Il lato rosa della vela

Una veleggiata ecologica vista con occhi femminili, il diario di bordo di Olimpia De Casa.

In barca a vela sono sempre andata sin da piccola. Più volte, tanto per diletto quanto per lavoro, mi è capitato di navigare a bordo di piccole imbarcazioni ma anche di imbarcazioni da regata. Ciò che non mi era mai capitato era di poter trascorrere tre giorni e due notti a bordo di un Akilaria RC1 con all’attivo due giri del mondo e il secondo piazzamento alla Global Ocean Race del 2012. Al timone, allora come oggi, Marco Nannini. L’occasione, troppo ghiotta per farsela scappare, mi è arrivata dal progetto Verde come Vela, il viaggio a tappe della barca di Nannini – promosso da Boat Ecology e patrocinato dal Ministero dell’Ambiente, dal Ministero dello Sviluppo Economico e dall’organizzazione no profit Kyoto Club –che ha lo scopo di mostrare come sia possibile ridurre in maniera significativa l’impatto sull’ambiente del navigare grazie all’innovazione tecnica adottata e alla condotta quotidiana dei membri d’equipaggio.

 

All’arrivo in banchina, a Viareggio, pronta per la mia prima tappa, mi unisco al resto dell’equipaggio (ben sei uomini) e salgo a bordo consapevole di rappresentare l’unica quota rosa della missione. Non mi scoraggio ma intuisco immediatamente che il mezzo in questione è più spartano di quanto immaginassi. Comprendo immediatamente di trovarmi su un’imbarcazione/laboratorio, provvista di una quantità di tecnologie e apparati superiore a ogni aspettativa. Riconosco con facilità i tre pannelli solari inseriti sulla tuga e ai lati della stessa, la pala eolica sistemata a poppa al centro dei timoni e gli strumenti per la navigazione ai lati della discesa sottocoperta. Alzo gli occhi al cielo e anche il radar a metà albero ha il potere di tranquillizzarmi, rientrando tra gli “aggeggi” a me conosciuti. Entro allora per sistemare il mio zaino e ad accogliermi trovo uno spazio piuttosto grande completamente aperto con un enorme pannello con schermi, radio e strumenti a fare gli onori di casa. Mentre mi domando quale sarà la mia cabina mi rispondo che non avrò una cabina, semplicemente perché non ne esistono. Solo cuccette, due a poppa e due nella V di prua per sette persone. Nessuna porta e nessuna privacy, nessun lavandino e tantomeno tavolo o divani. Scoprirò solo a sera inoltrata che il mio letto sarà un giaciglio di fortuna, in quel momento adibito alle vele.

 

Alle 11,20 salpiamo alla volta di Cala dei Medici. Con noi è nel frattempo salito Antonio Perfetti, responsabile di gestione Area marina protetta secche della Meloria, che raggiungiamo a vela col pilota automatico inserito, il mini eolico e il pannello solare sopravento in funzione. Le condizioni, una bella brezza di Maestrale e tanto sole, consentono infatti di sperimentare le due fonti di energia alternativa.

 

Con tutte le utenze attaccate (computer compresi) carichiamo 6 e consumiamo 10; siamo quindi in deficit di 4 Ampere ora (Ah). La velocità della barca (circa 6 nodi) ci consente di inserire la nostra terza fonte di energia. Sistemiamo sul supporto sottovento l’idrogeneratore in modo che l’elica sia completamente immersa e possa lavorare e verifichiamo immediatamente che all’andatura di bolina larga la barca non ha praticamente perso in velocità, passando da 6 a 5,8 nodi, e che, dato per me straordinario, siamo passati da un deficit di 4 Ah a un più 6. In sostanza, con eolico, fotovoltaico e idrogeneratore in funzione non solo siamo autosufficienti ma produciamo un surplus di energia che ci consente di ricaricare le batterie di bordo.

 

È in questo preciso momento che la parte dell’adulto sicuro di sé, controllato e saggio, lascia tutto il palcoscenico alla bambina con gli occhi che brillano dalla meraviglia di fronte alla nuova conquista. Il resto del viaggio ha d’ora in avanti un sapore diverso. Non solo non stiamo inquinando ma siamo in grado di autogenerarci, a livello energetico e a livello di psiche.

 

La veleggiata termina a Rosignano, dove arriviamo a metà pomeriggio. Una volta a terra l’obiettivo per me più urgente è diramare la notizia del giorno e condividere con quante più persone possibili quanto vissuto.
L’indomani, dopo una notte trascorsa su una sorta di tappetino molto poco imbottito, rannicchiata in strati di felpe e giacca impermeabile per difendermi dall’umidità del contesto di cui sopra, salpiamo alla volta di Punta Ala, dove arriviamo al calar del sole dopo 40 miglia di navigazione poco impegnativa.

 

Il giorno successivo, per me l’ultimo dell’avventura, è tutto dedicato alla divulgazione e condivisione del progetto Verde come Vela. Nonostante il ritmo frenetico dato dal considerevole numero di persone da incontrare, mi rendo conto sin dal primo colloquio che il dialogo sarà più istintivo e spontaneo dell’immaginato: l’equipaggio tutto è talmente entusiasta dei risultati conseguiti in navigazione che trasmette le proprie certezze e la propria soddisfazione con una tale convinzione e passione da catturare istantaneamente l’interlocutore.

 

Stesse percezioni nei momenti delle interviste video dove, però, ho vissuto un vero e proprio momento di panico. A microfoni aperti e inquadrature pronte mi rendo conto che per la prima volta da quando faccio questo lavoro affronto l’interlocutore e la telecamera nelle condizioni in cui si può trovare una persona che per tre giorni e due notti è vissuta in una barca da regata estrema, sotto il solleone, tra sale, vento e capi intrisi di mare. Dopo un tentativo frettoloso e maldestro di rassettarmi, lascio perdere e affido tutto solo alla mia professionalità.

 

Olimpia De Casa

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