La conferenza di Santa Marta è stata il primo vero passo contro i combustibili fossili

La Conferenza di Santa Marta ha quasi fatto il miracolo: un piano d’azione contro i combustibili fossili con obiettivi al 2050.

Cinquantasette paesi, oltre 2.600 partecipanti accreditati, zero lobbisti delle grandi aziende petrolifere. La prima Conferenza internazionale per la transizione dai combustibili fossili si è chiusa il 29 aprile a Santa Marta, in Colombia, con cinque risultati concreti e tre cantieri di lavoro aperti fino al 2027. Non è per ora un trattato vincolante (per quello resta l’orizzonte della prossima tappa) ma qualcosa di più raro nel clima della diplomazia internazionale: un piano d’azione condiviso da una coalizione che rappresenta circa un terzo del Pil mondiale e del consumo globale di petrolio. “Il futuro è senza combustibili fossili, sia in ambito energetico che politico”, ha dichiarato la ministra dell’Ambiente colombiana Irene Vélez Torres chiudendo i lavori, fortemente voluti proprio dal governo di Bogotà, insieme a quello dei Paesi Bassi. Un’affermazione che, in un contesto in cui i fossili sono ancora responsabili di oltre il 75 per cento delle emissioni globali di gas serra, suona ancora troppo poco scontata.

Su cosa si è lavorato a Santa Marta

La conferenza di Santa Marta ha strutturato il suo lavoro attorno a tre aree tematiche, che diventeranno altrettanti gruppi di lavoro operativi in vista della prossima conferenza nel 2027: i focus principali sono stati la riduzione della dipendenza economici dai fossili, la transizione energetica vera e propria, il rafforzamento di una cooperazione internazionale nel senso della decarbonizzazione.

Ridurre la dipendenza economica dai fossili

Il problema centrale che nessuna delle 30 COP finora succedutesi ha mai affrontato di petto: la dipendenza fiscale (non solo energetica) di molti governi, sia produttori che importatori, dai proventi di petrolio, gas e carbone. I partecipanti hanno discusso strumenti concreti: debt-for-climate swaps (accordi finanziari in cui un creditore cancella o riduce parte del debito estero di un paese in via di sviluppo, a fronte dell’impegno di quest’ultimo a investire in progetti di adattamento climatico, mitigazione o conservazione della natura)  riforma dei sussidi con trasferimenti mirati alle fasce vulnerabili, revisione delle metodologie dei rating creditizi per non penalizzare gli investimenti upfront nella transizione. La dipendenza dal fossile, è emerso chiaramente, non è solo un problema energetico: è una trasformazione strutturale dell’economia che richiede un approccio integrato tra ministeri delle finanze, dell’energia e dell’ambiente. Il tutto nazione per nazione: ogni Paese infatti dovrà declinare un proprio piano di azione sulla base di possibilità e risorse.

Trasformare domanda e offerta di energia

La capacità mondiale di energia rinnovabile installata nel 2025 è quasi il 50 per cento superiore a quella del 2023 (da 510 a 750 GW)  e quasi tutta la nuova domanda energetica globale viene oggi soddisfatta da rinnovabili. Gli investimenti nella transizione hanno raggiunto nel 2024 il record di 2,4 trilioni di dollari, più che raddoppiati rispetto al 2019. Il nodo dunque, secondo le conclusioni della conferenza, non è più tecnologico: è come gestire la chiusura pianificata dell’estrazione fossile garantendo al contempo sicurezza energetica, accesso all’energia per le comunità rurali e tutela dei lavoratori. La transizione del lavoro, hanno ribadito i partecipanti, non è solo riqualificazione professionale: è partecipazione attiva dei lavoratori al processo decisionale.

Rafforzare la cooperazione internazionale

Il 75 per cento del mondo dipende da importazioni di combustibili fossili: il conflitto che ha perturbato lo Stretto di Hormuz ha reso plastica, nei giorni stessi della conferenza, l’urgenza di ridurre questa esposizione. I partecipanti hanno discusso nuovi strumenti di governance /dai Diritti Speciali di Prelievo alle piattaforme paese per allineare investimenti pubblici e privati — e il raccordo con i negoziati Cop, con l’obiettivo che i risultati di Santa Marta confluiscano nel secondo Global Stocktake dell’Accordo di Parigi.

Gli obiettivi al 2030, al 2045 e al 2050

Sono cinque i risultati formali che escono dalla conferenza di Santa Marta. Il più importante è la conferma di un processo continuativo: la seconda conferenza è annunciata per il 2027 e sarà co-ospitata da Tuvalu e Irlanda. La scelta di Tuvalu non è casuale: questo arcipelago polinesiano di 10mila abitanti su nove atolli per 26 chilometri quadrati totali è fisicamente minacciato dall’innalzamento del mare (la Nasa calcola +15 centimetri in trent’anni, con metà dell’arcipelago a rischio sommersione entro il 2050). “Non si tratta di una posizione negoziale. Per noi è una questione di sopravvivenza”, ha detto il ministro per il Clima di Tuvalu, Maina Talia.

Nasce inoltre lo Science Panel for the Global Energy Transition (Spget): oltre 500 scienziati, economisti e tecnologi che produrranno contributi annuali fino al 2035 per costruire roadmap nazionali allineate con la traiettoria degli 1,5°C e rimuovere le barriere legali, finanziarie e politiche alla transizione. Con attenzione esplicita al coinvolgimento di ricercatori del Sud del mondo. La Francia ha offerto a Santa Marta uno dei contributi più concreti: una roadmap nazionale con uscita dal carbone entro il 2030, dal petrolio entro il 2045 e dal gas entro il 2050.

Il rapporto finale della conferenza sarà consegnato alla presidenza COP30, presentato alle sessioni intersessionali della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici a Bonn a giugno, poi a Londra e New York durante le rispettive Climate Week. La questione di un trattato vincolante — l’obiettivo originario che aveva animato i promotori, tra cui i cento premi Nobel e scienziati che nel 2020 avevano lanciato l’idea di un Fossil Fuel Non-Proliferation Treaty — resta aperta. Alexandre Naulot, responsabile europeo dell’iniziativa, si è detto ottimista che Tuvalu ponga questo obiettivo al centro del 2027, con i diciassette paesi già impegnati nel processo negoziale.

La spina nel fianco: chi non c’era

L'annuncio della Conferenza sul clima di Santa Marta, al termine della Cop30 di Belém, in Brasile
L’annuncio della Conferenza sul clima di Santa Marta, al termine della Cop30 di Belém, in Brasile © Transitionawayconference.com

La coalizione di Santa Marta è significativa. Ma i grandi emettitori – su tutti Stati Uniti, Cina, India, Russia e Arabia Saudita – erano assenti o presenti solo marginalmente. La composizione delle delegazioni governative rifletteva questo squilibrio: circa il 30 per cento dei governi proveniva dall’Europa, il 20 per cento dall’America Latina e Caraibi, il 16 per cento dall’Africa, il 12 per cento dall’Asia. Un processo che parte dal Sud del mondo e dalla periferia del sistema fossile, cercando di trascinare verso il cambiamento anche chi dal fossile ancora non vuole staccarsi. “In un momento in cui la cooperazione globale appare così fragile, Santa Marta è andata in controtendenza”, ha sintetizzato Manuel Pulgar Vidal, responsabile globale per il clima del WWF ed ex presidente della COP20. “La speranza si è trasformata in slancio. Lavoriamo insieme per trasformare questa piccola onda in un’ondata di azione”. Che questo slancio sia una piccola onda o uno tsunami positivo lo scopriremo forse a Tuvalu, prima che sia troppo tardi.

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