Il Festival au Désert deve tornare in Mali

Fra i supporter per il ritorno del festival au Désert nel Paese ci sono anche artisti occidentali fra cui Bono, grazie ai quali si stanno attivando piani di finanziamento dagli Stati Uniti.

Per circa dieci anni la scena della musica world internazionale aveva un punto di riferimento nello sconfinato deserto sahariano: Essakane, oasi tra le dune del deserto del Mali, a 65 chilometri da Timbuktu. Qui, infatti, dal 2003 per nove edizioni (dopo le prime tre itineranti) si è svolto il Festival au Désert (Festival nel Deserto), omaggio alla cultura e alla musica locale e africana. Purtroppo bisogna parlare al passato, perché le edizioni del 2013 e 2014 non si sono potute svolgere a Essakane a causa del ritorno degli scontri in Mali che, dopo una tregua diventata pace fattiva dal 1996, si è nuovamente inasprita, raggiungendo il suo picco proprio nel 2012 con la più violenta rivolta che si ricordi nel Paese.

 

Il Festival au Désert è, dunque, tornato a essere itinerante suo malgrado e non per omaggiare la tradizione Tuareg visceralmente attaccata al nomadismo. Anzi, il Festival era nato proprio in conseguenza alla pace ritrovata, come nuova espressione dei Takoubelt o Temakannit, i raduni annuali alla fine della stagione nomade durante i quali i Tuareg erano soliti incontrarsi e socializzare con canti e danze. La cultura nomade era celebrata nella tre giorni di Essakane con un programma serale (tradizionalmente chiuso dai Tinariwen, il combo Tuareg di folk elettrico più noto al mondo) tutto dedicato alla musica che vedeva esibirsi più di trenta artisti provenienti da tutto il continente africano, ma anche dal mondo. Negli anni, infatti, aveva attirato l’attenzione anche di musicisti occidentali come Manu Chao, Damon Albarn e Robert Plant, che nel 2003 aveva dichiarato: “È una delle poche cose oneste a cui ho partecipato dopo molto, molto tempo. È meraviglioso suonare nella sabbia. Non ci sono porte, cancelli o denaro. Mi ha ricordato perchè iniziai a cantare. Non è commerciale”.

 

festival

 

Dunque, per volere del suo direttore artistico Manny Ansar, il festival vive ancora in maniera itinerante come Caravan for Peace, perché per Manny la musica è la linfa vitale del Mali, l’anima della terra, l’aria che respirano i suoi connazionali. Il caravan ha percorso oltre quattromila chilometri di strade spesso sterrate e attraversato i confini, ma Manny non vuole rinunciare al suo sogno di un ritorno del festival a Timbuktu, incoraggiato ogni giorno dall’esercito di musicisti e cantanti che suonano canzoni di pace a dispetto di terrore.

 

Manny Ansar ha ora una speranza in più. Come riporta il The Guardian, un grande piano di rivalutazione di Timbuktu è in programma con un finanziamento di 80 milioni di dollari stanziati per la costruzione di un grande polo universitario, fulcro di ricerca e cultura nel cuore pulsante del deserto. Secondo il ministro della cultura del Mali, N’Diaye Ramatoulaye Diallo, l’università dovrà farsi ambasciatrice e garante della cultura millenaria del Paese, così troppe volte minacciata dalla guerra (fra tutti gli episodi di violenza, si ricorda il fuoco alla biblioteca appiccato dai ribelli islamici in ritirata dalla città, con la perdita di migliaia di manoscritti storici di inestimabile valore) e sarà solo l’apice di una serie di progetti di sviluppo della città pronti a rilanciare l’economia del Nord del Mali e coordinati dal Timbuktu Renaissance Action Group, .

 

Photo by Prince Claus Fund
Photo by Prince Claus Fund

 

Nonostante molti rifugiati abbiano fatto ritorno a Timbuktu, in troppi continuano a sentirsi insicuri e l’economia è rallentata da strascichi di violenza. La città è ancora troppo pericolosa per i turisti e la disoccupazione è all’ordine del giorno. In questa ottica, lo storico Festival au Désert potrebbe essere la spinta che serve per rilanciare l’economia legata al turismo. Il governo del Mali è già in trattative con filantropi e finanzieri internazionali, e fra i supporter per il ritorno del Festival au Désert ci sono anche artisti occidentali fra cui Bono, grazie ai quali la notizia del progretto di rinascita sta arrivando anche negli Stati Uniti, favorendo piani di finanziamento internazionali. Come ha affermato Diallo: “Negli Stati Uniti ora tutti parlano della rinascita di Timbuktu e la cultura è il fulcro di questa rinascita. È incredibile. Si tratta di un progetto da sogno che spero possa presto diventare realtà”.

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