Che fine fanno i rifiuti sanitari? Il viaggio invisibile di una filiera essenziale

Per aghi, garze e altri rifiuti sanitari, le procedure sono molto delicate. EcoEridania gestisce questa macchina complessa, essenziale per tutelare ambiente e salute.

Una siringa dopo un’iniezione, i guanti usati durante un prelievo, le garze sporche dal dentista, i medicinali scaduti ritirati dalle farmacie. Sono rifiuti che incrociamo continuamente senza farci troppo caso, ma che non possono certo essere smaltiti nella normale raccolta differenziata. Ma che fine fanno una volta usciti da ambulatori e ospedali?

In Italia, secondo i dati dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), la produzione di rifiuti sanitari si aggira sulle 246mila tonnellate all’anno. Sono una piccola frazione dei 164 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, ma richiedono procedure particolarmente rigorose sul fronte normativo e della sicurezza.

EcoEridania nasce a Genova nel 1988 per occuparsi proprio di questo. Da allora ha ampliato le proprie attività, arrivando a gestire anche altre tipologie di rifiuti – dai residui industriali ai farmaci invenduti – che restano fuori dal radar della maggior parte delle persone, ma richiedono processi di gestione complessi a tutela dell’ambiente e della salute.

Dopo l’ospedale: il destino (poco noto) dei rifiuti sanitari

Basta guardarsi attorno, all’interno di ospedali e ambulatori, per notare che ci sono contenitori diversi. Questo perché materiali potenzialmente infettivi, aghi e oggetti taglienti e altri rifiuti sanitari devono seguire percorsi separati fin dal momento della raccolta. Una volta sigillati, vengono ritirati da operatori specializzati e stoccati temporaneamente in strutture dedicate, prima di essere trattati e smaltiti. Alcuni materiali vengono prima sterilizzati, altri passano direttamente agli impianti autorizzati. Tra le destinazioni finali c’è l’incenerimento, in alcuni casi con recupero energetico.

È una macchina logistica poco visibile ma enorme. Soprattutto, è molto regolata visto che questi materiali possono contenere agenti infettivi, residui farmaceutici o sostanze chimiche. EcoEridania si occupa di tutti questi passaggi. Lavora direttamente con gli ospedali e le Aziende sanitarie locali tramite gare d’appalto, oppure con i singoli ambulatori, laboratori di analisi, case di riposo, cliniche, studi estetici e tatuatori. Sono realtà molto diverse, ma hanno qualcosa in comune: non possono gestire da sole i propri rifiuti e nemmeno rivolgersi a decine di operatori diversi, vista la quantità di procedure e controlli richiesti.

Sempre continuando a occuparsi di rifiuti sanitari, nel corso degli anni EcoEridania ha allargato il raggio d’azione. Oggi gestisce anche rifiuti industriali e, a partire dal 2017, ne fa parte anche il Centro nazionale del reso farmaceutico di San Giuliano Milanese. È lì che arrivano molti dei medicinali scaduti, invenduti o ritirati dal mercato, provenienti da farmacie, parafarmacie o grossisti (è dunque un percorso diverso da quello dei medicinali che le persone consegnano negli appositi bidoni). Ritirare questi medicinali è soltanto il primo passo, perché ogni confezione dev’essere registrata, controllata e documentata per poter erogare i rimborsi. Solo a quel punto si passa allo smaltimento.

Gestire i rifiuti non basta: bisogna costruire una cultura della sostenibilità

Negli anni, EcoEridania è diventata il primo operatore italiano del settore con 20 società controllate, 33 filiali e piattaforme di stoccaggio in 14 regioni, circa 1.700 dipendenti, oltre 1.100 mezzi di proprietà e 449 milioni di euro di fatturato. Serve circa 28mila clienti e gestisce una rete composta da termovalorizzatori, impianti di sterilizzazione, piattaforme di trattamento e depuratori distribuiti in tutt’Italia. Ma la crescita del gruppo ha portato anche un cambio di prospettiva: non limitarsi più a gestire i rifiuti quando ormai esistono già, ma intervenire prima, lavorando su prevenzione, informazione e consapevolezza.

“Gestire correttamente i rifiuti è il nostro mestiere, ma oggi non è più sufficiente guardare solo alla fase finale del processo. C’è ancora poca consapevolezza su ciò che accade ai materiali lungo tutta la filiera e sul valore che possono generare se gestiti in modo corretto. Per questo abbiamo scelto di affiancare al nostro lavoro industriale anche un impegno sul fronte della divulgazione: raccontare la sostenibilità in modo semplice, concreto e fondato sui fatti significa contribuire a una maggiore consapevolezza, senza semplificazioni o slogan”, spiega il presidente Andrea Giustini. È il segnale di come anche un settore tecnico e spesso invisibile stia cercando di uscire dai propri confini, portando al centro del dibattito pubblico temi ambientali che incidono sulla vita quotidiana di tutti.

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