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Una nuova analisi dimostra che i combattimenti tra cani sono ancora diffusi in Italia. Alcuni interventi legislativi e una guida per i cittadini mirano a contrastare il fenomeno
C’è un momento, nel corso di un’indagine per combattimenti tra animali, in cui la macchina della giustizia deve confrontarsi con una domanda semplice solo in apparenza: cosa fare dell’animale vittima? Un animale che ha subito indicibili sofferenze, psicologiche e fisiche, e che spesso è stato addestrato per combattere e uccidere. Per anni, la risposta a questa domanda era rimessa alla preparazione e alla proattività di magistratura, forze di polizia ed enti del terzo settore. Purtroppo, a volte una risposta non arrivava e si doveva fare i conti con un imbarazzante silenzio.
A evidenziare la portata reale di questo silenzio contribuisce la ricognizione dei casi di cronaca che emerge dal report “Io non combatto, un progetto per il contrasto ai combattimenti tra cani in Italia: Inquadramento del fenomeno criminoso”, elaborato nell’ambito del progetto che Humane World for Animals Italia conduce da anni insieme a Fondazione Cave Canem. Tale report restituisce un quadro in cui i combattimenti tra animali non sono un fenomeno meridionale, né una specificità delle periferie urbane degradate, ma una realtà che attraversa trasversalmente il Paese.
Significativa, in tal senso, è la presenza di reti operative interregionali e, in alcuni casi, di collegamenti oltre i confini nazionali. Frequente risulta la commistione con ulteriori fattispecie criminose, tra cui il traffico e la detenzione di sostanze stupefacenti e psicotrope, l’impiego di sostanze dopanti, il gioco d’azzardo illegale e il maltrattamento e la detenzione degli animali in condizioni incompatibili con la loro natura. Il report affronta altresì la dimensione criminologica del fenomeno, richiamando il link tra violenza sugli animali e successive condotte violente verso persone. In tale prospettiva, l’esposizione di minori ai combattimenti – documentata nel corso delle indagini – non costituisce un elemento accessorio, ma un segnale precoce di disagio comportamentale che, se non adeguatamente intercettato, può tradursi in un fenomeno con significative ricadute sulla collettività, alimentando il perpetuarsi di modelli criminali nelle nuove generazioni.
In questo contesto, già estremamente difficoltoso, si colloca il nodo irrisolto della gestione degli animali sequestrati. L’animale non umano, ai sensi delle norme italiane, presenta una duplice natura giuridica: quella di essere senziente, ma anche di “cosa”, ovvero un bene mobile, una res, sottoposta a vincolo in caso di sequestro. La mancanza di norme certe rispetto alla gestione di tali animali ha finito per produrre prassi disomogenee e costi insostenibili, gravanti in modo sproporzionato sugli enti del terzo settore chiamati a farsi carico degli animali. Le associazioni, in prima linea per accogliere questi animali a seguito del sequestro, si trovavano spesso a doverne sostenere interamente la custodia, inclusi i costi a essa associati, in attesa di una definizione del processo che poteva arrivare anni dopo. Un’assenza di tutele che rappresentava una ferita non solo per il benessere animale, ma per la stessa effettività del sistema penale.
Oggi, qualcosa si muove. Due interventi legislativi possono segnare un cambio di paradigma culturale prima ancora che giuridico. Il primo è l’introduzione dell’articolo 260-bis nel codice di procedura penale, grazie alla legge n. 82 del 2025, approvata a seguito di una discussione che ha scelto quale testo base una proposta di legge a prima firma dell’Onorevole Brambilla. Tale riforma ha, tra l’altro, introdotto un istituto che porta un titolo potenzialmente rivoluzionario: “Affido definitivo dell’animale oggetto di sequestro o confisca”. La norma, richiamando i reati di cui agli artt. 544-bis e seguenti del codice penale, sancisce il principio che l’animale, una volta sottratto a un circuito criminale, può essere affidato in via definitiva a chi può garantirgli protezione e benessere.
Tale istituto, assieme ad altre norme previste dalla riforma, svolge una duplice funzione: da un lato, riconosce formalmente all’animale una condizione giuridica che ne esige la protezione. Dall’altro, fornisce uno strumento concreto alla magistratura per svincolare immediatamente l’animale da una situazione di sofferenza, stabilendo che l’affidamento definitivo costituisce titolo per le variazioni anagrafiche.
A questa conquista di civiltà giuridica si è aggiunto, con l’approvazione della legge di bilancio 2026, un tassello fondamentale nella lotta ai combattimenti tra animali. Un emendamento approvato in tale contesto, a prima firma della senatrice Anna Bilotti, stanzia un milione di euro l’anno per il 2026 e il 2027, destinato alla copertura dei costi di custodia e recupero comportamentale degli animali sequestrati in questi contesti. L’approvazione di tale norma rappresenta il riconoscimento del fatto che salvare un cane impiegato nei combattimenti non significa solamente strapparlo dalle mani dei suoi aguzzini e toglierlo da un ring. Significa avviarlo a un percorso di riabilitazione, affidandolo a strutture e associazioni specializzate, capaci di leggere i traumi e ricostruire fiducia. Significa, in ultima analisi, non abbandonare la vittima una seconda volta.
Il progetto “Io non combatto” incarna perfettamente questa visione. Dalla formazione delle forze di polizia alla riabilitazione, è un modello di intervento integrato. In questa stessa direzione si colloca la Guida al cittadino, elaborata nell’ambito del progetto.
Lo strumento – pensato per un pubblico non specialistico, ma consapevole – illustra il quadro normativo di riferimento, descrive le razze maggiormente coinvolte e fornisce indicazioni sui segnali che possono rivelare la presenza di attività legate ai combattimenti: dalle attrezzature di addestramento alle condizioni di detenzione degli animali, dalla presenza di farmaci e sostanze dopanti alle strutture improvvisate adibite ad arena. Una sezione dedicata orienta il cittadino sulle corrette modalità di denuncia e di raccolta delle fonti probatorie, nel rispetto delle disposizioni vigenti in materia di privacy e delle prerogative degli organi inquirenti, evitando condotte che potrebbero compromettere l’efficacia delle indagini.
Il contrasto ai combattimenti richiede la partecipazione attiva e informata della cittadinanza quale presidio diffuso di legalità sul territorio. I combattimenti tra cani prosperano nell’indifferenza e nel silenzio: si svolgono in contesti apparentemente ordinari e spesso sono proprio i cittadini i primi a percepire segnali anomali, a notare la presenza di cani in condizioni sospette, a osservare movimenti o comportamenti che le forze di polizia, da sole, non potrebbero rilevare con la stessa capillarità. In questo senso, la cittadinanza non è un destinatario passivo delle politiche di contrasto, ma un attore essenziale di un sistema che, per funzionare, deve essere necessariamente distribuito e radicato nella comunità. Investire nella sensibilizzazione della popolazione rappresenta una componente strutturale di qualsiasi strategia seria di contrasto al fenomeno.
Il Parlamento ha scelto di fornire un importante strumento a chi persegue simili obiettivi. Un segnale chiaro che lo Stato ha scelto di esserci, fianco a fianco con chi ogni giorno si spende in prima persona. Certo, il percorso è ancora lungo. Con l’approvazione del decreto attuativo del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, è stato compiuto un passo fondamentale per rendere pienamente operativo il meccanismo di sostegno. Resta ora essenziale continuare a investire nella formazione specialistica delle forze dell’ordine, un aspetto cruciale che, purtroppo, in questa prima fase non ha ricevuto copertura.
La strada, però, è tracciata. Il legislatore, con questi interventi, ha iniziato a colmare un vuoto. Sta ora a tutti noi, come società civile e come istituzioni, percorrerla fino in fondo, perché la giustizia per gli animali non sia più un’eccezione, ma una regola.
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