di Lesbo ©LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images

Medici senza frontiere chiede alle autorità un piano che includa misure di prevenzione e controllo dell’infezione, promozione della salute, rapida identificazione dei casi, isolamento e gestione dei casi lievi e il trattamento di casi gravi e critici. Senza queste misure, l’unica alternativa possibile rimane l’evacuazione dei campi delle isole greche: “Una simile misura, in un periodo di epidemia, può spaventare – ammette l’associazione umanitaria – ma costringere le persone a vivere in campi sovraffollati, senza protezione, sta diventando criminale”. In totale al momento sono ben 42 mila i richiedenti asilo ospitati nei cinque diversi hotspot delle isole dell’Egeo: un numero esploso dalla scorsa settimana per via dell’apertura dei confini da parte di Erdogan ai tre milioni e mezzo di profughi siriani presenti sul territorio turco.

Nella giornata di sabato 14 marzo a Mitilene, il capoluogo di Lesbo, è andata in scena una manifestazione che ha attirato sull’isola attivisti di tutta Europa e non solo, dalla partecipazione molto ampia considerate tutte le limitazioni in vigore. Due le richieste principali alle istituzioni: la prima, fermare l’ondata xenofoba che ha portato gruppi di estrema destra a perpetrare violenze e saccheggi a danno dei migranti proprio nei giorni delle tensioni sul confine turco. La seconda, la chiusura dei centri di detenzione delle isole.

Solamente due giorni dopo, il 16 marzo, l’ennesimo incendio (il terzo in cinque mesi, ma se ne contano diversi sin dal 2016) è divampato all’interno del campo di Moria, e ha causato la morte di un bambino, seminando panico e paura tra le persone. La clinica di Medici senza frontiere, appena fuori dal campo, ha fornito cure mediche e supporto psicologico alle persone coinvolte, ma il fatto ha nuovamente riportato alla luce un enorme problema di sicurezza.

Sul versante turco

Poi c’è l’altro versante, quello turco, appena dall’altro lato del fiume Evros che funge da confine naturale tra Grecia e Turchia, ma anche tra Europa e Asia: lì erano ammassate (e in parte lo sono ancora) altre decine di migliaia di profughi respinti dalla polizia greca dopo i primi tentativi di varcare il confine.

In questo l’evacuazione c’è stata, ma con metodi tutt’altro che ortodossi: all’alba del 27 marzo infatti la forze dell’ordine turche si sono presentate senza preavviso e hanno dato fuoco alle tende dei migranti per costringerli a lasciare i campi improvvisati a rischio contagio. Migliaia di persone sono state trasportate in autobus verso centri di accoglienza per quarantena a Edirne e Pazurkale, cittadine vicine, ma anche nei pressi di Istanbul. Per loro, l’odissea continua.

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