Arriva il salario giusto: cos’è e che cambia rispetto al salario minimo

Nessuna cifra oraria a priori, ma l’obbligo a conformarsi al contratto collettivo nazionale più rappresentativo: la risposta del governo ai 9 euro l’ora.

C’era una volta il salario minimo, o meglio non c’era. Adesso però è il turno del salario giusto. A ridosso della Festa dei lavoratori, il Consiglio dei ministri ha varato un decreto legge che prova a superare la proposta di un salario minimo che le opposizioni unite cercano di far approvare ormai da un paio di anni, fissandolo a 9 euro lordi l’ora. Il concetto proposto è quello appunto di un salario giusto: ma in cosa consiste, e che differenza c’è con l’altra proposta?

Che cosa s’intende per salario giusto

In realtà il concetto di salario minimo non è esattamente l’oggetto del decreto, il cui scopo principale è quello di incentivare l’occupazione, stanziando quasi 1 miliardo di euro in bonus per assunzioni di giovani under 35, donne e lavoratori nelle aree del Mezzogiorno. Il rilascio di questi incentivi è legato però a una pre-condizione precisa: le aziende che vogliono accedere a questi sgravi contributivi devono applicare il trattamento economico previsto dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali “comparativamente più rappresentative”. In parole semplici: niente contratti pirata, niente sottopaghe, altrimenti addio incentivi.

Nessuna cifra lorda o netta oraria prefissata: Il salario giusto, dunque, è quello fissato dal Ccnl più rappresentativo (in sostanza, quello più applicato) per ogni categoria di lavoro. Una precisazione non banale, visto che a fine 2024 risultano depositati al Cnel, l’ente preposto, ben 1.086 tipi diversi di contratti nazionali collettivi tra settore pubblico e privato.

Che differenza c’è tra salario giusto e salario minimo

Il governo finora aveva sempre respinto la strada del salario minimo, e il decreto ne spiega il motivo istituzionale: il salario minimo orario, secondo l’esecutivo, rischierebbe di diventare non un pavimento ma un soffitto. Se la legge dice “almeno 9 euro l’ora”, è il ragionamento, un datore di lavoro disonesto potrebbe usare quella soglia per giustificare la cancellazione di benefit, tredicesime, scatti di anzianità e altre voci contrattuali, riducendo di fatto la retribuzione complessiva e adeguandosi al ribasso.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, presentando il provvedimento ha citato il caso della Regione Puglia, dove l’introduzione del salario minimo orario in un bando per i servizi di portierato avrebbe prodotto l’effetto opposto a quello desiderato: retribuzioni più basse. Il “salario giusto”, invece, non si misura all’ora ma nella sua interezza: comprende tutte le voci economiche previste dal contratto, paga base, ma anche tredicesima, ferie, premi, indennità. È un parametro più ampio, che rimanda alla contrattazione collettiva anziché a una cifra stabilita per decreto.

Ma l’uno non esclude l’altro, anzi

Il fulcro della norma quindi è la centralità dei Ccnl e della contrattazione tra sindacati e controparti datoriali, togliendo di mezzo i contratti collettivi “minori” usati da alcune aziende proprio per abbassare il costo del lavoro. In realtà però anche la proposta del salario minimo ragionava nello stesso modo: si prendeva per ogni categoria di lavoratori il contratto nazionale più utilizzato, a patto che questo prevedesse la quota minima dei 9 euro lordi l’ora (rivalutabili di anno in anno in base all’inflazione). Per questo, alcuni sindacati (in particolare la Cgil) e le opposizioni non sono molto convinti, e affermano con uno slogan efficace che “per fare il salario giusto, serve il salario minimo”. La norma, spiegano, non garantisce a tutti i lavoratori un reddito minimo universale: chi lavora in settori poco sindacalizzati, o con contratti nazionali deboli, rischia di rimanere sotto una soglia dignitosa di reddito.

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