Le minacce non vengono mai da sole. C’è chi ha sfruttato ebola per vendere più carbone

Il colosso americano del carbone Peabody Energy ha utilizzato il caso ebola per la sua campagna di marketing che punta a rilanciare l’uso del carbone come risorsa energetica per risolvere le crisi umanitarie.

Non è immaginazione. C’è chi ha sfruttato l’epidemia di Ebola per sponsorizzare il carbone. Peabody Energy, colosso statunitense del carbone con interessi minerari in tutto il mondo, durante una conferenza internazionale sul carbone ha presentato il legame tra carbone ed ebola per promuovere il proprio prodotto come una risposta alla devastante emergenza sanitaria in Africa. L’iniziativa di marketing era stata inserita in una più ampia strategia di sviluppo per riposizionare il carbone come “combustibile del 21esimo secolo” che può contribuire a risolvere la povertà globale.

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L’Organizzazione mondiale della sanità stima che oltre 28mila persone l’anno scorso abbiano contratto l’ebola in un focolaio del virus in Africa occidentale e che i morti superino gli 11mila casi, anche se la stessa agenzia internazionale ritiene che il dato sia probabilmente sottostimato (settembre 2015).

 

 

Secondo quanto riportato dal Guardian, Greg Boyce, amministratore delegato di Peabody, a settembre 2014 durante la sua presentazione alla conferenza ha inserito una slide con la quale suggeriva che un maggior uso di energia avrebbe contrastato la diffusione del virus e stimolato la distribuzione di un ipotetico vaccino contro l’ebola, vaccino che per altro non esiste ancora. A sostegno delle sue affermazioni Boyce, ha citato la tesi di un esperto di malattie infettive dell’Università della Pennsylvania, il dottor Harvey Rubin. Il medico contattato dal Guardian ha detto di “non saper nulla sull’industria del carbone”, di non aver mai sentito parlare della società e che il suo nome è stato associato alla vicenda in modo errato.

Gli esperti di salute pubblica che sono stati coinvolti nella lotta alla diffusione del virus si sono indignati delle affermazioni di Peabody. “Non vi è alcun merito apparente o prove a sostegno di tale tesi”, ha detto Irwin Redlener, direttore del National centre for disaster preparedness della Columbia University e consigliere della Casa Bianca per l’intervento degli Stati Uniti nella crisi. “Peabody ha obiettivi aziendali molto specifici ed espliciti. Penso sia un salto piuttosto esagerato che a partire da una crisi globale si cerchi di giustificare l’esistenza di una società interessata alla produzione e vendita del carbone”. Redlener ha poi concluso: “Penso che il tentativo di mettere in relazione il proprio interesse aziendale a una così grande crisi di salute pubblica sia opportunista e un po’ disperato”.

 

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La compagnia ha replicato dicendo che Boyce aveva semplicemente sottolineato come la scarsità di energia sia collegata alla possibilità di combattere l’ebola in alcune nazioni-chiave con poco accesso alle reti e nelle quali le strutture sanitarie usano i generatori per approvvigionarsi di energia elettrica.

Ma la Peabody Energy è già tristemente nota per utilizzare drammi umanitari per suoi fini di lucro. Il Wwf aveva infatti denunciato lo scorso anno la compagnia alla giuria dell’etica pubblicitaria del Belgio sostenendo che nella pubblicità apparsa sulle pagine economiche del Financial Times la società afferma che il Carbone è la “risposta alla crisi umanitaria e ambientale della povertà energetica”. La pubblicità, inserita nella campagna “Advanced Energy for Life”, recitava infatti “Andiamo a illuminare i tanti volti della povertà energetica globale”.

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