Il primo sciopero dei rider per le tutele contro il caldo in Italia

Succede a Firenze, Milano e Bologna. Al centro della protesta le tutele per la salute e la retribuzione.

Per la prima volta in Italia, mercoledì 15 luglio 2026, i rider del food delivery hanno organizzato uno sciopero contro il caldo. La protesta ha riguardato i rider di Glovo e Deliveroo, due tra le principali app di consegna a domicilio in Italia: a Milano e Firenze lo sciopero è stato fissato per le 18, a Bologna alle 16:30, mentre i rider del Piemonte si sciopera il giorno successivo, giovedì 16 luglio, dalle 10 alle 17. A Firenze la protesta assume la forma di una sfilata in bicicletta per il centro cittadino con partenza da via Cavour e arrivo alla Fortezza da Basso.

La mobilitazione territoriale precede un appuntamento nazionale. Infatti, giovedì è previsto un incontro al ministero del Lavoro tra i sindacati dei rider e le associazioni di piattaforme, con cui è in corso da tempo un negoziato per il riconoscimento di maggiori tutele, come le assunzioni e la possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali, per esempio la cassa integrazione per il caldo.

Per i rider c’è un problema contrattuale e economico

Il nodo della protesta si basa un paradosso. All’inizio di luglio un’ordinanza del Comune di Milano aveva introdotto la riduzione o la sospensione dell’assegnazione delle consegne nella fascia oraria 12:30-16, quella del picco di calore, con efficacia fino al 23 settembre.

Ma per un rider fermarsi significa non guadagnare. La retribuzione non è una cifra fissa ma varia in base al numero di consegne: chi smette di lavorare per il caldo consegna meno e guadagna meno, perché i rider hanno con le aziende contratti di collaborazione occasionale o a partita Iva, senza le tutele dei lavoratori dipendenti. Il discorso è valido per Glovo e Deliveroo, ma non per Just Eat che ha avviato dal 2021 un percorso di stabilizzazione assumendo i propri addetti come dipendenti. La principale richiesta dei rider diventa, quindi, di essere pagati a ore, e non a cottimo.

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Due rider in pausa © Pexels

Lavorare al caldo ha un impatto sulla salute dei rider e non solo

La questione sul tema sicurezza e salute riguarda tutti i lavoratori esposti, non solo i rider. Al caldo estremo sono associati oltre 4.000 infortuni sul lavoro all’anno in Italia, con un impatto particolarmente significativo per i settori dell’agricoltura, dell’edilizia e della logistica. Lo dice uno studio del progetto Worklimate condotto da Cnr e Inail. C’è poi un costo in termini di produttività: la riduzione dovuta alla necessità di evitare l’esposizione è stimata al 6,5%, arrivando anche all’80% in condizioni di sforzo fisico elevato. Per quanto riguarda le temperature, la produttività cala fino al 6,5% per ogni grado in più tra i 19,6°C e i 31,8°C, soprattutto nelle attività a elevato sforzo fisico.

Per questo molte regioni italiane hanno attivato ordinanze restrittive contro il caldo. La limitazione scatta quando la piattaforma Worklimate segnala un rischio alto per i lavoratori esposti al sole con attività fisica intensa, fissando una fascia di divieto al lavoro che va dalle 12:30 alle 16. La cosa interessante è che le ordinanze funzionano. Nell’estate 2024, l’anno più caldo mai registrato, i tassi di infortunio nelle regioni con ordinanze sono risultati significativamente più bassi: nel settore edile inferiori del 21,9% rispetto alle regioni prive di ordinanza, in agricoltura di circa il 25%, mentre nei giorni a maggior rischio la riduzione nell’edilizia ha superato il 40%.

Lavorare al caldo espone a rischi sulla salute come stress termico, disidratazione, e radiazioni da raggi ultravioletti © Chris Hondros/GettyImages

Le soluzioni per chi lavora al caldo

Una misura economica come quella della cassa integrazione per le emergenze climatiche esiste già. Con una norma il governo ne ha facilitato l’accesso per il periodo tra il 1° luglio e il 31 dicembre 2026, ma l’ha fatto con risorse più che dimezzate: 15,2 milioni di euro per il secondo semestre del 2026, contro i 33 milioni del 2025. Il problema è che i rider restano totalmente fuori dalle tutele come tutti i lavoratori autonomi, le partite Iva, il settore della pesca e gli stagionali del turismo. Quindi, nonostante subiscano l’esposizione alle temperature alte e spesso estreme, i rider sono esclusi dalle forme di integrazione salariale.

Sono diverse le proposte che possono tutelare chi lavora al caldo, anche se (bisogna prenderne atto) nessuna in sé promette una risoluzione definitiva al problema. La prima riguarda l’introduzione di una compensazione retributiva specifica nei giorni di allerta caldo, un meccanismo che riconosca economicamente il maggiore sforzo fisico e i rischi aggiuntivi a cui i lavoratori sono esposti quando le temperature superano soglie critiche. In alternativa, o in aggiunta, si potrebbe strutturare una indennità automatica, che nel caso di superamento di determinate soglie di temperatura, offre in automatico un’integrazione salariale, senza bisogno di negoziazioni caso per caso tra lavoratori e aziende. Più lontana è invece la possibilità di un congedo climatico, come esiste in Spagna.

Un secondo fronte di intervento riguarda la logistica del lavoro. La mappatura dei punti di refrigerio lungo i percorsi di consegna o le zone di lavoro all’aperto permetterebbe di individuare luoghi ombreggiati, dotati di acqua potabile o climatizzati, dove i lavoratori possano fare brevi soste per abbassare la temperatura corporea e recuperare le forze. Rimane comunque il nodo cruciale è la frammentazione delle ordinanze regionali, che produce una disparità di trattamento tra i lavoratori che, a seconda della regione, possono ricevere protezioni molto diverse a parità di condizioni climatiche. Da qui la proposta di una legge quadro nazionale unica, che stabilisca criteri omogenei e vincolanti su tutto il territorio.

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