Si apre oggi a Santa Marta, in Colombia, la prima Conferenza sulla transizione energetica e l’abbandono delle fonti fossili. Un summit inedito, al quale partecipano – fino al 29 aprile – soltanto 54 dei circa 200 paesi che normalmente inviano delegazioni alle Conferenze sul clima delle Nazioni Unite, le Cop. Organizzato proprio di fronte all’ennesimo fallimento dei vertici dell’Onu: ultimo in ordine di tempo quello di Belém, in Brasile.
La Conferenza di Santa Marta: un tentativo più politico che pratico di “scuotere” il mondo
Il tentativo di Santa Marta – co-organizzato dai Paesi Bassi – è però più politico che pratico: non tutti, ma molti degli stati al vertice sono infatti già convinti della necessità di abbandonare carbone, petrolio e gas per limitare la pericolosa crescita della temperatura media globale. Inoltre, in Colombia non è presente alcun delegato delle nazioni che emettono più gas ad effetto serra: Stati Uniti, Cina e India. Dati alla mano, dunque, dalla città sulle coste caraibiche non potrà giungere una vera soluzione per il problema dei cambiamenti climatici.
Si punta, piuttosto, a tentare di “scuotere” il mondo. Operazione altrettanto difficile, considerando le posizioni ad esempio dell’amministrazione di Donald Trumpsulla questione del riscaldamento globale. Ma la realtà è che la diplomazia climatica ufficiale, quale delle Cop appunto, è oggettivamente troppo lenta.
Lo è da un punto di vista politico e, conseguentemente, scientifico. Un solo dato basta a dimostrarlo: ci sono voluti trent’anni, tra il Summit della Terra di Rio de Janeiro nel 1992 e la ventottesima Conferenza mondiale (la Cop28 che si tenne a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, nel 2023) affinché fossero inserite in un documento ufficiale le parole “fonti fossili”. Benché si sappia da almeno un secolo che proprio queste ultime sono responsabili della maggior parte delle emissioni di gas climalteranti.
Lo stallo dalla Cop28 in poi sull’uscita dalle fonti fossili
Come se non bastasse, nel documento approvato al termine della Cop28 il riferimento a carbone, petrolio e gas non fu posto accanto a locuzioni come “uscire dalle” o “abbandonare le”. Si scelse al contrario la formula anodina e criticatissima del “transitioning away from fossil fuels”. Che in italiano è traducibile in “avviare un allontanamento dalle fonti fossili”. Una scelta lessicale troppo poco stringente, priva di riferimenti concreti e date. E che, come facilmente previsto già nel 2023 da numerosi analisti, non si è tradotta in qualcosa di concreto negli anni successivi. Non a caso, il Washington Post la giudicò senza mezzi termini “una vittoria per l’industria dei combustibili fossili”.
Di qui, dunque, la volontà degli organizzatori del summit di Santa Marta di tentare una via alternativa. “Le Cop segnano il passo? Noi intanto andiamo avanti per conto nostro”, in buona sostanza. Pur con tutti i limiti già evidenziati. Per questo, qualunque sia il risultato dei negoziati in Colombia, sarà difficile considerarli come una soluzione. Ciò che si punta a redigere è una road map per l’uscita dalle fossili. Nella speranza che poi possa essere adottata, prima o poi, anche dai tre colossi economici e industriali globali.
La ministra dell’Ambiente della Colombia: “La guerra in Medio Oriente mostra l’urgenza della questione”
“Questa conferenza è necessaria, poiché le Cop non ci hanno concesso sufficiente spazio per discutere apertamente di un’uscita ordinata ed equa dai combustibili fossili. E non avremmo mai potuto immaginare un contesto geopolitico migliore, poiché la guerra in Medio Oriente ci mostra quanto sia urgente la questione”, ha osservato Irene Vélez Torres, ministra dell’Ambiente della Colombia.
In effetti, il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, rappresentano l’ennesima evidenza di come il mondo sia dipendente dagli idrocarburi e quanto ciò sia pericoloso, non soltanto per il clima. Occorrerà verificare però quali governi vorranno accettare la realtà: tra questi, certamente, c’è proprio la Colombia. Va ricordato infatti che si tratta, come ricorda il quotidiano spagnolo El Pais del quinto esportatore mondiale di carbone. Il governo di Bogotà ha dunque il merito di mostrarsi particolarmente lungimirante e responsabile in questo senso.
Il ministro del Clima di Vanuatu: “Occorrono mezzi alternativi per salvare i nostri popoli”
Più in generale, molte delle nazioni presenti appaiono pronte a riflettere “su degli strumenti atti a superare la dipendenza economica dalle fonti fossili, trasformando domanda e offerta e rafforzando la cooperazione internazionale”, osserva Climate Home News. Mentre il think tank britannico Carbon Tracker, si dice convinto che “il processo di Santa Marta” sia destinato “a far progredire la transizione”. Un’azione che è sempre più urgente, come ricordato anche dal Wwf.
The world doesn’t lack climate conferences, it lacks delivery.
The #SantaMarta Conference is drawing a line on #FossilFuels, and challenging leaders to match words with action: clear timelines, strong policies, and real accountability.
“Non si va da nessuna parte nel processo formale di negoziati climatici – ha commentato Ralph Regenvanu, ministro del Clima di Vanuatu, arcipelago nel Pacifico che rischia di scomparire per via dell’innalzamento del livello dei mari -. Occorre trovare altri metodi per progredire sull’uscita dalle fossili che permetterà di salvare i nostri popoli”.
A Santa Marta presenti, tra gli altri, Canada, Regno Unito, Norvegia e Brasile
A partecipare sono, in effetti, anche paesi dall’importante peso economico come Canada, Regno Unito, Norvegia, Brasile. Anche l’Italia dovrebbe presente, nonostante le posizioni non particolarmente ecologiste del governo Meloni. Il condizionale è dovuto al fatto che, da una parte, la Colombia ha annunciato la presenza di una delegazione del nostro paese; dall’altra sui canali ufficiali governativi l’appuntamento non appare menzionato in alcun documento, come evidenziato dal Fatto Quotidiano.
Si sa che i ministri delle varie nazioni sono attesi il 28 e 29. Assieme a rappresentanti della società civile, scienziati e giornalisti, nonché ai presidenti delle future Cop30 e Cop31. Segno del tentativo di creare un “ponte” verso le prossime conferenze delle Nazioni Unite. “Questo summit non cancellerà in cinque giorni un tabù che ci portiamo dietro da trent’anni nei negoziati climatici. È però un modo originale per rilanciare un tema che è arenato dalla Cop28”, ha sottolineato Fanny Petitbon, dell’organizzazione ecologista 350.org. A patto che le diplomazie determinati, non presenti a Santa Marta, mostrino aperture concrete: in fin dei conti, per risolvere il problema cambiamenti climatici basterebbe un G3.
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