Proteggere le foreste di Posidonia dagli ancoraggi: ora c’è la legge, ma basta?

La legge sulla valorizzazione del mare contiene una norma di principio per la tutela di un ecosistema unico, ma per ora non sono previsti strumenti reali.

Ci sono delle vere e proprie foreste in fondo al mare, anche nel nostro Mediterraneo, minacciate dal passaggio, e ancor più dall’ancoraggio, di ogni singola nave. Si tratta delle foreste di Posidonia oceanica, e da oggi c’è una legge che, pur con qualche limite, prova a tutelare quello che è di fatto uno degli ecosistemi più ricchi e preziosi del nostro pianeta. Il Parlamento infatti ha approvato la scorsa settimana la legge sulla Valorizzazione della risorsa mare, che tocca molti aspetti della vita marittima italiana, dalla governance delle politiche del mare alla nautica da diporto, dalle attività subacquee ricreative alla cantieristica, ma che tra le altre cose contiene anche misure ambientali come quella dedicata alla protezione delle praterie di Posidonia oceanica tramite la gestione degli ancoraggi.

Cosa dice la ‘legge mare’ sulla Posidonia

La legge stabilisce un principio che finora non aveva trovato esplicito riconoscimento nel diritto italiano: l’ancoraggio delle imbarcazioni non deve arrecare pregiudizio alla conservazione dell’ambiente marino e costiero, né causare distruzione, deterioramento, alterazione o frammentazione di habitat marini sensibili o protetti, con esplicito riferimento alle praterie di Posidonia oceanica. La norma definisce innanzitutto cosa si intende per “habitat marini sensibili o protetti”: rientrano in questa categoria gli habitat di interesse comunitario ai sensi della cosiddetta direttiva Habitat dell’Unione Europea, gli habitat essenziali alla conservazione di specie protette o minacciate ai sensi della Convenzione di Barcellona, e gli habitat caratterizzati da elevata vulnerabilità fisica e biologica, come le praterie di fanerogame marine e i popolamenti coralligeni.

Finora la Posidonia oceanica era già elencata tra le specie protette dalle Convenzioni di Berna e Barcellona sulla protezione dell’ambiente marino e della regione costiera del Mediterraneo, e le sue praterie figurano tra gli habitat prioritari secondo la direttiva Habitat europea, ma questo non si era ancora tradotto in una norma specifica sugli ancoraggi a livello nazionale.

Perché la Posidonia è così importante

Ma perché la Posidonia è così importante? Intanto perché questa pianta acquatica – non un’alga, ma una vera pianta con radici, fusto, foglie e fiori – forma sui fondali sabbiosi del Mediterraneo delle distese dense e stratificate, chiamate “matte”, che possono raggiungere profondità di pochi centimetri fino a 40-45 metri. E che soprattutto hanno delle funzioni ecologiche molto rilevanti: le praterie di Posidonia producono grandi quantità di ossigeno, ospitano una biodiversità straordinaria (pesci, molluschi, ricci, stelle marine vi trovano rifugio e nutrimento), stabilizzano i fondali sabbiosi proteggendo le coste dall’erosione e, aspetto sempre più rilevante nell’era della crisi climatica, sequestrano carbonio in quantità paragonabili alle foreste terrestri.

Eppure negli ultimi decenni le praterie si sono drasticamente ridotte, soprattutto a causa dell’inquinamento, della pesca a strascico e proprio degli ancoraggi tradizionali. Un’ancora che si deposita su una prateria di Posidonia, e poi si trascina con il movimento dell’imbarcazione, può sradicare e distruggere porzioni di matta che impiegheranno decenni a ricostituirsi, se mai ci riusciranno.

Posidonia oceanica
Posidonia oceanica © Damocean/iStockphoto

Un passo avanti, ma cosa manca?

Il Wwf ha accolto con cauto apprezzamento l’approvazione della norma, ma ha immediatamente sottolineato i limiti: “Il danno provocato dagli ancoraggi tradizionali sulle praterie di Posidonia è ampiamente documentato dalla letteratura scientifica”, afferma Giulia Prato, responsabile Mare del Wwf Italia. “Se l’obiettivo è davvero evitarne il deterioramento, occorre riconoscere che nessun ancoraggio convenzionale è compatibile con questi habitat”.

Il problema, secondo l’associazione, è che la legge enuncia un principio senza fornire gli strumenti per renderlo effettivo. Cosa significa che “l’ancoraggio delle imbarcazioni non deve arrecare pregiudizio alla conservazione dell’ambiente marino e costierose poi non si definiscono gli ambiti, i metodi consentiti e quelli vietati, ed eventuali sanzioni? La prima questione, secondo il Wwf, è dunque quella della mappatura degli habitat. Per rispettare il divieto di ancoraggio sulle praterie, navigatori e diportisti devono sapere dove queste praterie si trovano. L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) è in fase avanzata di completamento della mappatura delle praterie di Posidonia lungo le coste italiane, un patrimonio informativo prezioso che però non è ancora ufficialmente integrato nella norma né reso vincolante.

Il secondo nodo è quello delle sanzioni: la legge non ne prevede, come non prevede obblighi di ripristino ambientale a carico di chi causa il danno, in contraddizione con il principio europeo “chi inquina paga”. Il terzo problema, più tecnico, è il coordinamento istituzionale: le competenze in materia di mare si sovrappongono tra stato, regioni, capitanerie di porto e aree marine protette, e senza linee guida nazionali vincolanti il rischio è che la norma venga applicata in modo disomogeneo o, peggio, non applicata affatto. Infine, la legge non prevede incentivi per i sistemi di ancoraggio sostenibile, i cosiddetti eco-mooring: boe e sistemi di ormeggio progettati per consentire la fruizione turistica delle aree marine senza impattare sui fondali: esistono già e sono state adottate con successo in diverse Aree marine protette italiane, ma la loro diffusione rimane frammentaria e affidata all’iniziativa locale.

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