Nessun brand è un’isola: a Pitti immagine uomo si parla anche di sostenibilità

Sostenibilità: la parola più pronunciata durante questa edizione di Pitti immagine uomo. La strada è lunga, ma la consapevolezza dei brand è cresciuta.

  • Dal 14 al 17 giugno alla Fortezza da Basso a Firenze si è tenuta la 102esima edizione di Pitti immagine uomo, dal titolo Pitti Island.
  • La fiera è la più importante a livello internazionale dedicata alla moda maschile: qui si incrociano brand, buyer e giornalisti da tutto il mondo.
  • Negli anni l’attenzione per la sostenibilità è cresciuta sempre più, guadagnandosi uno spazio ad hoc all’interno della manifestazione con il progetto S|style Sustainable style, ma anche attraverso la selezione dei brand protagonisti di iniziative speciali.

Pitti immagine uomo è la fiera più importante dedicata alla moda maschile: è arrivata alla sua 102esima edizione e oggi è molto più che un luogo dove buyer, brand e giornalisti possono incontrarsi. Negli anni, infatti, è passata da essere contenitore ad incubatore: di tendenze, ma anche di buone pratiche. Da cinque anni a questa parte, ad esempio, la fondazione Pitti discovery sostiene il progetto S|style Sustainable style: curato dalla giornalista e stylist Giorgia Cantarini, propone ogni anno dieci brand emergenti che, nelle loro logiche di design e produttive, abbiano come cardine la sostenibilità. E se cinque anni fa l’attenzione del fashion system verso queste tematiche non era poi così forte, durante questa edizione il termine “moda sostenibile” è stato tra i più pronunciati in fiera, anche ben oltre la selezione di questi fantastici dieci.

Pitti sostenibiltà
Da cinque anni il progetto “S|style Sustainable style” seleziona brand emergenti per le loro buone pratiche di sostenibilità © Pitti

Pitti immagine uomo è sempre più attenta all’ambiente

Pitti Island: questo il titolo dell’edizione 2022, la numero 102. Nell’immaginario collettivo le isole sono territori di scoperte, di esplorazioni, ma anche luoghi di contemplazione della natura e di confronto: un porto di mare è per sua natura un luogo dove si cresce grazie alle esperienze altrui, all’esempio e alla collaborazione. Il richiamo a un ambiente naturale poi non è causale: l’attenzione all’ambiente è qualcosa di centrale ormai per molti dei brand espositori. E se non sempre si può parlare di risultati concreti, rispetto alle scorse edizioni salta all’occhio come la consapevolezza sia ormai radicata nel settore. Chiaramente ci vuole del tempo per aggiornare i propri processi produttivi: non si diventa eco-friendly dall’oggi al domani e in alcuni casi è intuibile come sia più il marketing a guidare la scelta che non un reale impegno verso la causa, ma complessivamente si percepisce che un cambio di rotta è in atto.

La selezione S|style Sustainable style

I fattori che incidono sull’accettabilità o meno di un brand come seriamente sostenibile sono molti e investono diversi fronti. “Io preferisco usare la parola responsabilità”, spiega Giorgia Cantarini, la fashion editor che da cinque anni a questa parte cura la selezione S|style Sustainable style. “Sappiamo bene come essere sostenibili al 100 per cento sia un’utopia nel tessile: quindi, quello su cui mi sono concentrata è la responsabilità dimostrata da i brand. Quest’anno, in particolare, mi sono concentrata sul concetto di slow fashion, ovvero la valorizzazione del lavoro artigianale. Ritrovare tecniche perdute, filati scartati, rimanenze di stock inutilizzate: i designer del futuro usano quello che è già esistente, facendo della circolarità un mezzo di espressione creativa. Il lavoro di ricerca è durato circa sei mesi: questi ragazzi provengono da tutto il mondo e non si limitano a mettere in pratica i concetti di upcycling o a utilizzare materiali certificati, ma tengono in vita tradizioni e vogliono lanciare dei messaggi ben precisi attraverso le loro creazioni”.

È il caso di Philip Huang, che preserva le tradizioni thailandesi di Sakon Nakhon del Tye and dye artigianale tingendo a mano i suoi capi con tinture naturali e non chimiche, o del brand indiano Margn, per cui essere sostenibili significa professare la cultura dell’umanesimo attraverso composizioni simboliche: i tubi dell’acqua riciclati utilizzati in alcuni capi rappresentano l’interconnessione tra tutti noi. La collezione poi viene realizzata artigianalmente in una comunità di sole donne nell’Himalaya settentrionale.

“L’aspetto culturale è cruciale nella selezione di quest’anno perché non si può guardare alla responsabilità nei confronti dell’ambiente come a qualcosa di slegato dalle dinamiche sociali: come possiamo prenderci cura del Pianeta se prima non ci prendiamo cura l’uno dell’altro?”. L’indiano Dhruv Kapoor, per esempio, collabora con la fondazione Hothur nel dare lavoro ai sopravvissuti agli attacchi con l’acido – un problema serio in India – e porta avanti progetti di collaborazione nei villaggi di tutta l’India per preservare l’attività degli artigiani qualificati.

Mworks si ispira all’architettura per le sue collezioni, in particolare a come si sono evoluti i modi di vivere moderni e al mix di culture che compone la società di oggi. Il suo è un guardaroba interamente genderless e consapevole nelle lavorazioni: gli abiti vengono realizzati a mano in Francia, Belgio e Polonia da atelier e produttori indipendenti con materiali certificati o riciclati. Quello che molti considerano scarto, per qualcuno è un ottimo materiale di produzione: è la filosofia di Junk, che produce occhiali a partire dai rifiuti plastici recuperati in mare. Il classico abbigliamento da lavoro arriva invece nel guardaroba della Gen Z  – i nati tra la metà degli anni Novanta e il 2010 – grazie alle tecniche tradizionali di tessitura di Sheetal Shah, la designer fondatrice di Curious Grid.

Upcycling puro per Siri Johansen, il fondatore di Waste yarn project che ottimizza gli avanzi delle lavorazioni della lana creando capi unici: ogni pezzo è infatti composto da trama e ordito puramente casuali, perché dipendono della disponibilità dei filati recuperati. Maxime invece applica jersey e maglieria su tessuti certificati per ricreare l’effetto tapisserie o le coperte che spesso si trovano nelle vecchie case di campagna.

Soulland e Wales Boner

Pitti immagine uomo è una fiera, è vero, ma non ci sono solo stand a perdita d’occhio suddivisi in più padiglioni: la kermesse prevede anche tutto un corollario di manifestazioni che si tengono extra Fortezza da Basso: tra gli eventi speciali di questa edizione le sfilate di Soulland, brand danese dalla forte impronta ecologica; e Wales Boner, stilista londinese che ha incentrato il suo show sulla tematica dell’inclusione. Per quanto riguarda Soulland, i key point intorno ai quali si articola la politica del brand sono principalmente legati ai materiali, ma nel dna del marchio c’è anche una forte componente di attivismo.

Soulland
Tra i designer ospiti a Pitti immagine uomo anche Soulland, che ha portato in passerella una collezione dalla forte impronta ecologica © Pitti

Il 66 per cento dell’intera produzione del brand impiega cotone organico e poliestere riciclato: si tratta chiaramente di un primo passo, ma il marchio – che ha pubblicato il suo primo report annuale sulle iniziative responsabili e sostenibili nel novembre del 2020 e lo farà annualmente – ci tiene ad essere il più trasparente possibile sui processi e sulle iniziative in atto, come l’impegno a supporto delle minoranze.

Wales Bonner
Wales Bonner è stata la guest designer che ha sfilato durante Pitti immagine uomo 102 portando in passerella i valori dell’inclusività e dell’artigianalità © Pitti

Dal 2020 infatti Soulland collabora con associazioni Lgbtq+ e supporta iniziative contro ogni forma di razzismo. Quanto alla special guest Grace Wales Bonner, con il suo brand Wales Bonner ha portato in passerella non solo la glorificazione dell’artigianato e della produzione manuale, ma anche un omaggio alla cultura black. Sotto i Medici, Firenze ha rappresentato un importante crocevia di culture e lo stesso Alessandro De’ Medici, detto il Moro, è stato il primo reggente occidentale con origini nordafricane.

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