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Al Museo da Vinci di Milano, l’appuntamento annuale promosso da Delicius, azienda con oltre cinquant’anni di storia nelle conserve ittiche.
L’11 giugno 2026 si è tenuta al Museo nazionale scienza e tecnologia Leonardo da Vinci di Milano la quinta edizione di Be Blue – The Sea Conference. Un pomeriggio che ha riunito ricercatori universitari, analisti di mercato, rappresentanti della grande distribuzione organizzata e biologi marini.
Considerare Be Blue un evento di settore è riduttivo. Dal 2022 Be Blue allarga il perimetro del discorso al mare come sistema, con tutto ciò che comporta in termini di filiera, impatto, conoscenza. Lo sa bene Irene Rizzoli, amministratore delegato di Delicius, che delinea con chiarezza la posizione dell’azienda: mettere il mare al centro significa fare scelte di filiera coerenti, lavorare sulla consapevolezza delle risorse, diffondere una cultura del consumo che non sia solo commerciale. Delicius è oggi una società benefit (una forma giuridica che integra obiettivi economici e responsabilità verso persone, comunità e ambiente) e Be Blue ne è la testimonianza.
Be Blue sa che la tutela del mare passa dalla tutela per il pesce, specialmente quello azzurro che è di vitale importanza per la biodiversità marina. Il pesce azzurro è una specie a ciclo vitale breve che sostiene l’ecosistema e assorbe le pressioni ambientali, proteggendo specie più vulnerabili dallo sfruttamento intensivo. In più, offre un’elevata densità nutrizionale e un accumulo di metalli pesanti più basso rispetto ai grandi predatori.
Tuttavia, in questo momento, il pesce azzurro ha due problemi da scontare: il prezzo ritenuto troppo alto e la complessità nel cucinarlo. Per cui, il trend è inevitabile: le vendite di alici e sgombri calano, mentre quelle dei molluschi crescono, perché non hanno spine e non richiedono dimestichezza in cucina. Il pesce azzurro fresco sconta però una barriera d’uso, che un metodo come la conserva azzererebbe.
Questo è esattamente il punto di attrito che Be Blue 2026 ha messo al centro della discussione con NielsenIQ, Selex, VéGé e Crai: il pesce azzurro in conserva è un prodotto che risolve la difficoltà di preparazione e il costo. Le conserve ittiche di qualità trovano una collocazione sempre più rilevante nel momento in cui le famiglie cercano un equilibrio tra preparazione casalinga e praticità, e quando la trasformazione è comunicata come un fattore che facilita il consumo. Eppure il lavoro di categoria (assortimento, claim, packaging) resta incompleto. Matteo Bonù di NielsenIQ ha mostrato come i claim legati a salute e provenienza stiano diventando una leva concreta di orientamento all’acquisto: il consumatore si muove, ma ha bisogno di strumenti per farlo.
Aumentare il commercio di pesce azzurro ha dietro una ragione umanissima, cioè quella di migliorare l’apporto nutrizionale delle persone nel proprio regime alimentare. Uno degli interventi di Be Blue 2026 proviene dall’Università di Parma, dove Martina Cirlini, docente di chimica degli alimenti, ha presentato i risultati di un anno di ricerca sulle conserve Delicius. Il punto cruciale è la vitamina D. Il pesce azzurro è una delle pochissime fonti alimentari naturali di vitamina D, elemento essenziale per la salute ossea e per il corretto funzionamento del sistema immunitario, spesso carente nella popolazione generale. La vitamina D è una molecola molto stabile che non viene danneggiata dal calore o dalla cottura e resiste alla conservazione prolungata degli alimenti, quindi si trova anche negli alimenti conservati in scatola come sardine e sgombro.
Quest’anno la questione più spinosa è arrivata dal contributo di Stefano Pogutz di One Ocean Foundation e SDA Bocconi, che ha posto una domanda: quanto conoscono il proprio impatto sul mare le aziende? Lo studio Business Awareness and Response to Ocean Challenges suggerisce che la consapevolezza dichiarata è alta, ma la traduzione in comportamenti concreti è ancora parziale.
Il contesto non è tranquillizzante. Nel Mediterraneo ogni anno 230mila tonnellate di pescato vengono scartate e rigettate in mare, il 75 per cento degli stock ittici è sovrasfruttato. La pesca a strascico disturba il fondale marino, rilascia carbonio immagazzinato nei sedimenti e contribuisce al degrado degli ecosistemi profondi. L’Ue ha già fissato un divieto dello strascico entro il 2030, ma intanto la pressione sulle specie continua. Anche sulle alici cominciano a notarsi gli effetti della sovrapesca: la dimensione media della specie è sempre più piccola, a dimostrazione che cambiamento climatico e pesca eccessiva stanno lasciando il segno. Delicius si distingue in questo con un posizionamento chiaro su scelte di filiera, criteri di approvvigionamento e tipo di pesca sostenuto.
Valorizzare il pesce azzurro resta fondamentale, soprattutto in un momento in cui il mare diviene sempre più alleato. Un invito alla curiosità verso l’esplorazione del mare lo rivolge Roberto Danovaro, professore di biologia marina all’Università Politecnica delle Marche e presidente della Fondazione Patto con il mare per la terra, prima di aggiungere che il mare che è stato mappato corrisponde a meno del 25 per cento del fondale oceanico globale. Ma indagare il mare significa persino riconoscerne le trasformazioni della sua biodiversità. Alcune specie tipiche del sud Italia, come il pesce pettine per esempio, diventano più comuni anche in alcune aree del centro (ma anche nord) Italia, come le Marche, per via dei cambiamenti climatici. E trasformano sì le acque, ma anche l’alimentazione delle persone.
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