Senza consenso è stupro, lo dice anche il Parlamento europeo

A Strasburgo approvata una risoluzione che adeguerebbe la definizione di violenza sessuale a quella della Convenzione di Istanbul. L’Italia a che punto è?

Senza consenso è stupro: adesso lo mette nero su bianco anche il Parlamento europeo, che il 28 aprile ha approvato (con 447 voti favorevoli, 160 contrari, 43 astenuti) una risoluzione (firmata dalle eurodeputate socialiste Evin Incir e Joanna Scheuring-Wielgus, rispettivamente svedese e polacca) che chiede alla Commissione europea di proporre una normativa che stabilisca, in tutti gli stati membri, una definizione comune di stupro basata su un consenso libero, informato e revocabile.

Il voto è una risposta diretta all’attuale vuoto europeo: nel 2024, la direttiva europea sulla violenza contro le donne era stata approvata senza una definizione di stupro, stralciata dal testo dopo le obiezioni di diversi stati membri, tra cui inizialmente la Francia e la Germania. Oggi il Parlamento torna a bussare a quella porta. “È moralmente e giuridicamente inaccettabile che le donne non siano protette da legislazioni basate sul principio che “solo sì significa sì” in tutta l’Ue” ha spiegato Evin Incir, eurodeputata S&D, relatrice della commissione Libertà civili a Strasburgo.

In Italia non c’è consenso sulla legge

Mentre l’Europa spinge verso il modello del consenso, in Italia il dibattito parlamentare si muove in direzione opposta. Nel novembre 2025, la Camera aveva approvato all’unanimità un disegno di legge bipartisan che introduceva il concetto di “assenza di consenso libero e attuale” come elemento costitutivo del reato di violenza sessuale — un passo storico, frutto di anni di mobilitazione. Poi però il testo è arrivato al Senato e tutto è cambiato: nel gennaio scorso, la senatrice leghista Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia e relatrice del provvedimento, ha presentato un emendamento che riscrive l’articolo 609-bis del codice penale in modo radicalmente diverso: non più il consenso, ma la “volontà contraria”. In altre parole, non è stupro se non c’è un dissenso esplicito.  Riscrivere e attualizzare la normativa sulla violenza sessuale è fondamentale per il nostro Paese: l’attuale legge infatti punisce chi compie atti sessuali “mediante violenza o minaccia o mediante abuso di autorità”. Non esiste il riferimento esplicito al consenso: il reato è costruito attorno alla coercizione subita, non all’assenza di un sì.

L’emendamento Bongiorno, secondo i critici, non corregge questa impostazione ma anzi la sposta ancora più verso il dissenso: è stupro solo se la vittima ha manifestato una “volontà contraria” riconoscibile.  Le conseguenze pratiche preoccupano giuriste, associazioni e centri antiviolenza: il modello del dissenso sposta il carico della prova sulla vittima, che deve dimostrare di aver detto o manifestato un “no”. E nei processi, significa tornare a indagare su quanto ha resistito, perché non si è opposta, se indossava certi vestiti, se aveva bevuto. Senza contare che, in molti casi, durante un tentativo di abuso sessuale si attiva il meccanismo psicologico definito “freezing” che immobilizza, fisicamente e verbalmente, la donna oggetto di violenza, che non riesce a esprimere un dissenso chiaro pur in un momento di sopraffazione evidente.

La definizione di stupro in Europa: la mappa

La frammentazione legislativa europea è il problema di fondo che la risoluzione del Parlamento vuole risolvere. Secondo uno studio del Servizio ricerca del Parlamento europeo, su 27 stati membri, 17 già prevedono l’assenza di consenso come elemento del reato — tra questi Belgio, Germania, Spagna, Svezia, Finlandia, Danimarca, Grecia, Croazia, Irlanda, Lussemburgo. Dal 2023, anche Francia, Finlandia, Lussemburgo e Paesi Bassi hanno introdotto leggi basate sul consenso. Gli altri 10,  tra cui Italia, Slovacchia, Ungheria e Bulgaria, mantengono definizioni fondate sulla forza o sulla coercizione, spesso richiedendo la prova di una violenza fisica o di una resistenza attiva da parte della vittima.

 

Il paradosso della Convenzione di Istanbul

La Convenzione di Istanbul – il trattato del Consiglio d’Europa contro la violenza sulle donne – prevede già, all’articolo 36, che gli stati criminalizzino ogni atto sessuale non consensuale. Il consenso deve essere dato “volontariamente, come risultato della libera volontà della persona”. L’UE ha ratificato la Convenzione nel 2023. L’Italia l’ha ratificata nel 2013. Eppure, più di dieci anni dopo, la legislazione italiana sconta il paradosso di non riflettere ancora questo principio. Secondo il Grevio (il gruppo indipendente del Consiglio d’Europa che monitora l’applicazione della Convenzione) i paesi che mantengono definizioni basate sulla forza “espongono le vittime a soglie probatorie insostenibili e al rischio di vittimizzazione secondaria nei processi”.

Paesi come l’Italia non sono in linea con gli obblighi internazionali che hanno sottoscritto. “Una donna su tre nell’UE ha subito violenza di genere. Una su venti è stata violentata. Grazie a donne coraggiose come Gisèle Pelicot, cresce la richiesta di cambiamento. Ma sappiamo che nelle nostre comunità ci sono innumerevoli vittime, molte delle quali non vedranno mai giustizia” sottolinea Joanna Scheuring-Wielgus, eurodeputata S&D, relatrice della commissione Diritti delle donne. La risoluzione del Parlamento europeo non è vincolante: ora spetta alla Commissione proporre una vera legislazione, che dovrà poi essere approvata dagli stati membri. Un percorso politicamente difficile in Italia,  anche proprio Giulia Bongiorno ha commentato il voto del Parlamento Europeo definendolo “un invito a lavorare tutti insieme a una definizione univoca”.

 

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