Sono quattro le epidemie in Repubblica Democratica del Congo. Il nuovo focolaio di ebola potrebbe far cadere il Paese in una catastrofe senza precedenti.
L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha decretato un’emergenza sanitaria internazionale. Già 90 i morti e centinaia i casi sospetti.
In Repubblica democratica del Congo e in Uganda è scoppiata una nuova epidemia di Ebola. I decessi ufficiali sono già 90 e i contagi centinaia ma le difficoltà nel raccogliere i dati fanno temere che i numeri possano essere molto più grossi.
L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha detto che non ci sono ancora i presupposti per parlare di pandemia ma ha decretato un’emergenza sanitaria internazionale. Anche perché per la specie di virus in circolazione ora, che si chiama Bundibugyo, non esiste un vaccino e anche i sistemi di test non sono affidabili.
Il primo caso della nuova epidemia di ebola risale al 24 aprile scorso. Un operatore sanitario della provincia di Ituri ha sviluppato febbre, emorragie, vomito e forte malessere ed è deceduto nel giro di pochi giorni in un centro medico a Bunia. Il monitoraggio dell’Organizzazione mondiale della sanità è stato avviato solo due settimane più tardi, il 5 maggio, e questo ha favorito la circolazione del virus. Ora i numeri parlano di 330 casi sospetti, di cui solo otto confermati da analisi di laboratorio, e 90 decessi, di cui due in Uganda. Dei casi ufficiali diversi appartengono a personale sanitario e questo fa presupporre che il contagio si sia verificato nelle strutture ospedaliere.
L’Ebola è una malattia causata da sei virus differenti scoperti a partire dagli anni Settanta e per lo più associati ai pipistrelli della frutta. Negli ultimi anni ci sono state diverse epidemie, ben diciassette solo nella Repubblica democratica del Congo, causate perlopiù dal virus Zaire, che ha un tasso di mortalità particolarmente alto. Altre specie sono il Sudan, responsabile di nove epidemie di cui l’ultima nella provincia di Kasai nel 2025, e il Tai forest. Oggi in circolazione ci sarebbe una quarta specie del virus, chiamata Bundibugyo, che ha un tasso di mortalità fino al 50 per cento. Gli esseri umani infetti trasmettono la malattia attraverso fluidi corporei come vomito, sangue e sperma e a oggi era successo solo altre due volte, nel 2007 e nel 2012, che ebola si manifestasse attraverso il virus Bundibugyo.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha parlato di un’epidemia “potenzialmente molto più estesa di quella attualmente rilevata e segnalata, con un significativo rischio di diffusione a livello locale e regionale”. E ha definito la situazione un’emergenza di sanità pubblica internazionale. Questo significa che l’epidemia costituisce un rischio non solo per il paese in cui si è sviluppata, in questo caso la Repubblica democratica del Congo, ma anche per gli altri stati visto che il rischio di diffusione transnazionale è alto. I due decessi registrati in Uganda ne sono la conferma.
L’area colpita dalla nuova epidemia di ebola, la provincia nordorientale dell’Ituri, è caratterizzata da conflitti che comportano continui spostamenti di popolazione e milizie verso i vicini Sud Sudan e Uganda. Questo potrebbe aver favorito la circolazione del virus e la sua diffusione oltreconfine ma i problemi di sicurezza costituiscono anche un ostacolo al lavoro sanitario sul campo. Il fatto che la specie di ebola sia quella del Bundibugyo complica poi le cose perché gli unici vaccini sviluppati finora riguardano la specie Zaire. Anche i test utilizzati per individuare la malattia sono stati sviluppati solo per questa specie ed è dunque probabile che molti contagi stiano sfuggendo al monitoraggio visto che l’unico modo per individuare la specie Bundibugyo è attraverso l’invio dei campioni all’Istituto nazionale di ricerca biomedica di Kinshasa che necessita di giorni se non settimane per processarli.
Lo status di emergenza di sanità pubblica internazionale implica per gli stati coinvolti la predisposizione di una serie di misure di contenimento del contagio, come lo stop ai grandi eventi pubblici. L’Oms ha però rassicurato che non ci sono margini per sfociare in una pandemia e questo fa sì, per esempio, che non sia in programma la chiusura dei confini tra i paesi coinvolti. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha annunciato lo stanziamento di 500mila dollari per sostenere la risposta all’epidemia mentre il personale specializzato dell’agenzia Onu sta seguendo i paesi interessati con attività di consulenza sulle modalità di risposta. Come ha denunciato Atul Gawande, ex alto funzionario dell’Usaid, l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale chiusa lo scorso anno da Donald Trump, i tagli alle agenzia e il ritiro degli Stati Uniti dall’Oms potrebbero aver contribuito a ritardare la risposta all’epidemia di ebola in corso, favorendone la diffusione.
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