Striscia di Gaza, almeno 90 morti nel conflitto tra Hamas e Israele

Un nuovo bilancio del conflitto militare nella Striscia di Gaza indica 83 morti tra i palestinesi (17 bambini). Sette vittime sul territorio di Israele.

Gli ultimi, drammatici bilanci dell’escalation militare tra l’organizzazione palestinese Hamas e l’esercito di Israele risalgono alla notte tra mercoledì 12 e la mattina di giovedì 13 maggio. Sono almeno 90 i morti. È la popolazione araba a piangere la stragrande maggioranza delle vittime: 83 persone hanno perso la vita nella Striscia di Gaza. E tra questi figurano anche 17 bambini. A ciò si aggiungono centinaia di feriti tra i combattenti e i civili delle due popolazioni. La situazione è sempre più drammatica.

Bombe sulla Striscia di Gaza
I bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza l’11 maggio 2021 © Mahmoud Khatab/Afp/Getty Images

Il primo ministro Netanyahu: “Intensificheremo gli attacchi”

Le parti in causa, inoltre, per ora non sembrano aprire ad una soluzione pacifica. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha infatti affermato che il suo esercito “intensificherà” gli attacchi contro Hamas (acronimo con il quale si indica il Movimento islamico di resistenza arakat al-Muqawama al-Islamiyya). “Da ieri – ha aggiunto il leader della nazione ebraica – i soldati stanno conducendo centinaia di attacchi contro la jihad islamica. E aumenteremo ancora la potenza. Hamas ha superato una linea rossa”.

L’aviazione israeliana continua infatti a bombardare la Striscia di Gaza, popolata da due milioni di abitanti. Le autorità militari hanno indicato di aver colpito dei locali che sarebbero stati utilizzati dai palestinesi per attività di contro-spionaggio, nonché la residenza di Iyad Tayeb, uno dei dirigenti di Hamas. Ma la realtà è che è stata anche polverizzata una torre di dieci piani nella quale erano presenti gli uffici dell’emittente palestinese al-Aqsa. La televisione era attiva dal 2006, in concomitanza con la vittoria di Hamas alle elezioni.

Guerra di cifre sul conflitto nella Striscia di Gaza

Da parte palestinese, Hamas ha dichiarato di aver lanciato un centinaio di razzi su tre città israeliane: Ascalona, Netivot e Sderot. La guerra di cifre, come sempre, non permette di conoscere con chiarezza i fatti: secondo l’esercito ebraico i razzi sarebbero in realtà 1.500, di cui molti intercettati dal sistema anti-missilistico.

Un funerale di vittime palestinesi
Un funerale di vittime palestinesi causate dal conflitto © Fatima Shbair/Getty Images

La comunità internazionale, nel frattempo, sta moltiplicando i tentativi di mediazione. Il segretario di stato americano Antony Blinken, segnando un cambiamento di rotta rispetto alle posizioni dell’amministrazione guidata da Donald Trump, ha chiamato mercoledì sera il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen. Manifestando il cordoglio americano per le vittime e chiedendo al contempo di interrompere i lanci di razzi verso Israele.

Gli Stati Uniti chiamano i leader di Palestina e Israele

Tuttavia, al contempo, il presidente americano Joe Biden ha manifestato a Netanyahu “la speranza che una soluzione possa essere trovata rapidamente”, pur ribadendo – nonostante la sproporzione tra azioni e reazioni, nonché l’oggettiva differenza tra le forze in campo – la posizione storica di Washington: “Israele ha diritto di difendersi quando migliaia di razzi vengono lanciati sul suo territorio”.

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Un’auto danneggiata da un bombardamento nella Striscia di Gaza © Fatima Shbair/Getty Images

Gli Stati Uniti hanno anche l’annunciato l’invio di un emissario nei Territori palestinesi e a Israele, Hady Amr, con l’obiettivo di porre le basi per un accordo tra le parti. La Russia ha chiesto inoltre una riunione del cosiddetto Quartetto per il Medio Oriente, gruppo composto da Unione Europea, Stati Uniti, Nazioni Unite e dalla stessa Russia, il cui obiettivo è proprio la ricerca di una soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese.

Le Nazioni Unite: “L’espulsione delle famiglie palestinesi è illegale”

Che non potrà che passare attraverso il rispetto dei diritti per le decine di famiglie palestinesi minacciate di espulsione da Gerusalemme Est. Occupandone la porzione orientale nel 1967 e poi annettendola, Israele ha infatti voluto considerare “una e indivisibile” la Città Santa. Nonostante la forte presenza palestinese, che lo stato ebraico vorrebbe appunto limitare. Parte dei palestinesi fu espulsa proprio alla fine della guerra dei Sei giorni, e attorno a Gerusalemme furono create numerose colonie.

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La situazione dopo i bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza © Fatima Shbair/Getty Images

Lo stesso Comitato delle Nazioni Unite per l’esercizio dei diritti del popolo palestinese ha espresso ora la propria “profonda preoccupazione per le espulsioni imminenti”. In un comunicato, l’organismo ha chiesto “la cessazione di tutte le attività di colonizzazione, le demolizioni di case e ogni attività punitiva collettiva contro la popolazione civile”. In particolare, le espulsioni “se ordinate e attuate violerebbero il diritto internazionale”, ha aggiunto il portavoce dell’Alto commissariato Onu per i Diritti umani, Rupert Colville. E il segretario generale António Guterres ha, allo stesso modo, esortato Israele a cambiare atteggiamento.

Israele vorrebbe espandere le colonie a Gerusalemme Est

Le famiglie che rischiano di essere espulse sono costituite da rifugiati palestinesi che hanno perso al contempo la casa d’origine e i mezzi di sussistenza dopo il conflitto arabo-israeliano del 1948. Nel ’56 le stesse famiglie sono state portate nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, con il sostegno del governo della Giordania (che controllava la porzione orientale della città) e l’assistenza delle agenzie delle Nazioni Unite. I nuclei in questione hanno potuto risiedervi per 70 anni. Ora potrebbero essere costrette ad andarsene, per consentire l’espansione delle colonie israeliane, “che è di fatto illegale sul piano del diritto internazionale”, ha sottolineato l’Ufficio di coordinamento degli Affari umanitari delle Nazioni Unite. Anche perché basate, in alcuni casi, su rivendicazioni antecedenti al 1948.

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