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Questo nuovo paradigma di MacLean, esplicita che abbiamo tre cervelli, ognuno dei quali rappresenta un momento evolutivo ben preciso della storia umana
Quando questa teoria, uscì dal ristretto ambito scientifico, per diffondersi nel corso degli anni Settanta tra gli intellettuali di tutto il mondo, esercitò un tale fascino da trasformarsi persino nella trama di un film che fece epoca: “Mon oncle d’Amerique” di Alain Resnais.
Secondo il neurologo Paul MacLean, il nostro cervello è costituito da tre componenti distinte, ognuna delle quali rappresenta un momento evolutivo ben preciso della specie umana. Un po’ come succede in un sito archeologico o con gli strati geologici delle montagne, anche il nostro cervello sarebbe il risultato finale di tre sedimenti stratificatisi durante l’evoluzione:
Il primo corrisponde al cervello rettile ed è sede degli istinti primari e di funzioni vitali come per esempio il controllo del ritmo cardiaco e respiratorio; il secondo corrisponde nella scala evolutiva al cervello dei mammiferi, specie di quelli più antichi ed è coinvolto nell’elaborazione delle emozioni; il terzo, più recente, è esclusivo dei primati ed è sede di tutte le funzioni cognitive e razionali.
Pur se perfettamente coordinate tra loro, queste tre aree sarebbero, secondo MacLean, indipendenti l’una dall’altra e in grado di dominarsi reciprocamente. L’idea, in sostanza, che la corteccia cerebrale dominasse e coordinasse l’intero funzionamento del cervello, veniva così a cadere. In altre parole, la teoria dei tre cervelli obbligava a riformulare tutte le ipotesi fino allora avanzate sull’elaborazione dei pensieri e sulle cause dei comportamenti nell’essere umano, ivi inclusa la malattia.
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