Upcycling

Dalla plastica al tessile: una startup ugandese trasforma i rifiuti in abiti

Kimuli fashionability è la startup ugandese che produce abiti e accessori a partire dai rifiuti plastici, che rappresentano un enorme problema per il paese.

  • L’Uganda ha un grosso problema con la plastica, che invade le strade della capitale Kampala.
  • Juliet Namujju è una giovane ugandese che ha fondato una startup che crea abiti e accessori a partire da rifiuti plastici, che vengono poi accoppiati con tessuti tipici africani.
  • Il suo brand Kimuli fashionability impiega in tutta la filiera, sia tra chi si occupa di raccogliere i rifiuti sia tra le sarte, persone con disabilità.

La plastica, signori. Quando anche noi ci saremo estinti, il mondo continuerà ad essere sommerso dalle materie plastiche, soprattutto in quelle zone dove non esiste una regolamentazione e mancano strutture efficienti per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, come l’Uganda. In questa terra i rifiuti plastici sono un problema serio, ma c’è chi sta provando a trasformare gli scarti in risorse: l’imprenditrice Juliet Namujju ha fondato la startup Kimuli fashionability che produce abiti e accessori a partire dalla plastica.

Kimuli Fashionability
La startup ugandese Kimuli fashionability produce abiti e accessori a partire da rifiuti plastici © Kimuli fashionability/Facebook

La situazione dei rifiuti in Uganda

Con una popolazione di 1,5 milioni di abitanti, Kampala è la capitale e la più grande città dell’Uganda e, solo qui, si accumulano giornalmente circa 28mila tonnellate di rifiuti plastici. Di questi ne viene raccolto meno della metà, lasciando a terra il restante 51 per cento. Della metà opportunamente raccolta, però, si stima che soltanto l’1 per cento venga propriamente riciclato. Questo comporta il fatto che le strade della città siano invase di rifiuti: enormi quantità di plastica vengono gettate in discariche a cielo aperto o bruciate, causando rischi per la salute e l’ambiente.

A Kampala i rifiuti di plastica possono bloccare il flusso delle acque di scarico, i canali di drenaggio e aumentare il rischio di inondazioni in città. Non solo, gran parte di questi rifiuti viene riversata anche nei terreni agricoli, dove influisce negativamente sulla crescita delle colture. Il comune ha cercato di migliorare le cose fornendo bidoni della spazzatura, raccogliendo i rifiuti in modo più frequente e trovando metodi per incentivare le pratiche di riciclo, ma la situazione rimane allarmante.

Juliet Namujju e il riuso come filosofia di vita

La fondatrice di Kimuli fashionability Juliet Namujju è rimasta orfana presto e ha vissuto con la nonna, sola anche lei e in condizioni di estrema povertà, in un villaggio remoto e rurale dell’Uganda. In un contesto del genere, è facile immaginare come non ci fossero delle risorse per degli extra, come delle bambole con cui giocare ad esempio. Bambole che Juliet, indirizzata dalla nonna sarta, iniziò a costruirsi per conto suo, utilizzando prevalentemente i rifiuti raccolti in giro. Quello che gli altri buttavano, Juliet ha imparato a usarlo come risorsa fin da piccolissima: un mindset che poi ha determinato la sua visione del mondo di adulta, dettata dalla filosofia del riuso e del riciclo e dal rispetto per l’ambiente.

Dopo il liceo Namujju si è iscritta all’istituto vocazionale St Elizabeth a Mengo, un’altra città dell’Uganda, dove ha seguito un corso in moda e design per poi approdare alla Social innovation academy, nel distretto di Mpigi, istituto che forma i giovani provenienti da contesti svantaggiati nell’ottica di formarli come imprenditori sociali, formando la capacità di trasformare le sfide in soluzioni. “È qui che ho sviluppato l’idea di trasformare i rifiuti di plastica in componenti per gli abiti ed è qui che ho ricevuto una macchina da cucire e un capitale iniziale di 50mila scellini ugandesi”.

impermeabili fatti con la plastica
Alcuni impermeabili per bambini realizzati da Kimuli fashionability © Kimuli fashionability/Facebook

Ecco che, a vent’anni, la ragazza fonda Kimuli fashionability: un brand che tra i suoi asset fondamentali non solo ha l’attenzione alla sostenibilità e la tutela ambientale, ma anche l’inclusione nel mondo del lavoro delle persone con disabilità, altro aspetto che Namujju si porta dietro fin dall’infanzia, quando al padre sono state amputate entrambe le gambe in seguito a un incidente stradale “Dopo l’amputazione fu licenziato e nessun datore di lavoro sembrava più credere nelle sue capacità. Da allora ho sempre lottato per cambiare la mentalità che le persone hanno nei confronti delle persone con disabilità”.

Kimuli fashionability trasforma i rifiuti in abiti e accessori

“Un rifiuto è tale soltanto se lo butti”: è questa la filosofia di Juliet Namujju, che ha fondato Kimuli fashionability sulla convinzione che dietro ogni pezzo di plastica gettato via si possa nascondere l’opportunità per creare qualcosa di bello: kimuli significa infatti “fiore” nella lingua locale. Il primo step è quello della raccolta: più di 300 chilogrammi al mese recuperati dalle discariche da una squadra di ragazzi emarginati, provenienti da ambienti sia rurali che urbani. Il secondo è il processo di pulitura, con le donne che smistano e lavano la plastica eliminando lo sporco e il fango prima di asciugarla al sole.

Una volta puliti e asciugati, gli scarti vengono poi tagliati a seconda del prodotto da realizzare. I ritagli ottenuti vengono quindi mescolati con tessuti africani – kitengi, sisal e barkcloth – e trasformati da un team di sarte in pezzi unici che possono essere impermeabili, shopper, portafogli o custodie per laptop. Persone con disabilità e provenienti da contesti svantaggiati sono impiegate in tutto il processo produttivo, che oggi dà lavoro a più di 130 lavoratori.

Kimuli Fashionability
Questa sarta non sente e non parla: Kimuli fashionability dà lavoro a molte persone con disabilità © Kimuli fashionability/Facebook

Juliet Namujju e la sua squadra figurano tra i vincitori di Next generation Africa, un programma promosso dall’ambasciata italiana in Uganda e dall’associazione BeEntrepreneurs Aps che si pone come obiettivo quello di sostenere la crescita delle iniziative imprenditoriali più promettenti della Silicon Savannah, un’area del continente africano ad alto tasso di sviluppo, chiamata così per la presenza di aziende tech e in generale di fermento economico.

 

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