Dal 24 al 29 aprile, la Colombia ospita la prima Conferenza internazionale della società civile per l’abbandono dei combustibili fossili: l’Italia c’è.
Dal 24 al 29 aprile, la città colombiana di Santa Marta ospiterà la prima Conferenza internazionale per l’abbandono dei combustibili fossili, convocata dai governi di Colombia e Paesi Bassi dopo il fallimento della COP30 di Belém. Un processo nato fuori dai meccanismi consolidati della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – la cornice ONU che ha fin qui governato, e spesso ingessato, il negoziato climatico globale – con un obiettivo preciso: negoziare un Fossil Fuel Non-Proliferation Treaty, un trattato di non proliferazione di petrolio, gas e carbone.
Da più di mezzo secolo (era il 1971 quando Il rapporto The Limits to Growth del Club di Roma simulò scenari di collasso se la crescita demografica, industriale e consumistica fosse senza limiti, prevedendo l’esaurimento delle risorse entro un secolo) sappiamo che il nostro modello economico è insostenibile. Cinquantacinque anni dopo, stiamo ancora bruciando combustibili fossili, le emissioni globali continuano a crescere e gli eventi meteorologici estremi sono aumentati di dieci volte. Ma che questa fosse la volta buona per iniziare a cambiare qualcosa?
L’idea che nasce dalle ceneri di Belém
L’idea non è nuova. “Nel settembre 2020, durante la Climate Week di New York, più di cento premi Nobel, scienziati e movimenti lanciano l’idea di un trattato di non proliferazione”, racconta Giuseppe De Marzo, economista e scrittore tra i promotori italiani dell’iniziativa. “Come cinquant’anni fa elaborammo e firmammo un trattato di non proliferazione per il nucleare, a questo giro serve un trattato per i fossili, perché gas, carbone e petrolio non li possiamo più estrarre né bruciare se non vogliamo finir male”.
Quell’impulso fu interrotto dal Covid prima e poi dalle guerre scoppiate alle nostre porte. Ma il fallimento di Belém ha riaperto lo spazio: le emissioni continuano ad aumentare, manca il Fondo verde per i paesi del Sud, manca la cooperazione. E Trump alle Nazioni Unite dice che parlare di rinnovabili “è da stupidi” e che la crisi climatica non esiste. È da quella conferenza che il presidente colombiano Gustavo Petro e il suo omologo olandese hanno deciso di rilanciare la campagna e convocare il mondo a Santa Marta. Per parlare di numeri chiari: “Dobbiamo lasciare il 60 per cento del petrolio e del gas sottoterra se non vogliamo distruggere l’umanità” spiega De Marzo.
I numeri e le speranze di Santa Marta
Alla conferenza (che si svolge simbolicamente in una città caraibica, ma che allo stesso tempo ospita il porto da cui storicamente parte il carbone verso l’Europa) siederanno allo stesso tavolo delegazioni di oltre cinquanta governi insieme a cento delegazioni di popoli indigeni, afrodiscendenti, comunità contadine, sindacati, Ong accademici, movimenti giovanili e parlamentari. Una platea inedita, costruita attorno all’idea che la transizione fuori dai fossili debba essere, nelle parole degli organizzatori, “rapida, giusta ed equa”.
Anche l’Italia ci sarà. Con una delegazione governativa di cui a oggi non sono noti i nomi, perché l’Italia risulta ufficialmente tra i Paesi sostenitori dell’iniziativa, ma soprattutto con una delegazione della società civile, coordinata da Fossil Free Rising Italia e da Gea – Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale, che porterà a Santa Marta un contributo che non è solo di testimonianza. Tra i presenti anche Rete dei Numeri Pari, LAV Italia, Stop ReArme Europe Italia, Salviamo la Costituzione, WWF, Legambiente. “Abbiamo elaborato oltre 300 proposte dai gruppi di lavoro dei movimenti sociali e delle organizzazioni non governative”, spiega Elisa Sermarini di Gea, che sarà tra i componenti della delegazione italiana. Proposte per “superare un sistema economico che produce morte, distruzione e sfruttamento”, attraverso un modello di cooperazione “tra basso e alto, capace di tenere insieme i diversi temi emergenti di una crisi strutturale e sistemica”.
Le richieste concrete che la delegazione porterà sul tavolo sono due in particolare:
- Moratoria assoluta su nuove esplorazioni per la ricerca di petrolio, gas, carbone e nucleare.
- Stop immediato ai finanziamenti pubblici e privati a tutta la filiera delle energie fossili.
Un punto di partenza minimo, non negoziabile, secondo Sermarini. Il dialogo con le istituzioni, spiega, ha già prodotto segnali incoraggianti: “L’ascolto ricevuto in questi mesi dal governo colombiano è stato inedito, con moltissimi spazi di interlocuzione e scambio”, Ma l’ascolto, avverte, non basta: “Bisogna passare ad azioni concrete in maniera rapida e condivisa. Noi faremo la nostra parte”.
Uno dei temi che attraversa tutta la riflessione del fronte italiano è il rifiuto di qualsiasi scorciatoia nazionale, dell’idea di procedere per blocchi, ciascuno dei quali in ordine sparso. “La giustizia ecologica, nel suo approccio, richiede co-progettazione e co-programmazione. Bisogna partire dalle vittime, dai conflitti ecologico-distributivi, dalle comunità, dai lavoratori, dalle famiglie colpite dalla crisi energetica. Non ci sono operazioni di greenwashing che possano superare il problema”. Santa Marta, per De Marzo, è un bivio storico: “Possiamo scegliere se vogliamo che il 2026 venga ricordato come l’anno in cui un’oligarchia di banditi ha decretato che la cooperazione internazionale e il multilateralismo finissero sul pianeta. Oppure credere che l’umanità nel 2026 abbia deciso, a partire da Santa Marta, di costruire un percorso che ci proietti oltre l’era dei fossili, per la pace e la giustizia”.
La spinta di padre Alex Zanotelli
Il tono più radicale, com’è nel suo stile, lo porta padre Alex Zanotelli, missionario comboniano e voce storica del pacifismo cattolico. Intervenuto alla conferenza stampa romana “Fuori dall’era dei fossili” al Senato, Zanotelli non risparmia una lettura durissima del quadro globale: “I governi sono tutti prigionieri del complesso militare industriale di questo mondo”. L’iniziativa di Santa Marta è “lodevole”, riconosce, ma “ancora poco”: la direzione internazionale è “decisamente al ribasso”, e la principale potenza mondiale, gli Stati Uniti ha già abbandonato l’Accordo di Parigi. Di fronte a governi che non si muovono, la sua risposta è una sola: mobilitarsi dal basso, senza esitazioni. “Le speranze oggi vengono solo dal basso, dall’alto non c’è nulla da aspettare.” E va oltre, chiamando in causa la coscienza: “Lo dico come seguace di quel povero Gesù di Nazareth: chiedo a tutti la capacità di fare quello che fa Ultima Generazione, anche la disobbedienza civile.” Perché la situazione climatica, scandisce, è “gravissima”: “Rischiamo di andare dritti verso temperature incandescenti. Non lo possiamo accettare in coscienza”.
Siamo anche su WhatsApp.
Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.

Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.