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Energia solare, acqua riciclata all’80%, scarti trasformati in packaging: in Sicilia c’è un’azienda familiare che riscrive le regole della conservazione.
“C’è una provincia in Italia dove si produce l’80/90 per cento del pomodoro ciliegino nel Paese”, ci dice Marco Arestia, direttore di Stabilimento e Agromanager di Agromonte, in occasione di Tuttofood 2026, la fiera internazionale dell’alimentazione tenutasi alla Fiera di Milano dall’11 al 14 maggio. Stiamo parlando della provincia di Ragusa, nella Sicilia meridionale, dove il sole è tra i più generosi d’Italia e dove la tradizione produttiva si è presto trasformata in un sistema industriale ad altissima concentrazione.
In questo territorio nasce Agromonte, azienda familiare che trasforma e vende conserve di pomodoro ciliegino, che proviene da aziende agricole direttamente gestite o limitrofe allo stabilimento di trasformazione. Una scelta con effetti immediati e misurabili: niente logistica a lungo raggio e meno trasporto su gomma dei pomodori. Una scelta che rende ancora più competitivi i pomodori ciliegini ragusani sopra gli scaffali affollati di alternative low-cost provenienti da Egitto, Tunisia e Marocco.
Con 6mila metri quadri di pannelli fotovoltaici già installati e altri 15mila in fase di completamento, Agromonte punta all’autoconsumo energetico totale entro il 2026. Infatti, la provincia di Ragusa è la decima in Italia per esposizione e giorni di sole all’anno, e valorizzare questo bene significa rispondere in modo razionale ai costi energetici crescenti. Non è invece così generosa la presenza di acqua in un territorio che nel 2024 ha visto il 100 per cento della sua popolazione esposta a fenomeni di siccità e trentanove comuni costretti al razionamento idrico. Agromonte però conosce bene il problema, per cui ha imparato a riciclare l’80 per cento dell’acqua nel proprio stabilimento. “Noi usiamo dei depuratori biologici, in cui alcuni batteri vanno a depurare l’acqua in modo da recuperarla perché le acque non sono contaminate da agenti chimici. Quindi noi nei lavaggi di pomodoro riutilizziamo l’acqua ed è un risparmio importante”, testimonia Arestia.
Nei campi, il risparmio idrico si costruisce con la stessa logica di precisione. “In questi anni ho personalmente studiato dei nuovi metodi di irrigazione – ci confida Arestia – come l’ala gocciolante, cioè una tubazione con microfori dove scegli quanta acqua serve rispetto all’ettaraggio di pomodoro che hai. In questo modo, sai per ogni metro di terreno quanta acqua serve, e quindi lo capisci banalmente se tu hai il pomodoro ogni 30-40 centimetri oppure ogni metro. Un altro metodo interessante sta nell’erogazione dell’acqua. Noi apriamo le elettrovalvole via radio non via filo, – ci spiega Arestia – così, se devo dare, ad esempio, dieci litri d’acqua al metro ogni giorno alle piante, aprendo con le elettrovalvole riesco a dare questa quantità suddivisa in diverse volte al giorno, così la pianta assorbe poco a poco l’acqua che riceve. Invece se la fornisco tutta in una volta, l’acqua scorre via. Se io la somministro a poco a poco, in 3-4 volte, risparmio davvero tanta acqua”.
Ogni lavorazione del pomodoro genera (oltre l’acqua) diversi scarti come bucce o semi. E perché non dar loro nuova vita? L’idea di Agromonte è stata di trasportare la granulosità del pomodoro anche sopra le bottiglie, restituendo un’esperienza tattile al consumatore. Da qui nasce il progetto Etichetta della Terra, un’etichetta in edizione limitata che è stata realizzata con il pigmento rosso dello scarto della buccia di pomodoro: un flusso di scarto diventa materia prima per un componente del prodotto finito, chiudendo un ciclo che altrimenti rimarrebbe aperto.
Infine, l’aumento dei prezzi delle materie prime agricole (fertilizzanti in testa) ha spinto Agromonte a recuperare una pratica antica riletta in chiave produttiva contemporanea: il sovescio. Prima del trapianto del pomodoro, i terreni vengono seminati con leguminose che, una volta trinciate e interrate, cedono azoto organico al suolo riducendo il fabbisogno di concimi di sintesi. Meno input chimici, più sostanza organica. Un investimento agronomico che abbassa i costi di produzione e non compromette le rese.
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