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Maurizio Cilli. Senza casa, senza cosa? Il progetto homeless

Senza fissa dimora talvolta per scelta, ma più spesso per necessità. L’intervista all’architetto urbanista Maurizio Cilli su un fenomeno in crescita in tutte le aree metropolitane del mondo.

Senza fissa dimora talvolta per scelta, ma più spesso per necessità: è un fenomeno in crescita in tutte le aree metropolitane del mondo, che non andrebbe considerato come un’emergenza, bensì con l’ottica di una trasformazione strutturale di parte della nostra società.

Lo afferma Maurizio Cilli, torinese, architetto, urbanista, artista, curatore di arte pubblica, ricercatore e progettista sperimentale con la Fondazione Giulio Einaudi e, ora, autore della ricerca ‘Senza casa, senza cosa?’.

Maurizio Cilli fotografato a Base Milano © Giuseppe Martella
Maurizio Cilli fotografato a Base Milano © Giuseppe Martella

Oggi il progetto ‘Senza casa, senza cosa?’ si candida a divenire un delizioso, bellissimo libro acquistabile attraverso il crowdfunding di Produzioni dal basso.

Il fenomeno degli homeless secondo Maurizio Cilli: emergenza metropolitana o sintomo di una profonda trasformazione della nostra società in atto?
La premessa del mio lavoro su questo tema è stata che ho provato un po’ a scardinare la visione di chi vive le realtà urbane in una condizione che pone il ruolo della casa al centro della cellula che intorno all’uomo genera famiglia, permanenza, stabilità.

Credo che le generazioni nuove avranno un rapporto con le città molto più fluido del nostro e quindi la casa, nonostante in Italia e in gran parte dell’Europa mediterranea ci sia ancora una fortissima incidenza del valore simbolico ed economico della casa, credo che questo andrà man mano cambiando. Lo leggiamo anche dalla tenuta del mercato immobiliare, nonostante la bolla speculativa degli ultimi anni. In conclamata crisi, sia le banche che le fondazioni bancarie continuano a pensare che la casa sia sempre il bene rifugio per molta parte degli europei. In società un po’ più evolute della nostra, come nel Nord Europa, questo sta già cambiando, nel senso che al centro del proprio stabile progetto di vita non c’è la scelta di una casa sempre o di una città per sempre. Il lavoro tende a frammentare le esperienze professionali e questo pone delle questioni piuttosto interessanti sul fatto che in futuro molto probabilmente si tenderà a cambiare molto spesso la scena della nostra vita.

Senza casa senza cosa?
Senza casa senza cosa?, un progetto di Maurizio Cilli sul fenomeno degli homeless

Qual è stato il tuo approccio a questo tema?
Oggi parlare di questo argomento pone una questione drammatica. Le prime avvisaglie di questa situazione colpiscono non tanto chi ha la capacità e la forza economica col proprio lavoro di fare questo come scelta, ma ci sono delle combinazioni e degli eventi di fatti tragici che possono derivare, ad esempio, dalla separazione di una coppia o dalla perdita del lavoro, che rendono impossibile mantenere una casa. Di qui si apre una voragine, perché parlare di una condizione esistenziale senza una dimora pone di affacciarsi seriamente su questo problema. Quando ho iniziato ad affrontare questo tema, la mia preoccupazione è stata quella di sfuggire il più possibile dalla retorica che c’è intorno. Sono partito pensando di osservare quello che è il mondo del governo del fenomeno, ma mi sono accorto che non era la porta giusta per affrontare l’argomento: se avessi dovuto, come pensavo all’inizio, capire, ascoltare quelli che per mestiere governano il fenomeno dei senzatetto mi si sarebbero chiuse delle porte, non aperte.

Ho capito, invece, che l’approccio al governo del fenomeno ponesse delle questioni che a me non interessano, quelle del fatto che il fenomeno esiste finché esiste la criminalizzazione di chi la casa non ce l’ha. Se non fosse considerato un problema, un’emergenza da affrontare nelle città il fatto che esistono delle persone che vivono in quella condizione, non esisterebbe tutto il lavoro intorno all’assistenza. Questa è una contraddizione che per me pone un grosso limite intellettuale.

Quindi se il fenomeno non va considerato come un’emergenza, qual è il modo giusto per affrontarlo?
A me interessa di più un atteggiamento diverso: oggi se guardiamo le città californiane, o New York, o Detroit, cominciano ad avere interi distretti di persone che non hanno residenza. I governi delle città ne prendono atto e studiano misure non per risolvere la questione come se fosse un’emergenza, ma come una realtà stabile. Mi sembra più urgente oggi immaginare una riflessione intorno a questo tema che possa coinvolgere la gente in maniera più ficcante, più dura, spostando lo sguardo.

Il mio lavoro è come mettere il piede nella porta: ci sono porte che spesso si chiudono, che i problemi li risolvono in un certo modo dando una soluzione. Col mio lavoro cerco di fermare le risposte più facili, quelle che la società rende convenzionali e sulle quali tutti ci conformiamo. C’è bisogno di parlare di questo fenomeno soprattutto a chi la casa ce l’ha.

Senza casa senza cosa?
Il progetto ‘Senza casa senza cosa?’ fa riflettere sulla sottile distanza che separa l’avere una casa dal diventare homeless, come la frase del filosofo Remo Bodei scritta a mano in una casa temporanea di San Francisco. Photo©Patrizia Scarzella

Il fenomeno degli homeless, dei senza dimora per necessità e povertà sta crescendo in tutte le aree metropolitane: siamo preparati ad occuparcene?
Leggendo i rapporti del Feantsa (European Federation of National Organisations Working with the Homeless) – ente governativo europeo che dal 1989 tratta il governo dei senza fissa dimora in maniera allargata e ha pubblicato negli ultimi dieci anni dei rapporti sul fenomeno- è un fenomeno che ha una crescita esponenziale davvero preoccupante soprattutto intorno ai nuovi ‘soggetti amministrativi’, le aree metropolitane, cioè le città che si sono trasformate in territori. Le città devono diventare meccanismo attraverso il quale governare dei sistemi territoriali complessi che si facciano carico dei trasporti, di un modo di costruire delle relazioni sociali nell’ambiente urbano che siano sostenibili in termini sia ambientali che di spreco. Questa coerenza che l’Europa impone in alcune città del Nord Europa è già a un livello di maturazione interessante, ma per quanto riguarda le città mediterranee e soprattutto l’Italia abbiamo un ritardo colossale!

In Italia abbiamo eliminato le province, un sistema di governo del territorio con dei funzionari stabili allenati a guardare il territorio in modo esteso. Ma oggi non abbiamo ancora un sistema nuovo in grado di progettare con una nuova visione territoriale. Non accediamo ai fondi europei perché le città metropolitane di fatto qui non esistono. Milano non ha ancora un piano territoriale. Torino ha un governo territoriale, ma non un piano strategico a scala metropolitana. E la scala metropolitana di Torino comprende 314 comuni che arrivano fino alla Val di Susa. Questo ritardo enorme sul territorio si trasferisce anche su un problema così grave e urgente come quello di quanta parte della società vive oggi in condizioni di precarietà tale che possa da un momento all’altro, con uno ‘switch’, cambiare situazione e perdere la casa.

Quindi con i tuoi progetti vuoi far riflettere chi la casa ce l’ha sulla pochissima distanza che separa oggi l’essere normale, l’abitare in una casa, e ritrovarsi all’improvviso a essere homeless, senza casa?
Mi sento autorizzato a parlarne perché io ho perso la casa: per tenere in piedi dei miei progetti ho dovuto liquidare le aziende vendendo la mia casa. Vivo in affitto e non so per quanto, non avendo un lavoro stabile.

Mi assumo la responsabilità di portare questo argomento in un contesto-bazar come la mostra 999domande in un luogo istituzionale come la Triennale e so che potrà essere criticato e diventare un fallimento!

Lavoro sul rischio: parlo alle persone che potrebbero far parte in un futuro prossimo di questa fascia sociale a rischio, a chi si sente sicuro, ma è in equilibrio instabile, non sa come sarà il suo futuro prossimo quando si sveglia la mattina.

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Nel 2017 in Usa per la prima volta in sette anni, il numero di persone senza un posto sicuro e regolare per dormire è cresciuto.
Nel 2017 in Usa per la prima volta in sette anni, il numero di persone senza un posto sicuro e regolare per dormire è cresciuto.

Come pensi di comunicare queste tue riflessioni sul fenomeno dei senza dimora?
Ho messo a fuoco due registri per comunicare queste riflessioni che mi interessa condividere il più possibile non solo durante la mostra, ma su un lungo periodo e a un pubblico allargato: il primo è un registro molto personale. Porto qui il mio racconto, una piccola collezione di un centinaio di oggetti da toccare, spostare. Ho pensato: se non dovessi avere delle pareti, un letto in una stanza, cosa inconsciamente non potrei rinunciare per avere la percezione di mantenere il senso del domestico? Non ho la risposta, sono andato abbastanza di ‘pancia’ cominciando a collezione cose tra quelle che avevo e altre che ho cercato e comprato. Oggetti che mi trasmettono questo senso del domestico privato da uno spazio fisico stabile. È un gioco, un domestico tascabile.
Questo è un registro autobiografico, molto personale che mette in luce il mio rapporto poetico con le cose.
L’altro registro è l’autocostruzione, il recupero, il bricolage che si fondono con l’approccio poetico, personale, autobiografico.

Senza casa, senza cosa? Quali sono gli oggetti primari che abbiamo bisogno se non abbiamo più la casa?
Per far capire in modo allargato alle persone cosa manca a chi una casa non ce l’ha più ho immaginato questa domanda ‘Senza casa, senza cosa?’ con la collaborazione di Gaia Rayneri, una giovane scrittrice Einaudi. Ha fatto un’estrema sintesi del mio progetto.

Ho pensato di lavorare immaginando di costruire un prontuario, tipo i manuali Hoepli d’inizio secolo, quando è incominciato il piacere di fare le cose da sé, il ‘do it yourself’.

Mi piace pensare a un libretto che raccoglie una serie di esercizi facili tutti sotto i 10 euro. Ad esempio: come si costruire un thermos che funzioni? Quelli in commercio costano minimo 35 euro. Ne propongo uno che costa 6,5 euro con la schiuma isolante, una bottiglia di vetro di succo di frutta da due litri. Come si possono usare le coperte metalline in uso dalla Croce Rossa in maniera intelligente e stabile non semplicemente come coperte? Quelle possono diventare dei fantastici pannelli radianti d’estate rinfrescanti e d’inverno possono coprire la tua dimora e scaldarti.

Ho comprato una bellissima mantellina tedesca da pioggia da 4,40 euro e la trasformerò in una casa con un tubo che si collega alle bocchette di aerazione delle banche che di notte funzionano anche se sono chiuse.
Come usare una pila 9 volt che costa 1,50 euro per illuminare 3 led da 0,50 euro l’uno, che illuminano tantissimo? Se le metti dentro un bicchiere con l’acqua puoi illuminare un posto molto grande.
Mi interessa la dimensione del piccolo, molto piccolo, poco costoso, che si trova ovunque, per costruire dei piccoli oggetti salvifici che ti scaldano e ti danno comfort.

Collezione oggetti Maurizio Cilli
Gli oggetti raccolti o auto-costruiti di Maurizio Cilli per il progetto ‘Senza casa senza cosa?’

Nel progetto ‘Senza casa, senza cosa?’ hai coinvolto molte persone con competenze specialistiche diverse che si sono appassionate al progetto: quali?
Sì, ne cito alcune: Remo Ricchetti, ingegnere che si occupa di cose sofisticatissime, con lui proverò a utilizzare una cella solare che togliamo a un elettrodomestico abbandonato. Questo progetto si sposa molto bene con ciò che la società urbana scarta: si scarta tantissima tecnologia perché siamo schiavi tempi di durata della tecnologia molto brevi. Oggi un televisore catodico che contiene dei tesori in termini di componenti e materiali non ha nessun valore e non viene accettato neppure se lo regali perché tutti vogliono la tecnologia hd e questo vale anche per un telefono come il vecchio Blackberry, che voglio far funzionare con una cella solare.

Con gli artisti Andrea Caretto e Raffaella Spagna, naturalista-agronomo lui e architetto lei – loro sono degli esperti di piante edibili e per cosmetici. Raccoglieremo piante commestibili nel parco e vedremo se ce ne saranno di adatte per farsi una frittata o una crema per il corpo. L’idea con loro è di produrre un mini-erbario del botanico da marciapiede.

Costruirò fisicamente gli oggetti qui in Triennale con molte altre persone. Poi ci sarà un manuale che li raccoglierà, curato da Federica Boràgina e Giulia Brivio per Bôites Editions in collaborazione con Base e per supportare la pubblicazione verrà organizzato un crowd-funding.

È, insomma, una grande performance che si basa su contenuti concreti, a monte, e un’analisi precisa del fenomeno. Il frutto può essere puramente di comunicazione: stimolare domande generative.

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'Senza casa senza cosa?' , Maurizio Cilli
I mattoni, simboli della casa come centro di riferimento stabile e gli oggetti d’affezione, uno scenario che sta cambiando nella società contemporanea. Photo©Patrizia Scarzella

Quali sono gli obiettivi principali del progetto ‘Senza casa, senza cosa’?
Parlo alle persone che potrebbero agire per cambiare le cose.

Aprire alla dimensione della consapevolezza individuale è il mio obiettivo principale. Ti porti a casa uno stimolo, un pensiero e ci pensi quando vai a letto. Deve servire a dare maggiore consapevolezza condivisa del fenomeno perché se io dovessi perdere la casa non so se per pudore ce la farei a andare al dormitorio o alla mensa del Cottolengo.

Vorrei che il sistema sociale, come in California, accettasse che esiste il fenomeno e il governo della città non lo considerasse più con l’ottica dell’emergenza.

A me interessa di più che questo oggi continui a essere un fenomeno individuale di lotta urbana su cui voglio far riflettere persone che hanno ancora margine per poter diventare consapevoli. La società cambia se si condivide e si diffonde un pensiero per poi arrivare a definire nuovi concept.

Ho fatto esperienza sul campo, non la racconto: per alcuni mesi ho servito frutta e dessert alla mensa del Cottolengo a 450 persone al giorno a gente che non ha niente.

Bisogna cominciare a credere che il cambiamento può essere possibile se la società produce sistemi di convivenza, di abitazioni evoluti capaci di affrancarci dall’emergenza del dormitorio. Il dormitorio è un lager, non posso portarmi i miei oggetti, tutti i giorni devo lasciare intonso l’armadietto e se ci lascio qualcosa c’è il rischio che si rovini perché viene disinfettato.

Solo teoria per il momento o intravedi soluzioni propositive?
Facciamo un solo esempio: Torino ha 60mila alloggi sfitti. La richiesta per le persone senza casa è attualmente un decimo. Si potrebbe rispondere al fenomeno dando stabilmente una casa alle famiglie, ma le persone sole che non hanno più nessuno potrebbero essere parte di progetti di reinserimento abitativo graduale, che in Inghilterra definiscono con il motto ‘Way home’: progetti che si basano sull’accettazione del fatto che qualcuno decida a un certo punto della sua vita di autoescludersi dalla società. È questo il punto: dobbiamo cambiare visione.

Senza casa, senza cosa? , lavoro di Maurizio Cilli che ha attraversato anche la residenza di BASE Milano dentro 999 domande, racconta di chi non ha una casa e indaga il rapporto intimo con gli oggetti che – consciamente o no – costruiscono la nostra dimensione casalinga. Grazie a Boîte Editions, che dà materia a una riflessione emozionante.
Potete donare qui – Produzionidalbasso.com – e scegliere tra regali bellissimi.
Foto di copertina: © Karin Fink
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