Il governo ha pre-approvato il decreto: arrivano i “reati qualificati” contro l’ambiente. Un passo avanti ma sanzioni ancora esigue.
Avevamo due anni di tempo, e probabilmente ce la faremo per un pelo. Perché l’Italia sta finalmente per recepire la direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente, che aggiorna e rafforza le norme contro gli eco-reati, che il Parlamento europeo aveva adottato il 27 febbraio 2024: i paesi membri avevano 24 mesi di tempo per adeguarsi, e ormai manca davvero poco. La corsa contro il tempo in realtà non è ancora finita, perché il decreto legislativo che ratifica la direttiva europea è stato approvato solo “in esame preliminare” ma il grosso è fatto.
Il testo europeo che l’Italia dovrà ricalcare prevede aggiornamenti anche sul piano sanzionatorio per infrazioni come il commercio illegale di legname, il prosciugamento o lo sfruttamento illecito delle risorse idriche e le violazioni delle normative sull’uso di sostanze chimiche pericolose: ambiti spesso al centro di traffici transnazionali e che contribuiscono direttamente alla perdita di biodiversità e all’aggravarsi della crisi climatica.
Che cosa prevede la direttiva europea
Tra i passi in avanti introdotti dalla direttiva rientra l’inclusione dei cosiddetti “reati qualificati”, quelli di maggiore gravità, comparabili per effetti sistemici ai casi di ecocidio: un passaggio rilevante perché riconosce, almeno sul piano giuridico, che non tutti i danni ambientali sono equivalenti e che alcune condotte producono conseguenze irreversibili sugli ecosistemi.
Sul piano dell’attuazione nazionale, il decreto rafforza inoltre la responsabilità amministrativa delle imprese, estendendo il catalogo dei reati ambientali rilevanti, oggi previsti in un decreto del 2001. A rispondere dei reati saranno non solo le persone fisiche, ma anche società, enti e associazioni, anche prive di personalità giuridica, nel cui interesse o vantaggio i reati siano stati commessi, con un adeguamento delle sanzioni ai principi europei di effettività e proporzionalità. Un altro elemento centrale è l’introduzione del principio di sostegno e assistenza agli informatori e alle informatrici (i cosiddetti whistleblower) che denunciano reati ambientali spesso difficili da individuare dall’esterno nell’ambito di procedimenti penali
Sarà coinvolta anche l’antimafia
La direttiva impone inoltre agli Stati membri di organizzare corsi di formazione specializzati per forze dell’ordine pubblici ministeri, di elaborare strategie nazionali di contrasto alla criminalità ambientale e di promuovere campagne di sensibilizzazione rivolte all’opinione pubblica. In questa direzione va anche la previsione italiana della Strategia nazionale di contrasto ai crimini ambientali, che dovrà essere adottata entro il 2027 e aggiornata periodicamente.
Sul versante dell’applicazione concreta delle norme, il decreto italiano istituisce un Sistema di coordinamento nazionale per il contrasto alla criminalità ambientale, che coinvolgerà il Procuratore generale della Cassazione, i procuratori generali presso le Corti d’appello e il Procuratore nazionale antimafia, per migliorare lo scambio di informazioni e rendere più efficaci e tempestive le indagini su fenomeni criminali complessi, spesso diffusi su più territori. Il passo compiuto in extremis dunque è importante, ma la reale efficacia delle nuove norme dipenderà da come verranno applicate, e da quale sarà il vero livello delle sanzioni: un fattore verificabile solo da qui al prossimo mese.
Sanzioni: il nodo ancora aperto
Da vedere però se verranno confermate le criticità mostrate dalla direttiva europea per quanto riguarda le sanzioni per le grandi imprese. La direttiva stabilisce che le multe possano arrivare al 3 o 5 per cento del fatturato annuo mondiale, oppure – in alternativa – a importi fissi compresi tra 24 e 40 milioni di euro. Un tetto massimo che lascia agli Stati membri ampi margini di scelta. Secondo Legambiente per esempio, pur apprezzando l’impegno del governo nel rispettare i tempi di recepimento della direttiva, lo schema di decreto presenta lacune rilevanti. In particolare, non vengono recepite alcune disposizioni europee che impongono sanzioni penali più severe per reati come il traffico di specie protette, lo sfruttamento illegale delle risorse idriche e la commercializzazione di prodotti legati alla deforestazione. Rischi che, se non corretti in Parlamento, potrebbero indebolire l’efficacia complessiva della tutela penale dell’ambiente. Il rischio, evidenziato a suo tempo da diverse organizzazioni ambientaliste, è che per le multinazionali queste cifre risultino poco dissuasive e vengano considerate un costo accettabile rispetto ai profitti derivanti da attività illegali. In assenza di sanzioni realmente proporzionate alla capacità economica dei grandi gruppi, la tentazione di “mettere in conto” la violazione delle norme ambientali resta elevata.
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