Cosa sta succedendo a Cuba dove la crisi umanitaria si fa sempre più grave

Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno aumentato la pressione economica su Cuba. La situazione è una crisi umanitaria drammatica.

Il 16 marzo a Cuba è collassata la rete elettrica nazionale. Le interruzioni di corrente nel paese in realtà andavano avanti in maniera sempre più frequente dall’inizio del 2026 ma ora la situazione sembra essere arrivata a un punto di non ritorno. È il risultato a cui ha portato anche la pressione messa in atto dagli Stati Uniti di Donald Trump.

La Casa Bianca ha minacciato dazi a chi dovesse vendere petrolio a Cuba e questo ha creato un deficit di carburante che sta stravolgendo ogni aspetto della vita quotidiana del paese. I trasporti sono paralizzati, la rete elettrica collassa, il cibo scarseggia e ha prezzi insostenibili, il turismo crolla. Per l’Onu Cuba rischia il “collasso umanitario” e nelle ultime settimane ci sono state le prime proteste da parte della popolazione, in un paese dove il dissenso è storicamente punito. Questo ha aumentato la pressione sul governo che ha annunciato di aver avviato negoziati con gli Stati Uniti.

I rapporti con gli Stati Uniti

Il blitz militare degli Stati Uniti in Venezuela, che ha portato all’arresto del presidente Nicolás Maduro e a un avvicinamento diplomatico tra Caracas e Washington, ha avuto conseguenze molto pesanti per Cuba. Lo stato socialista aveva nel Venezuela il principale alleato regionale e le relazioni tra i due paesi erano molto forti anche da un punto di vista commerciale, in particolar modo per quanto riguarda il petrolio. Cuba produce petrolio ma questo copre solo il 40 per cento del suo fabbisogno. Ecco perché il petrolio venezuelano ha sempre costituito un pilastro dell’economia e della (fragile) stabilità cubana, costantemente messa in discussione dalle decisioni del governo autoritario locale e dalle sanzioni statunitensi messe in atto a partire dal 1959, quando ci fu la rivoluzione

Alla nazionalizzazione delle proprietà statunitensi sull’isola da parte del regime di Castro rispose il presidente Usa John F. Kennedy con un embargo totale che ebbe non poche ripercussioni sull’economia di un paese dipendente dalle importazioni dagli Stati Uniti. Con il crollo dell’Unione Sovietica, da Washington arrivarono nuove sanzioni e minacce di ripercussioni verso paesi terzi che avessero commerciato con l’isola, che aveva perso il proprio principale partner commerciale ma che proprio in quel periodo strinse rapporti più forti con il Venezuela. Fu il presidente statunitense Barack Obama, a partire dal 2014, a mettere in atto una politica di disgelo con Cuba e ad allentare alcune sanzioni ma poi, con l’insediamento di Donald Trump, i rapporti sono tornati a essere tesi. Cuba per la sua sussistenza ha continuato a fare affidamento sul Venezuela e sugli altri paesi più ostili agli Stati Uniti ma con l’avvento del 2026 la situazione sull’isola si è fatta drammatica.

Il presidente statunitense Donald Trump ha dato il via a un’offensiva diplomatica contro Cuba. L’isola è stata definita una “minaccia insolita e straordinaria” e questo ha portato Washington ad annunciare dazi contro paesi, come il Venezuela e il Messico, impegnati storicamente nel commercio con L’Havana. Il risultato è che questi hanno effettivamente smesso di esportare verso Cuba facendola precipitare in una situazione economica e sociale disastrosa. Proprio l’obiettivo di Donald Trump, che ha prospettato un crollo economico a cui dovrà seguire la caduta del regime. Questo – apparentemente e a differenza del Venezuela e dell’Iran – senza un intervento militare.

La crisi umanitaria a Cuba

Lo stop alle importazioni di petrolio dal Venezuela e dal Messico ha stravolto la quotidianità cubana. Caracas copriva infatti il 35 per cento del fabbisogno mentre i pozzi messicani arrivavano a coprirne il 20 per cento. Dall’inizio dell’anno sono arrivate sull’isola solo due petroliere, una dal Messico e un’altra dalla Giamaica, e questo ha costretto il paese a contare solo sulla sua produzione nazionale, che come detto non è assolutamente in grado di soddisfare il fabbisogno energetico. La produzione si aggira attorno ai 40mila barili di petrolio al giorno a fronte di un fabbisogno superiore ai 100mila e anche se nelle ultime settimane sono stati fatti sforzi per aumentare l’estrazione le cose non sono cambiate in positivo.

Il governo cubano ha imposto una serie di misure di emergenza per far fronte a questa situazione. Sono state tagliate le corse dei mezzi pubblici, parecchie lezioni universitarie sono state trasferite online, è stata accorciata la settimana lavorativa per i dipendenti pubblici, sono stati chiusi alcuni resort turistici ed è stato comunicato alle compagnie aeree internazionali di atterrare a Cuba con abbastanza carburante per ripartire perché sull’isola non avrebbero potuto fare rifornimento. Diverse compagnie hanno cancellato o ridotto i voli verso L’Havana e questo ha avuto un impatto su uno dei pilastri dell’economia cubana, il turismo. La carenza di carburante ha portato anche al razionamento dell’energia elettrica e con il passare delle settimane i blackout, durati fino a venti ore consecutive, si sono fatti sempre più frequenti, fino all’ultimo collasso di tutta la rete del 16 marzo

Questa situazione ha messo ulteriormente in difficoltà un’economia già molto fragile, con il Pil che dal 2020 è crollato del 15 per cento e solo nel 2025 ha perso il 5 per cento. La valuta locale, quel peso cubano con cui vengono pagati gli stipendi pubblici, si è svalutata e questo rende ancora più difficile per la popolazione comprare le poche scorte di beni alimentari. Va meglio per chi detiene i dollari, altra valuta accettata sull’isola.

Proteste e negoziati

Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha detto di essere “estremamente preoccupato” per la situazione a Cuba e ha parlato del rischio di un “collasso umanitario”. Il 17 marzo una delegazione europea, a cui partecipano anche gli eurodeputati di Alleanza Verdi-Sinistra Ilaria Salis e Mimmo Lucano, si è unita alla Nuestra América Convoy to Cuba, una flotilla umanitaria in partenza per L’Havana per la consegna di medicinali e beni di prima necessità alla popolazione cubana.

Nel frattempo sull’isola nelle ultime settimane si sono moltiplicati i focolai di protesta contro il governo. Si tratta perlopiù di innocui cacerolazos, il battito sulle pentole dalle abitazioni quando ci sono i blackout. Ma nella città di Morón il livello della tensione si è alzato quando un gruppo di persone ha assaltato la sede locale del Partito Comunista, prendendolo a sassate e dando fuoco a barricate create in strada. La polizia ha arrestato cinque persone e il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha duramente condannato l’episodio in un paese dove la libertà di manifestazione e di dissenso sono fortemente limitate. Proprio Díaz-Canel ha anche ammesso che sono stati avviati negoziati con gli Stati Uniti per cercare di migliorare la drammatica situazione economica e sociale cubana. Più o meno in parallelo il governo ha annunciato la liberazione di 51 prigionieri politici detenuti nelle carceri del paese e si parla anche della possibilità per i cubani emigrati all’estero, almeno 2,5 milioni dal 2020, di possedere proprietà e attività commerciali sull’isola.

Piccoli segnali di apertura a Washington che ricalcano quelli di gennaio intrapresi, dopo la cattura di Maduro, dal Venezuela. E che sembrano effettivamente scongiurare un intervento militare statunitense sull’isola.

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