La partita sul petrolio del Venezuela è più complicata di come dice Trump

Il presidente Donald Trump ha lanciato un grande piano di investimenti per impossessarsi del petrolio del Venezuela. Ma le aziende del settore non sono convinte.

La partita sul petrolio del Venezuela è più complicata di quanto si potesse immaginare. A inizio gennaio gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco militare sul paese e catturato il presidente Nicolás Maduro, sostituito dalla vice Delcy Rodríguez. Donald Trump sin da subito ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo delle ricchissime riserve petrolifere venezuelane e ha anche convocato le principali compagnie internazionali per elaborare un piano di sfruttamento. Ma la situazione è più complessa di come sembra.

Decenni di nazionalizzazione, diaspora e sanzioni in Venezuela hanno impoverito notevolmente il comparto petrolifero e per rimettere la macchina a pieno regime servono investimenti ingenti e parecchio tempo. Questo, insieme all’instabilità politica del paese, può scoraggiare le compagnie petrolifere a impegnarsi nell’impresa venezuelana. A questo si aggiunge la transizione energetica, con le previsioni di abbassamento della domanda di petrolio dopo il picco globale previsto per il 2030.

La mappa dei maggiori giacimenti di petrolio al mondo, con il Venezuela al primo posto @ Mehmet Yaren Bozgun/Anadolu via Getty Images
La mappa dei maggiori giacimenti di petrolio al mondo, con il Venezuela al primo posto @ Mehmet Yaren Bozgun/Anadolu via Getty Images

Il blitz Usa in Venezuela

Il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno condotto un attacco militare in Venezuela che si è concluso con la cattura del presidente Nicolás Maduro. La capitale Caracas è stata colpita da una serie di raid aerei, avvenuti in parallelo a un blitz di terra delle forze speciali statunitensi, e nel corso dell’operazione sono morte almeno un centinaio di persone. Maduro è stato deportato negli Stati Uniti insieme alla moglie, dove verranno processati con l’accusa di legami con il narcotraffico.

L’operazione statunitense era nell’aria da parecchio tempo. Da mesi l’amministrazione Trump accusava Maduro, senza fornire prove credibili, di interferire nella politica statunitense e di far parte di un cartello della droga di cui non è chiara nemmeno l’esistenza. A partire dall’estate gli Stati Uniti hanno iniziato a bombardare imbarcazioni venezuelane accusate di trasportare sostanze stupefacenti e il bilancio è stato di 22 navi colpite e 87 morti, con attacchi definiti particolarmente brutali. A un certo punto Washington ha mobilitato navi e altri mezzi della Marina, inviandoli al largo delle coste del Venezuela. Poi, a dicembre, ha sequestrato alcune petroliere accusate di trasportare petrolio venezuelano all’estero aggirando le sanzioni internazionali. Prima è toccato alla Skipper, una nave con una portata lorda di 320.000 tonnellate, poi sono state sequestrate altre cinque petroliere. Infine, l’amministrazione di Washington ha comminato sanzioni ad altre petroliere e ad alcune delle persone vicine al regime Maduro.

La corsa al petrolio 

Con la cattura di Nicolás Maduro, il potere è passato nelle mani della vice Delcy Rodríguez. Che ha mostrato sin da subito una certa voglia di dialogare con gli Stati Uniti. E ha dato una risposta positiva su uno dei temi più caldi relativi al paese, quello dei prigionieri politici. Con una decisione presentata come un “gesto unilaterale di pace”, il presidente del parlamento Jorge Rodríguez ha annunciato la liberazione di centinaia di persone recluse per ragioni politiche. Tra questi anche gli italiani Alberto Trentini, Mario Burlò, Luigi Gasperin e Biagio Pilieri.

Mentre il dialogo tra il presidente Trump e la presidente Rodríguez sugli scenari politici futuri del Venezuela va avanti in maniera sorprendentemente positiva, la vera partita che riguarda il paese è oggi quella del petrolio. Il paese ha le più grandi riserve di petrolio al mondo, oltre 300 miliardi di barili che corrispondono a circa un quinto della produzione globale. Negli anni Novanta l’industria petrolifera venezuelana viveva il suo periodo d’oro, con la produzione di 3,5 milioni di barili di greggio al giorno. Poi le cose sono cambiate e tra scarsi investimenti, strutture sempre più obsolete, carenza di personale qualificato a causa della consistente emigrazione del paese e una crisi economica sempre più soffocante anche per le pesanti sanzioni internazionali, la produzione petrolifera è crollata.

Negli ultimi tempi il Venezuela è sceso sotto i mille barili di petrolio prodotti al giorno, meno dell’1 per cento della produzione globale. Subito dopo la cattura di Maduro, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato che Washington avrebbe preso in gestione i siti petroliferi venezuelani per aumentare drasticamente la produzione e far scendere il prezzo del petrolio statunitense a 50 dollari al barile. Ha anche annunciato l’arrivo negli Stati Uniti di qualcosa come 30-50 milioni di barili.  Ma il suo piano si sta rivelando più difficile del previsto.

Chiamata agli investimenti

Il petrolio venezuelano è diverso dagli altri. È particolarmente denso e viscoso, dovuto al fatto che è composto da molecole più pesanti e strutturalmente più complesse. Inoltre è ricco di zolfo. Questi due aspetti complicano la sua lavorazione, perché da una parte servono passaggi aggiuntivi per diluirlo rispetto a un petrolio più leggero come quello scovato del sottosuolo statunitense, e dall’altro occorrono processi di depurazione dello zolfo che sono particolarmente costosi, oltre che dannosi per l’ambiente. 

In generale, insomma, produrre carburante e materiale per l’industria chimica dal petrolio venezuelano richiede infrastrutture specializzate, tempi più lunghi e costi maggiori. In realtà gli Stati Uniti sono attrezzati per gestire questo tipo di sostanza, dal momento che nel secolo scorso, quando gli affari con il Venezuela andavano bene, erano state costruite diverse raffinerie specializzate proprio nella lavorazione di petrolio pesante. Questo però non risolve i problemi di estrazione del petrolio dal sottosuolo venezuelano, dovuti ai problemi infrastrutturali e di manodopera. 

La società di consulenza globale Rystad Energy ha stimato che la spesa totale necessaria per riportare la produzione del Venezuela a 2 milioni di barili al giorno potrebbe raggiungere i 183 miliardi di dollari e ci potrebbe volere fino al 2040. Una parte dovrebbe metterla lo Stato venezuelano, ma per il resto servono investimenti da parte delle compagnie private internazionali. E qui stanno sorgendo altri problemi.

Un percorso a ostacoli

Il 9 gennaio il presidente Donald Trump ha incontrato alla Casa Bianca i dirigenti di una ventina di queste per incoraggiarli a investire nel paese. C’erano la Chevron, l’unica azienda statunitense del settore che ha continuato a operare in Venezuela negli ultimi anni, ma anche l’italiana Eni. E quello che è emerso sono sentimenti generali di incertezza e reticenza a investire nel paese, dovuti tanto alla cronica instabilità politica del paese quanto alla scarsa profittabilità di questi investimenti in un momento in cui il costo del petrolio è molto basso.

Oltre a questo si pone il tema della transizione energetica. L’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) prevede che la domanda di petrolio a livello globale potrebbe raggiungere il picco intorno al 2030 e poi iniziare a calare sotto la pressione della mobilitazione per il clima e dell’adozione di auto elettriche e altre pratiche sostenibili, soprattutto a partire dalla Cina e dall’India. Dal momento che quello nel petrolio venezuelano è un investimento con orizzonti di profitto a lungo termine, il rischio per le aziende del settore non è di poco conto. E se anche il piano dovesse avere successo, il calo del prezzo del petrolio dovuto all’incremento massiccio della produzione venezuelana andrebbe a colpire gli stessi trivellatori statunitensi. Che per un piano di rientro profittevole dei loro investimenti avrebbero invece bisogno, secondo le stime, di prezzi al barile ben più alti dei 50 dollari prospettati da Trump. Che vuole abbassare i costi per i consumatori e dare slancio, tramite il calo del costo dei combustibili, all’industria statunitense. Ma che deve fare i conti con le profonde trasformazioni, e l’instabilità, dello scenario globale nel prossimo futuro.

Siamo anche su WhatsApp. Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.

Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.

L'autenticità di questa notizia è certificata in blockchain. Scopri di più
Articoli correlati