Il primo possibile, probabile, impatto su ambiente e diritti in Colombia dall’elezione del nuovo presidente eletto, l’ultraliberista Abelardo de la Espriella è che nel paese sudamericano rischia di aprirsi a breve una nuova stagione di colonizzazione delle foreste amazzoniche, nel sud-est, e del Chocó, la fascia costiera del Pacifico. Abelardo de la Espriella ha infatti annunciato l’intenzione di cancellare le Entidades territoriales indígenas (Eti), le entità di autogoverno che riconoscono alle comunità indigene il controllo sui propri territori ancestrali. Una decisione che, secondo organizzazioni ambientaliste e per i diritti umani, non riguarda solo l’architettura istituzionale del Paese, ma la sopravvivenza stessa di alcune delle foreste tropicali più importanti del pianeta e delle comunità indigene che le custodiscono.
Comunidades indígenas del Consejo Regional Indígena del Cauca (#CRIC) destacaron los avances alcanzados por la #URT durante estos cuatro años de Gobierno, reconociendo el trabajo que ha permitido fortalecer la restitución de derechos individuales y colectivos para las víctimas… pic.twitter.com/vMSVUFyRk6
— Unidad de Restitución de Tierras (@URestitucion) July 19, 2026
L’attesa per le comunità indigene cancellata in pochi mesi
Le Eti sono previste dalla Costituzione colombiana del 1991, che riconosce lo Stato come pluri-etnico e multiculturale e assegna ai popoli indigeni il diritto di amministrare i territori legalmente costituiti o ancestralmente occupati. Per oltre trent’anni, però, questo mandato costituzionale è rimasto lettera morta: la legge organica sull’ordinamento territoriale del 2011 non ha mai regolato la figura, lasciando un vuoto normativo.
A colmarlo, tra il 2024 e il 2025, ci ha provato il governo di Gustavo Petro, che ha avviato la formalizzazione delle Eti partendo dall’Amazzonia. Otto grandi territori indigeni nelle regioni di Guainía, Vaupés e Amazonas sono stati trasformati in Eti tramite decreto, con altri processi ancora in corso: nel complesso, le entità già formalizzate o in via di formalizzazione coprono circa 17 milioni di ettari, il 15 per cento del territorio nazionale. Non un’operazione calata dall’alto, ma il risultato di anni di lavoro con i consigli indigeni, delimitazione dei confini, censimenti e accordi interculturali con lo Stato.
Il nuovo presidente eletto ha una lettura opposta: per lui le Eti sono “territori federali” sottratti allo Stato centrale, dove la legge nazionale non entrerebbe e i fondi pubblici finirebbero nelle mani di alleati del governo uscente. In nome del principio di “una sola legge per tutti”, De la Espriella promette di derogare i decreti che le hanno istituite, riportandole sotto piena giurisdizione statale, senza però spiegare come intenda garantire l’autogoverno indigeno previsto dalla Costituzione.
Cosa rischiano foreste e diritti umani
A lanciare l’allarme più duro è l’organizzazione Guardiani della Foresta, che denuncia come la retorica del nuovo governo – che ha definito le Eti una “mafia ancestrale” – rischi di legittimare violenze già in corso sul terreno. L’organizzazione riferisce segnalazioni di omicidi, sequestri di massa di rappresentanti delle autorità tradizionali e posti di blocco armati che limiterebbero la libera circolazione lungo strade e fiumi, insieme a immagini di persone indigene uccise e mutilate. Guardiani delle Foreste chiede che queste denunce vengano verificate con urgenza dagli organismi nazionali e internazionali competenti, e si appella alle Nazioni Unite e alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani perché monitorino la situazione.
Se i decreti che sostengono le Eti verranno cancellati, le comunità indigene perderebbero gli strumenti formali per gestire bilanci propri – oggi alimentati da fondi pubblici per salute, educazione e acqua – e per partecipare alle decisioni su uso del suolo, infrastrutture e concessioni estrattive. Sul piano ambientale, questo si traduce in una maggiore esposizione a progetti minerari, energetici e agroindustriali decisi a livello centrale, spesso senza il consenso delle comunità: un fattore diretto di deforestazione e perdita di biodiversità.
Sul piano dei diritti umani, lo smantellamento metterebbe in discussione l’autodeterminazione dei popoli indigeni e il riconoscimento delle loro autorità tradizionali, lasciandoli più vulnerabili di fronte a gruppi armati e interessi illegali che già competono per il controllo di queste terre. La battaglia, avvertono giuristi e organizzazioni indigene, si sposterà ora sui tribunali: la Corte Costituzionale colombiana si è già espressa a favore del diritto dei popoli indigeni alla consulta previa sulle decisioni che riguardano i loro territori, e dovrà pronunciarsi anche sul tentativo di cancellare quanto costruito finora. Come ricorda Guardiani delle Foreste, “la difesa delle foreste passa dalla difesa dei popoli che le custodiscono da millenni”.
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