Il messaggio dei nativi

La cultura occidentale è oggi è in profonda crisi. Troppo polarizzata sull’aspetto materiale dell’esistenza e sull’infallibilità della propria scienza.

Nei confronti di tutto quanto era diverso dal proprio modo di
vivere e di vedere il mondo, l’atteggiamento dominante della
cosiddetta cultura occidentale è stato caratterizzato da
grettezza, presunzione e ignoranza. Nel valutare ogni nuova cultura
incontrata – i nativi d’America, le tribù africane, gli
aborigeni australiani, gli indios dell’Amazzonia – sono sempre
stati presi in considerazione gli elementi più superficiali
e appariscenti: i vestiti, o la loro mancanza, i rituali religiosi,
spesso considerati dispregiativamente “animisti”, i valori,
così poco attenti al senso individuale di proprietà,
e la tecnologia, quasi inesistente.

Se fino ad ora era dato per scontato che questi fossero i parametri
relativi al grado della civiltà, oggi si comincia a
riconoscere che quasi tutte queste culture, sbrigativamente e
paternalisticamente definite come “primitive”, hanno elementi
estremamente evoluti e maturi in altri ambiti. Nell’ordinamento
sociale, per esempio, più attento a donne, anziani e
bambini; nel rapporto con la natura, considerata con rispetto e
amore; nei valori, che diventano parte integrante della vita
quotidiana; nella cura del corpo e della psiche, concepita in modo
olistico; nell’apertura alla dimensione spirituale, vissuta in modo
più libero, più profondo e più autentico.

La cultura occidentale è oggi è in profonda crisi.
Troppo polarizzata sull’aspetto materiale dell’esistenza e
sull’infallibilità della propria scienza, ha
difficoltà nel trovare risposte in ambiti non misurabili e
quindi nel riconoscere un senso della vita al di fuori dei valori
legati all’avere, anzi al possedere.
Ma queste risposte “non misurabili”, che parlano di dimensioni non
dimostrabili, fanno invece parte di tutte quelle culture snobbate e
considerate con folkloristica accondiscendenza. Non a caso
l’attrazione per l’etnico diventa sempre più forte nella
società contemporanea, perché a qualche livello,
sentiamo che quelle culture hanno capito qualche cosa di più
di noi della vita, e che forse possiamo impararlo, se ci
avviciniamo in un altro modo al loro pensare e, soprattutto,
sentire.
Ai tempi della “conquista del west” e della perdita di
libertà, autonomia e territorio, da parte dei nativi
d’America, una profezia aveva annunciato loro che avessero saputo
mantenere viva la loro tradizione per sette generazioni, sarebbe
giunto il momento in cui, proprio grazie ad essa avrebbero aiutato
l’uomo bianco a ritrovare un rapporto di equilibrio e armonia con
il resto dell’umanità e con la natura.

Ed è proprio questo il principio comune a culture di popoli
così lontani e diversi, il fatto di non aver incentrato
tutta la loro vita solo sulla mente, ma di aver lasciato ampio
spazio ai rapporti umani, all’affetto, al rispetto, al piacere di
stare insieme; e ampio spazio al corpo, senza ingabbiarlo in rigidi
abiti e piccole case, senza costringerlo a una scrivania per tutto
il giorno, senza privarlo di movimento e di luce del sole; e ampio
spazio all’immateriale, al sogno, all’intuizione, alla percezione
delle energie sottili che permeano la realtà, al rispetto
per la vita, alla riverenza per il divino, all’amore per la terra
su cui viviamo e di cui facciamo parte.
Queste sono le lezioni che abbiamo da imparare da chi è su
questo pianeta in modo diverso dal nostro, e ci può aiutare
a ridare interezza alla nostra concezione della vita e a ritrovare
una via di evoluzione più rispettosa degli altri, di noi
stessi e del mondo in cui viviamo.

Marcella
Danon

Immagine: Moon Flower, di R. C.
Gorman

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