Diritti umani

Nel campo profughi di Kutupalong, in Bangladesh, tra le donne rohingya vittime di violenza

Le donne rohingya, scappate dal Myanmar, sono costrette a vivere in condizioni disumane e a subire violenze difficili da raccontare. Qui ci prova chi è stato nei campi profughi in Bangladesh.

Cox’s Bazar, Bangladesh. “Era mattina, stavo pregando con mia sorella. Sono entrati, ci hanno picchiate, spogliate e violentate”, Fatima ha 15 anni, occhi scuri e un velo rosa che copre in parte i lunghi capelli neri. “Non so quanti fossero, forse una decina”, il 10 agosto un centinaio di nazionalisti e militari birmani hanno attaccato Kyet Yoe Pyin, piccolo villaggio dello stato di Rakhine. “Abbiamo urlato e pianto. Quando i soldati ci hanno lasciate ci siamo strette l’una all’altra. I vicini ci hanno rivestite”.

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I genitori di Fatima sono morti durante l’assalto. Una leggera penombra domina la tenda del campo profughi di Kutupalong, dove la ragazza vive adesso. Il nipotino di un anno dorme sereno su un telo adagiato per terra, mentre un fornello scalda l’acqua per il tè. “Sono arrivata il primo settembre. Dopo tre giorni di cammino, attraverso la foresta, abbiamo raggiunto il fiume Naf e siamo passate in Bangladesh”, la quindicenne, come altri 600mila rifugiati rohingya dall’ottobre 2016, ha lasciato il Myanmar per raggiungere i campi profughi allestiti nel distretto di Cox’s Bazar, a 400 chilometri a sudest di Dacca.

Cosa succede nel campo profughi di Kutupalong

Kutupalong è un’immensa tendopoli, che unita a quella di Balukhali conta più di 500mila abitanti. Il campo ha progressivamente mangiato porzioni di foresta sempre più grosse per sopperire al bisogno di materiale da costruzione e aree edificabili. Ma anche i numeri del dramma sono incerti. Mentre ufficialmente il numero di rifugiati, secondo le stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifiugiati (Unhcr), arrivati in Bangladesh dall’ottobre del 2016 supera di poco le 600mila unità, ufficiosamente il dato che viene fatto trapelare è di un milione.

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Su Faira, 13 anni, è arrivata da due giorni in Bangladesh con i tre fratelli, il padre e la madre © Davide Lemmi

“Ci hanno tenute per cinque giorni in uno stanzone – Miriam ha 14 anni, viene dal villaggio di Hainda Par – Eravamo una quarantina di donne. Entravano e ci violentavano. Ci hanno usate finché non eravamo da buttare”. La ragazza è stata rastrellata dopo l’ennesimo attacco al villaggio, “I miei genitori erano in casa quando ci hanno assaliti. Hanno sparato un missile, mio padre e mia madre non sono più usciti”. Miriam ha vagato per due giorni nella foresta prima di tornare a Hainda Par. Lì è stata raccolta dai pochi abitanti rimasti nel villaggio. Adesso vive a Kutupalong con quelli che erano i suoi vicini di casa.

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Le strade dei campi profughi rohingya in Bangladesh si assomigliano tutte. Si inerpicano strette, polverose e fangose su rilievi di trenta metri, prima di buttarsi in piccole valli in cui confluiscono acque maleodoranti e inquinate. La tenda di Assima, vent’anni, si trova su un’altura coperta da qualche albero sfuggito alla necessità di reperire materiale di costruzione. Quattro bambini giocano all’esterno con una bottiglia di plastica legata ad uno spago. Una donna si reca ad una delle pompe installate dal governo e dalle ong per recuperare acqua potabile.

“Siamo arrivati il 29 agosto, Tula Tuli era il nostro villaggio”, Assima si fa piccola nell’angolo della tenda in cui è seduta. “Non è la prima volta che venivamo attaccati dai militari”. L’area di cui è originaria la ragazza è una delle più colpite dagli attacchi dei militari e dei nazionalisti. “Abbiamo sentito gli spari e le urla, così siamo usciti e abbiamo visto ciò che stava accadendo – il fratello della rifugiata rohingya abbassa lo sguardo, mentre gli occhi di Assima si bagnano di lacrime -, sparavano alle persone e poi li buttavano nei canali che circondano il villaggio. Hanno ucciso un bambino di quattro mesi e lo hanno gettato in una fossa. La madre si è immersa nei corpi per recuperarlo e hanno ammazzato anche lei”.

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Una rifugiata rohingya attraversa uno specchio d’acqua nel campo di Kutupalong © Davide Lemmi

Il racconto di Su Faira, 20 anni

Catturate dai soldati, le donne sono state portate in un’abitazione non lontano dal villaggio, “A gruppi di quattro o cinque venivamo violentate e picchiate”. Una volta libera, Assima ha raggiunto il fratello, recuperato quel poco che era rimasto e dopo tre giorni di cammino è arrivata al confine con il Bangladesh.

Anche Su Faira ha vent’anni. Indossa un niqab nero che lascia scoperti gli occhi, mentre racconta la sua esperienza. “Mio marito è stato arrestato quattro anni fa. Una mattina, il 24 agosto, i soldati sono venuti al villaggio e mi hanno detto che mi avrebbero accompagnata a riprenderlo”, ma il viaggio non è terminato con un ricongiungimento, Su Faira è stata portata nella foresta. “Eravamo quattro donne, ci hanno fatto scendere dal camioncino e hanno abusato di noi per ore – la ragazza non ha più notizie dal marito, non sa neanche se sia vivo o morto – poi mi hanno rilasciata. Ero a pezzi. Dopo un giorno di cammino sono tornata dalla mia bambina di quattro anni e dai miei genitori”. La rifugiata rohingya adesso vive in una tenda di Kutupalong, “Condividiamo lo spazio con un’altra famiglia. Ora siamo qua, ma mia figlia ha bisogno di medicine e cibo”.

Arafa vive a poche centinaia di metri dalla tenda di Su Faira e della sua bambina. Superato un campo di riso e un canale, divenuto fogna a cielo aperto, la ragazza di 15 anni attende l’arrivo degli ospiti sulla soglia di “casa”. “Era fine agosto quando sono arrivati al villaggio, non ricordo il giorno – Arafa ha paura, è ancora sotto shock -. Hanno bruciato le case e siamo scappati. C’era confusione. Non ricordo”. La rifugiata rohingya è stata tenuta due giorni in una cella, subendo violenze e sevizie da parte dei militari birmani. Tornata al villaggio di Pook Kul ha ritrovato i genitori. Adesso vive con loro.

“Abbiamo messo a disposizione medici e psicologi per avviare un percorso di recupero, ma è ancora troppo poco, i casi sono tantissimi e c’è da vincere una vergogna insita nelle vittime”, il dottor Mahdi è il direttore delle operazioni sul campo per la Health management BD Foundation, una ong che ha creato dei rifugi per le donne rohingya che hanno subìto violenza. “Noi operiamo a Balukhali, 50mila persone, ma solo nella nostra area, che è un terzo del campo, diamo aiuto a circa 200 casi”, conclude il dottore.

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Zaida ci aspetta nella madrasa, la scuola islamica, allestita all’entrata del campo profughi di Kutupalong. “Hanno ucciso mio figlio, poi hanno bruciato il corpo davanti ai miei occhi”, la rifugiata, 21 anni, adesso vive con la figlia di sei anni in una tenda poco distante.“Mi hanno presa due giorni più tardi”. Zaida, scappata da Saiman Par dopo il primo attacco, è stata catturata in un altro villaggio dove si era rifugiata. I militari l’hanno portata in un centro di cui non conosce il nome, né la posizione.

L’incidente di Zaida

“Ho passato due giorni in un’abitazione”, la ragazza non parla esplicitamente di stupro, usa il termine incidente per descrivere le violenze subite.“Quando mi hanno rilasciata ho preso mia figlia e ho raggiunto il Naf river”. Dopo aver aspettato un giorno sulla spiaggia birmana, la donna ha trovato un barca disposta a trasportarla dall’altra parte, “Ma il proprietario è scappato, derubandoci di quel poco che avevamo portato con noi, e lasciandoci in balia della corrente per cinque o sei ore”.

Alle quattro e mezzo di pomeriggio un sole rosso comincia a tramontare su Kutupalong. Il traffico che costeggia il campo profughi si intensifica. Dopo le cinque è vietato rimanere. Volontari e membri di ong lasciano Kutupalong, mentre gli abitanti rimangono soli. Soli con le loro storie e i loro fantasmi.

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