Crisi di governo, cosa succede ora che è stata presentata la mozione di sfiducia

Dopo il voto sull’alta velocità che ha diviso la maggioranza, è scoppiata la crisi di governo. La Lega ha presentato una mozione di sfiducia nei confronti del premier Giuseppe Conte. Cosa significa e quali sono i possibili sviluppi.

Dal giorno dopo lo strappo all’interno della maggioranza sul Tav si può ormai parlare di crisi nel governo italiano. Ad aprirla è stata la Lega, che ha presentato in Senato una mozione di sfiducia al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dopo che il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini, con una nota, non aveva lasciato più spazio a equivoci: “Andiamo subito in Parlamento per prendere atto che non c’è più una maggioranza, come evidente dal voto sul Tav e dai ripetuti insulti a me e alla Lega da parte degli ‘alleati’, e restituiamo velocemente la parola agli elettori”. Martedì 13 agosto il Senato si è riunito per votare il calendario dei lavori dei prossimi giorni, e ha confermato per il 20 agosto le comunicazioni in aula del presidente del Consiglio Conte. Il giorno dopo Conte sarà invece alla Camera dei deputati, che il il 22 agosto ha in programma l’esame del disegno di legge sul taglio dei parlamentari.

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Da sinistra Di Maio, Conte e Salvini © Antonio Masiello/Getty Images

Le cause dell’attuale crisi di governo

La mozione contro il completamento dell’alta velocità Torino-Lione, presentata dal Movimento 5 stelle e bocciata dal Parlamento, secondo la Lega è stata l’ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso che negli ultimi tempi si era riempito di polemiche e di punti di vista troppo diversi tra i due partner di governo su molti punti: il Tav appunto, ma le infrastrutture in generale, la questione rifiuti (la Lega era per la costruzione di nuovi inceneritori per risolvere il problema nell’immediato, M5s per un piano più a lungo termine ma basato sull’economia circolare), ma anche la riforma della giustizia (giudicata troppo leggera dalla Lega), la manovra economica per il prossimo anno (la Lega avrebbe voluto aumentare il deficit per tagliare le tasse, il ministro dell’Economia Giovanni Tria era orientato a una maggiore prudenza per non sforare con i conti) e il progetto di autonomia differenziata per le Regioni, fortemente voluto dai leghisti ma per il quale M5s temeva ripercussioni sule regioni del sud e sulla centralità dello Stato.

Alcune dichiarazioni

Per la Lega dunque ormai “è inutile andare avanti a colpi di no e di litigi, come nelle ultime settimane: gli italiani hanno bisogno di certezze e di un governo che faccia, non di ‘signor no’. Dopo questo governo ci sono le elezioni”. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non è intenzionato a dimettersi senza prima presentarsi in Parlamento e sottoporsi al voto di fiducia delle Camere. Da Palazzo Chigi ha replicato a Salvini dicendo che “noi abbiamo lavorato, agli italiani dovremo dire la verità”. L’altro vicepremier, Luigi Di Maio, da parte sua ha assicurato che il Movimento 5 stelle è pronto ad assumersi le proprie responsabilità e tornare al voto. Prima però vorrebbe portare a termine il taglio del numero dei parlamentari, che è già stato approvato alla Camera ma che necessita di un ulteriore passaggio al Senato.

Quali sono adesso i possibili scenari

Naturalmente non saranno i due vicepremier a decidere se e quando si tornerà alle urne: scogliere le Camere e indire nuove elezioni è una prerogativa che spetta esclusivamente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il prossimo passo sarà dunque la riapertura straordinaria delle Camere in pieno agosto per un voto di fiducia sul governo. Se, come sembra, non ci sarà più una maggioranza – con i leghisti pronti a votare no – a quel punto la parola passerà al Quirinale, che prima di sciogliere le Camere verificherà la possibilità di formare un nuovo governo, anche di minoranza oppure formato da tecnici, che traghetti il paese alle elezioni non prima della prossima primavera, anche alla luce del fatto che nell’ultimo trimestre ci sarà da affrontare la manovra economica e che andare al voto in quel contesto sarebbe molto complicato.

Leggi anche: Referendum costituzionale, Matteo Renzi si dimette dopo la vittoria del no

Giuseppe Conte rimette l'incarico a Sergio Mattarella.
Sergio Mattarella © Ernesto S. Ruscio/Getty Images

Non è la prima volta che accade

Sono molti i precedenti in tal senso, a partire da quelli della scorsa legislatura, che si aprì nel 2013 con il governo guidato da Enrico Letta, cui seguì prima Matteo Renzi e infine, dopo la vittoria del no al referendum costituzionale, Paolo Gentiloni: in tutti i casi fu il presidente della Repubblica ad assegnare l’incarico al nuovo premier senza sciogliere le Camere. Ancora più eclatante fu, nel 2011, la caduta del governo Berlusconi, dimessosi a causa dello spread altissimo: anche in quel caso, l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano optò per un governo tecnico appoggiato da una maggioranza completamente diversa da quella precedente, guidato da Mario Monti, piuttosto che per il ritorno anticipato alle urne. Solo nel caso in cui non ci fossero maggioranze disponibili, allora l’ultima opzione sarebbe effettivamente il voto.

Foto in apertura © Antonio Masiello/Getty Images
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