Cosa dice la psicologia sulle proteste e sulla rabbia della Gen Z

Dopo gli scontri tra giovanissimi e forze dell’ordine, abbiamo chiesto allo psicologo Michele Mezzanotte cosa succede durante una manifestazione.

Tutto è cominciato in Francia, e dalle scuole. La mobilitazione è partita a metà settembre dal liceo Saint-Exupéry di Créteil, una città alle porte di Parigi, dove studentesse e studenti denunciavano la mancanza di insegnanti e di personale. Da lì il movimento si è allargato in fretta: più di 500 licei coinvolti tra blocchi e occupazioni in tutto il paese, con la protesta diffusa anche grazie a TikTok, Snapchat e Instagram.

In Italia il “contagio” è arrivato dopo, a inizio ottobre. Il 5 ottobre viene occupato il liceo Regina Margherita e l’istituto Carlo Ignazio Giulio a Torino. Seguiti subito dal Sella Aalto Lagrange, e poi dal Gobetti, dove è partita l’autogestione. Il movimento, a quel punto, si estende a molte città, tra cui Roma, Napoli e Genova, con assemblee, picchetti e interruzioni delle lezioni, fino allo sciopero studentesco nazionale del 16 ottobre.

Poi, nel fine settimana del 17 e 18 ottobre, la manifestazione in piazza ha assunto una forma diversa. Dopo il corteo pacifico, ci sono stati scontri e saccheggi, specialmente nel centro di Milano. Sono state 271 le persone fermate e portate in questura dopo gli assalti nelle vie del centro, e la maggior parte di loro, 220, erano minorenni. Dei ragazzi identificati dalla questura l’80 per cento era minorenne: il più piccolo aveva 11 anni, e in molti avevano tra i 12 e i 13 anni. Di questi, sessanta erano stranieri.

Studenti e studentesse in sciopero il 16 ottobre © Photo by Marco BERTORELLO / AFP via Getty Images

La psicologia dietro le proteste

Capire la rabbia di una generazione è un’operazione estremamente complessa. Il nostro tentativo di analisi parte da un’intervista a Michele Mezzanotte, psicologo e psicoterapeuta nonché divulgatore social. Il punto di partenza è inequivocabile: oggi la generazione dei giovanissimi (sotto i 25 anni) soffre più di tutte. Due dati per contestualizzare. Uno: la disoccupazione in quella fascia d’età è al 20 per cento (rispetto al 3,6 per cento di chi ha tra i 50 e i 64 anni). Due: le scuole e le università sono estremamente trascurate; pensate che l’Italia è (insieme a Irlanda e Grecia) il paese europeo che investe meno in Istruzione, cioè il 4 per cento del proprio Pil.

Tuttavia, a guidare la mobilitazione sono proprio loro. Studenti e giovanissimi. “Le nuove generazioni – osserva Mezzanotte – mostrano una complessità, una sensibilità e soprattutto un’attenzione al sociale, e non solo all’individuale, che raramente si sono viste prima”. Dal confronto con i ragazzi, anche nelle scuole, emerge secondo lui uno “scatto” che definisce terapeutico sul piano collettivo: il passaggio dall’io al noi. “Perché il dolore si cura nel momento in cui si condivide e viene accolto da una rete di relazioni“, ci dice. “Protestare infatti significa testimoniare, portare fuori ciò che si ha dentro. Reprimere la protesta equivale a reprimere un’emozione, con il rischio di esplosioni interiori. I grandi punti di svolta della storia nascono da proteste, cioè dai momenti in cui emerge una sofferenza su cui si deve lavorare. Ignorarla significa farle assumere, prima o poi, forme mostruose.

A Torino anche i docenti sono scesi in piazza, al fianco degli studenti © Photo by Marco BERTORELLO / AFP via Getty Images

Quando la protesta diviene violenta

“Il sentimento collettivo – spiega Mezzanotte richiamando l’inconscio collettivo di Carl Gustav Jung – è comune a tutti; cambiano le espressioni con cui ciascuno lo manifesta. Se dieci persone provano la stessa rabbia, molte la trasformano in parole, disegni, scrittura; una può esplodere in forma violenta. Ma quel singolo episodio non cancella la validità dell’emozione che sta sotto, condivisa da tutti gli altri. Impone semmai una domanda diversa: come aggiustiamo il tiro?”.

Il punto, per Mezzanotte, è un limite chiaro: finché uno sfogo resta rispettoso e umano, va accolto; quando smette di esserlo e diventa disumano, è il momento di intervenire. “Ma su come intervenire – aggiunge – la punizione è ormai considerata disfunzionale dal punto di vista pedagogico e psicologico, mentre funziona la responsabilizzazione. E non dovrebbe decidere un singolo: serve una rete di professionisti”. D’altronde, come ci fa notare, in psicologia curare il sintomo senza guardare ciò che c’è dietro non risolve nulla: come sedare un attacco di panico senza affrontarne le cause.

Estremamente interessante poi è invece capire come si comporta chi quella violenza la vede. Come reagisce chi ha il compito di garantire la sicurezza davanti a una forma aggressiva di protesta? Grandissima domanda. “Proprio per questo motivo – ricorda Mezzanotte – il lavoro delle forze dell’ordine è il più complesso in assoluto. Proprio perché chi lo svolge avrebbe più di altri bisogno di consapevolezza e sostegno psicologico per restare lucido: capire chi si ha davanti, quale emozione porta, come intervenire in sicurezza. Le emozioni infatti sono contagiose: se tutti ridono, è più probabile che rida io. E se tutti si arrabbiano, è più difficile non arrabbiarsi”.

Alcuni giovani manifestanti a contatto con le forze dell’ordine, nel centro di Milano © Alessandro Bremec/NurPhoto via Getty Images

C’è un nuovo decreto sicurezza

Nel frattempo, dopo i fatti di Milano, il Consiglio dei ministri del 20 ottobre 2026 ha approvato un decreto che introduce un nuovo reato, estende il fermo preventivo e rafforza le misure nei confronti dei minorenni. Si tratta di un decreto-legge in otto articoli.

La misura principale è quella che riguarda la nascita di un nuovo reato: la “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche“, che punisce chi, durante una protesta, usa bastoni o mazze o lancia oggetti mettendo a rischio l’incolumità delle persone. In questi casi si rischia una reclusione da due a cinque anni e una multa fino a 20mila euro, con pena aggravata se si agisce a volto coperto. Ancora più severe le sanzioni per chi organizza o promuove la formazione di gruppi per dar vita a manifestazioni violente, anche attraverso strumenti informatici o telematici: in questo caso si rischia la reclusione da 4 a 12 anni.

Sul fronte dei minori, il provvedimento estende il fermo preventivo anche a chi turba la sicurezza in luoghi con un consistente afflusso di persone, e la misura potrà riguardare anche i minorenni, ma soltanto a partire dai 16 anni. Saranno imputabili invece i minori dai 14 anni in su. Sono previste poi alcune sanzioni economiche per le famiglie: quando un minore, anche non imputabile, partecipa a determinati reati, il decreto prevede sanzioni amministrative per chi esercita la responsabilità genitoriale, salvo che dimostri di non aver potuto impedire il fatto. Infine, l’ultima novità è l’invio da subito di 500 militari a Milano fino al 31 dicembre, con una spesa di 4,7 milioni di euro.

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