Kiss the Sky – James Marshall Hendrix

Il nuovo universo sonoro di James Marshall Hendrix, 65 anni fa nasceva….

La storia del rock, e di sicuro quella della chitarra elettrica,
forse andrebbe divisa in una prima e un dopo Hendrix. La sua
apparizione è stata una meteora durata solo quattro anni, ma
in grado di stravolgere e ampliare le possibilità e i
confini dello strumento principe del rock aprendo un nuovo universo
sonoro fatto di distorsioni, feedback, wah-wah, delay. Effetti
ricercati sia nelle ore passate in studio (Hendrix a volte dormiva
con accanto la chitarra), sia sul palco.

Alla radice di tutto, comunque, c’è il blues, inteso non
solo come musica, ma come esperienza vissuta, a partire dagli anni
trascorsi sulle strade di Seattle, dove James Marshall Hendrix
nacque nel 1942 da un incrocio di sangue Cherokee, nero e
messicano.

A 11 anni il padre gli regala la sua prima chitarra elettrica,
inizierà a imparare con quella, da autodidatta. Qualche anno
dopo l’adolescente Hendrix sperimenta un breve vagabondaggio
durante il quale si guadagna da vivere suonando, finché non
decide di arruolarsi nell’esercito. Finirà a fare il
paracadutista in Germania. A 21 anni si congeda e entra seriamente
nel giro della musica, all’inizio come session man. Suona tra gli
altri con Little Richard, Wilson Pickett, Tina Turner, Albert King
e gli Isley Brothers.

Di tutte le esperienze fatte durante la gavetta citiamo
solamente l’incontro con Chas Chandler, già bassista degli
Animals, che lo porta con sé a Londra e gli costruisce
attorno un trio formato dal bassista Noel Redding e dal batterista
Mitch Mitchell. Era nata la Jimi Hendrix Experience.

Ben presto diviene chiaro che Hendrix ci sa fare anche in studio
e le nuove sofisticate tecniche di registrazione e montaggio sono
già palesi nell’album di debutto “Are you experienced?”,
uscito nel 1967.

La svolta della popolarità avviene però nel giugno
dello stesso anno, quando anche gli americani si accorgono di lui.
In quella che sarà ricordata come l’Estate dell’Amore
Hendrix sale sul palco del Festival di Monterey come uno
sconosciuto e ne scende come una star. In mezzo c’è una
performance incendiaria nel senso letterale del termine. Hendrix
infatti conclude l’esibizione dando fuoco alla sua Stratocaster. Un
gesto (sacrificale) mai avvenuto prima, e che non aveva niente a
che vedere con l’esibizionismo di molti emuli.

Alla fine del ’67 esce il secondo album “Axis: bold as love” e
dopo un anno il doppio “Electric Ladyland”, per molti il capolavoro
di Hendrix.

Nel ’69 gli Experience si sciolgono, un po’ per tensioni
interne, un po’ per pressioni esterne. Il primo ad andarsene fu
Redding, sostituito da Billy Cox, con cui Hendrix salì sul
palco di Woodstock. La sua versione stravolta dell’inno nazionale
rimarrà per sempre nella colonna sonora di quel periodo
unico della storia americana.

Con l’ingresso di Buddy Miles al posto di Mitch Mitchell,
Hendrix fondò la Band Of Gypsies. L’album omonimo,
registrato dal vivo, è decisamente sconvolto e, secondo il
modesto avviso di chi scrive, non al livello dei precedenti.

Hendrix muore il 18 settembre del ’70 dopo aver ingerito dei
barbiturici. Sulle circostanze della morte sono stati scritti fiumi
d’inchiostro, e le tesi dell’incidente, del suicidio e addirittura
del complotto politico continuano a rincorrersi.

Grazie alla mole di registrazioni incise da Hendrix sono decine
i dischi a suo nome pubblicati in questi 37 anni. Alcuni sono molto
buoni (generalmente quelli autorizzati dalla famiglia, segnaliamo
in particolare “Blues” e “First Rays of the New Rising Sun”), altri
sono bootleg di cattiva qualità in cui a volte è
dubbia perfino la paternità di chi suona.

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