Nagarjunakonda

Nagarjunakonda conobbe il periodo di massimo splendore quale centro di fede buddhista nel corso del III e del IV secolo d.C., durante il regno della dinastia degli Iksvaku.

Nella vallata della bassa Krishna, a circa 150 chilometri da
Hyderabad, la capitale dello stato indiano dell’Andhra Pradesh,
sorge il Nagarjunasagar, un grande lago artificiale costruito negli
anni Sessanta sbarrando il corso del fiume Krishna. Sotto il lago,
le cui acque permettono d’irrigare tra un monsone e l’altro circa
830.000 ettari di terreno arido e difficile, giace la valle di
Nagarjunakonda, uno dei centri buddhisti più vitali e
prosperi dell’India antica.

La scoperta di Nagarjunakonda risale al 1920, quando un insegnante,
aiutato da alcuni contadini della zona, riuscì a penetrare
la fitta giungla che ne occludeva completamente il sito. Gli scavi
archeologici, che iniziarono poco dopo e si protrassero sino agli
anni Sessanta, portarono alla luce una vasta area costellata dalle
strutture di vari edifici buddhisti e induisti. La duplice
necessità di salvare un pezzetto di storia, da un lato, e di
curarsi dei bisogni della popolazione locale costruendo una diga,
dall’altro, condusse il governo indiano ad una massiccia opera di
scavo e documentazione del sito, alla rimozione dei resti
archeologici e alla loro ricostruzione sulle alture vicine al lago
stesso.

Nagarjunakonda conobbe il periodo di massimo splendore quale centro
di fede buddhista nel corso del III e del IV secolo d.C., durante
il regno della dinastia degli Iksvaku. È a questo periodo
infatti che risale la costruzione del Grande stupa (Mahacetiya,
contenente alcune sacre reliquie del Buddha oggi custodite a
Sarnath) e di vari complessi monastici facenti capo alle diverse
scuole buddhiste qui presenti. Dalle iscrizioni in nostro possesso,
sappiamo che i sovrani della dinastia degli Iksvaku aderivano al
credo induista e che molto probabilmente erano tutti di fede
shivaita.

Chi furono allora i generosi protettori che, nonostante lo
shivaismo dominante, fecero di Nagarjunakonda un centro buddhista
così fiorente e famoso da attirare monaci in gran numero,
fin dall’isola di Sri Lanka e forse anche dalla lontana Cina? La
risposta non va cercata troppo lontano. In seno alla stirpe reale
degli Iksvaku o a gruppi famigliari con essa imparentati risulta
infatti attestata la coesistenza di credo religiosi diversi,
induisti e buddhisti appunto. Mentre i sovrani della dinastia
erano, come s’è detto, induisti e di fede shivaita
(così come shivaita era tutta la discendenza in linea
maschile), le donne di lignaggio reale aderivano alla dottrina del
Buddha.

La fede buddhista delle donne di rango reale non era confinata a un
ambito personale, ma veniva professata apertamente e quasi
vistosamente, proprio patrocinando la costruzione dei monumenti
buddhisti per cui Nagarjunakonda andava famosa. Tra le devote di
sangue reale di cui le iscrizioni ci hanno tramandato memoria,
spicca il nome della principessa Camtisiri, sorella del re
Virapurushadatta (240/250 – 265/275 d.C. circa), cui viene
attribuita la costruzione di uno degli edifici più notevoli
di Nagarjunakonda, ovvero il Mahacetiya o Grande stupa.

Carla
Gianotti

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