La missione di Shin Sasakubo: salvare il monte sacro dal business del cemento

Il chitarrista giapponese Shin Sasakubo racconta attraverso canzoni, video e fotografie lo sfruttamento del monte sacro Buko, sventrato dall’estrazione del calcare.

Dopo anni trascorsi in Perù, il chitarrista, fotografo e artista d’avanguardia Shin Sasakubo è tornato nei luoghi della sua infanzia per sensibilizzare la comunità locale sulle condizioni del monte sacro Buko, mina(ccia)to dall’industria del cemento. Situata a meno di due ore da Tokyo nella valle di Chichibu, la “montagna di Dio” per secoli è stata meta di pellegrinaggi ed è tuttora una delle destinazioni spirituali ed escursionistiche preferite dai giapponesi. Ma, al tempo stesso, è anche una delle risorse minerarie più importanti per l’economia del paese.

 

Facciata del monte sacro Buko oggi
Il monte Buko come si presenta oggi, sfregiato dalle miniere di calcare

 

Shin Sasakubo è cresciuto ascoltando musica classica e contemporanea, ma anche le esplosioni di dinamite sulle pendici del Chichibu che rimbombano ogni giorno alla mezza. Tuttavia, si è reso davvero conto di quello che sta accadendo alla montagna dalla forma piramidale nel 2008, rientrato da Lima dove per quattro anni ha studiato musica popolare andina. “Per noi bambini le esplosioni erano come campane che segnalavano l’ora di pranzo”, ha raccontato al quotidiano Japan Times. “Non sapevamo di assistere all’esecuzione di un oggetto di culto”.

 

Monte Buko negli anni Sessanta
Ecco com’era il monte Buko negli anni Sessanta, quando i segni degli scavi non erano ancora così evidenti

 

Documentare per sensibilizzare

Durante il suo soggiorno in Perù, Shin Sasakubo si è dedicato ad approfondire lo studio di musica andina e alla comprensione della visione del mondo secondo la sua gente. Negli anni successivi, si è impegnato nella diffusione della musica peruviana e dei suoi compositori. Mentre si trovava in un remoto villaggio delle Ande, ha aperto gli occhi sulla sua identità. “Desideravo qualcosa che non mi apparteneva. Ho pensato che non mi sarei mai potuto immergere completamente in culture diverse da quella in cui sono nato”.

 

Shin Sasakubo suona la chitarra classica, ha pubblicato 27 album ed è esperto di musica andina
Shin Sasakubo con la sua inseparabile chitarra acustica

 

Da quel momento Sasakubo ha deciso di raccontare il monte Buko attraverso la propria arte, girando un cortometraggio nel 2015 e grazie a una raccolta fotografica pubblicata lo scorso luglio. Ha ideato il gruppo artistico Chichibu vanguard school, mentre il suo ultimo album discografico, il ventisettesimo in carriera, include un brano di sola chitarra dedicato al Miyamasukashi-yuri, un giglio selvatico endemico sempre più raro sul monte sacro.

 

Come molte altre montagne ricche di calcare in Giappone, il monte Buko contribuisce alla modernizzazione della nazione dai primi del Novecento. A oggi – riporta il JT – quasi 500 milioni di tonnellate di materia prima sono state estratte dalle sue colline per produrre il cemento richiesto dalle infrastrutture di Tokyo. Gli scavi in corso, iniziati negli anni Venti, hanno lasciato un segno indelebile: la cima del monte, in principio alta 1.336 metri, ora misura 1.304 metri. La sua facciata, ormai sfregiata dai terrazzamenti di pietra grigia, ha indotto alcuni abitanti a chiamarlo Scarface, in riferimento al film culto con Al Pacino.

 

Shin Sasakubo fotografa la foresta alle spalle del monte Buko
Shin Sasakubo impegnato nelle riprese all’interno della foresta di Chichibu

 

Ciò che però distingue questa montagna da ogni altra cava del cemento in Giappone è il suo significato spirituale per la regione. Leggende di santi e asceti da sempre permeano le vette di Chichibu. Oltre ai suoi 33 antichissimi templi, il monte Buko era venerato come dimora di divinità che proteggevano i contadini del posto dalle calamità naturali e garantivano la fertilità dei loro campi.

 

E proprio mentre ricercava sul campo le sue radici culturali, Sasakubo ha scoperto un antico canto popolare sulla pioggia che gli agricoltori intonavano durante i periodi di siccità. La pratica si è estinta negli anni Sessanta, quando la parte rocciosa dove si svolgevano i rituali della pioggia è stata fatta esplodere dai minatori. “È stato uno shock sapere come un luogo tradizionale per la preghiera sia stato distrutto in quel modo”, ha detto. “Non sono contro l’industrializzazione, ma mi sono posto alcune domande”.

 

Finora i suoi progetti di sensibilizzazione sono stati accolti con indifferenza dalla comunità locale, non ancora pronta a rinunciare o quantomeno a ripensare all’indotto dell’industria del cemento come fonte di sostentamento. Ma Sasakubo, per fortuna, non sembra aver intenzione di mollare.

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