Desertificazione, la Cop17 in Mongolia punta a invertire la rotta

Passare dalle promesse a risultati misurabili: è l’impegno della Cop17 sulla desertificazione in corso a Ulan Bator, in Mongolia.

“Restaurare la terra, restaurare la speranza”. Lo slogan scelto per la diciassettesima Conferenza mondiale sulla desertificazione delle Nazioni Unite (Cop17) punta a sottolineare il fatto che dal suolo dipende buona parte della nostra vita e della nostra ricchezza. Per questo, tutelarlo è fondamentale per garantire benessere alle prossime generazioni.

“La terra è la nostra infrastruttura più vitale”

A partecipare alla conferenza – che è iniziata lunedì 17 agosto a Ulan Bator, capitale della Mongolia, e terminerà venerdì 28 – sono 197 nazioni di tutto il mondo, assieme a rappresentanti della società civile, della comunità scientifica e delle organizzazioni internazionali. L’obiettivo è invertire una tendenza che lega assieme desertificazione, perdita di biodiversità e cambiamenti climatici: tra fenomeni strettamente interdipendenti.

“La terra è la nostra infrastruttura più vitale, poiché garantisce sicurezza alimentare, accesso all’acqua, mezzi di sussistenza e stabilità economica”, ha sottolineato Yasmine Fouad, segretaria esecutiva della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (Unccd). Quando i suoli si degradano, dunque, inevitabilmente si perdono risorse, aumenta la concorrenza per accaparrarsi quelle rimanenti, si generano perdite e si innescano dinamiche di migrazioni di massa.

Il 75 per cento del suo globale è già degradato

“Con la Cop17 in Mongolia – ha aggiunto Fouad – vogliamo inviare un messaggio forte. ‘Restaurare la terra, restaurare la speranza’ non è soltanto una questione ambientale, ma una proprietà in materia di sviluppo e resilienza. Di fronte all’intensificarsi della siccità e all’accelerazione del degrado dei suoli, la conferenza ha il compito di promuovere soluzioni concrete e realizzabili”.

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La Cop17 sulla desertificazione si tiene in Mongolia © Anastasia Rodopoulou/Iisd/Enb

Il problema della desertificazione è d’altra parte crescente, alimentato dall’aumento della temperatura media globale, dall’inquinamento e dal consumo di suolo. Nel linguaggio comune, quando parliamo di desertificazione si immaginano dune di sabbia tipiche del Sahara: in realtà la definizione ufficiale indica il “degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche, attribuibile a varie cause, inclusi i cambiamenti climatici e le attività umane”.

Secondo l’Atlante globale della desertificazione, pubblicato nel 2018 dal Centro comune di ricerca della Commissione europea, oltre il 75 per cento del suolo globale è già in qualche misura degradato. Una percentuale, già altissima, che potrebbe arrivare al 90 per cento entro il 2050. Ogni anno, d’altra parte, si degradano 4,18 milioni di chilometri quadrati in tutto il mondo: qualcosa come la metà della superficie dell’Unione europea, soprattutto in Asia e Africa.

Tutelare le terre significa garantire risorse e stabilità politica ed economica

Ne discende un calo della produttività agricola, che minaccia la sicurezza alimentare nonché la stabilità politica ed economica, in particolare nelle regioni più minacciate. Per questo occorre una presa di coscienza da parte dei governi di tutto il mondo. L’Unccd, organismo nato nel 1992 a seguito del Summit della Terra di Rio de Janeiro, in Brasile, ha il compito in questo senso di trovare soluzioni tecniche ma anche finanziarie per invertire la rotta.

“La Cop17 non deve cadere nella ripetizione di vecchi impegni ma accelerare nel renderli concreti, trasformandoli in risultati misurabili”, ha chiesto il primo ministro della Mongolia Uchral Nyam-Osor. La speranza è che il consenso globale sia tale da riuscire a raggiungere tale obiettivo.

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