Un viaggio ai margini alla scoperta delle subculture nelle città europee

Alla scoperta delle città europee che sono importanti centri di subculture, movimenti ai margini che contribuiscono alla ricchezza culturale di tutti.

Non c’è una definizione univoca delle subculture. Almeno non nella sociologia, ambito in cui è stato coniato il termine negli anni Venti del secolo scorso. Furono per primi gli studiosi della Chicago school, appartenente all’ateneo dell’omonima città statunitense, a parlare di subculture in relazione alla predisposizione di certi gruppi di persone a compiere atti devianti o addirittura criminali. Da lì, il termine si è evoluto parecchio, rimanendo comunque conteso. A grandi linee, una subcultura corrisponde a un determinato gruppo di persone legato da attività, estetiche, gusti, stili di vita o credenze comuni e che si distinguono dalla cultura cosiddetta dominante.

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Scenda dal film “Breaking glass” del 1979 in cui l’attrice Hazel O’Connor interpreta una musicista punk a Londra. La subcultura punk è nata in Regno Unito, negli Stati Uniti e in Australia a metà degli anni Settanta © Mike Lawn/Evening Standard/Getty Images

In Europa, in particolare, l’incontro tra persone diverse (pensiamo ad esempio alle società multiculturali) insieme alla libertà d’espressione da una parte e alla necessità di dare sfogo a malcontenti sociali dall’altra, ha dato vita a molte subculture. Alcune esistono da decenni, altre sono emergenti, alcune sono rimaste una nicchia, altre si sono evolute, diventando talmente popolari da essere considerate mainstream – parola inglese che significa letteralmente “corrente principale” e che denota le espressioni culturali dominanti. Percorriamo il continente da sud a nord per scoprire i movimenti identitari e di aggregazione ai margini dei parametri sociali tradizionali, in cui le persone trovano spazio per esprimere più liberamente la loro identità individuale e di gruppo.

Madrid, la città Lgbtq

In riferimento alle persone Lgbtq si parla spesso di comunità, ma secondo l’autore David Alderson sarebbe meglio parlare di subcultura. E Madrid, la capitale spagnola, è tra le città europee più aperte e accoglienti nei confronti di questo universo. Oltre a un’ampia offerta di locali e bar arcobaleno concentrati nel quartiere Chueca, la Spagna è stato il terzo paese al mondo a legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Senza dimenticare che il Pride di Madrid – le Fiestas del Orgullo (feste dell’orgoglio) LGTBIQA+, che si tengono ogni estate dalla fine degli Settanta – è tra i più grandi in Europa: nel 2017, la parata ha visto la partecipazione di 3,5 milioni di persone.

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Uno skatepark vicino a una statua che risale al periodo sovietico a Sofia, in Bulgaria © Christopher Furlong/Getty Images

Sofia, lo skateboard

La popolarità dello skateboard, nato nello stato Usa della California negli anni Quaranta-Cinquanta, è letteralmente esplosa in tutto il mondo. Tant’è che farà il suo debutto come sport olimpico ai giochi di Tokyo 2020. Rimane comunque una disciplina di nicchia, confinata soprattutto agli skatepark urbani, importanti luoghi di aggregazione giovanile. Già prima della dissoluzione dell’Unione sovietica, a Sofia, in Bulgaria, si faceva skate con tavole fai da te o di contrabbando. Dal 1989, questo sport si è evoluto con la creazione di skatepark veri e propri, alcuni al chiuso per potersi ritrovare pure in inverno o in strutture dove si tengono anche concerti.

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Lucio Dalla suona il clarinetto in una piazza di Ferrara durante il Buskers festival 1989 © Wikimedia

Ferrara, i busker

Nel 1989 Lucio Dalla suonava il clarinetto in una piazza di Ferrara insieme a Jimmy Villotti. Così, si mimetizzava con gli altri partecipanti del Buskers Festival di Ferrara, la più grande e antica manifestazione dedicata all’arte di strada, che invade il centro storico della città emiliana per una settimana tutte le estati. Busker è la parola inglese per gli artisti di strada, che si esibiscono in luoghi pubblici davanti a chiunque voglia assistere allo spettacolo. Nel 1987, il fabbro e ora direttore artistico della rassegna Stefano Bottoni ebbe l’idea di riunire questa comunità in una grande festa, che quest’anno giunge alla sua 33esima edizione.


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Parigi, il ballroom dancing

Nel 1990 uscì “Paris is burning”, il documentario di Jennie Livingston che racconta la scena delle drag queen a New York, in particolare la cultura ballroom (sala da ballo) e il voguing, stili di danza della cultura underground della comunità queer – persone che non si riconoscono come eterosessuali o nel binarismo di genere. La mecca europea di questa subcultura nata nella città statunitense è proprio Parigi, dove si tengono grandi gare di ballo in cui i partecipanti si scontrano in categorie come il Vogue Femme Dramatic, reso celebre da Madonna con la canzone “Vogue”, appunto. Spettacoli sfarzosi, dove regnano costumi strabilianti e la libertà assoluta di esprimersi.

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Jah Shaka ha fondato il suo sound system nel sud-est di Londra negli anni Settanta e continua a suonare in questa e altre città nel mondo © Anviss/Flickr

Londra, i sound system

I migranti di origini afro-caraibiche, di paesi come la Giamaica, portarono i ritmi e i balli caldi e coinvolgenti del reggae a Londra nel dopoguerra. Così si diffusero anche i sound system, ovvero deejay che con il proprio impianto di casse animano serate in cui vengono suonati roots, ska, dub, calipso e dancehall, generi musicali che derivano dal reggae. La popolarità di questa musica e delle serate che la proponevano gettò anche le basi del successo planetario di Bob Marley e i Wailers, il gruppo dei suoi inizi. Ancora oggi in quartieri come Brixton molte serate sono animate dai sound system, una delle caratteristiche principali anche del celebre carnevale di Notting Hill.

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“Mio Dio, aiutami a sopravvivere a questo amore mortale” è la traduzione del nome dell’opera di street art di Dmitri Vrubel sul muro di Berlino in cui il leader sovietico Leonid Brezhnev e il politico tedesco Erich Honecker si baciano © Steve Eason/Hulton Archive/Getty Images

Berlino, i graffiti

Nei primi anni Ottanta, nella parte ovest di una Berlino ancora divisa, l’incontro tra gruppi come gli anarchici, i punk e i renitenti alla leva, e la disponibilità di chilometri di muro da imbrattare, diedero vita alla subcultura dei graffiti (nata a New York) in quella che sarebbe diventata una delle capitali europee della street art. Nella parte est, il pugno duro della Stasi non permetteva questo tipo di espressione, ma nel 1989 tutto cambiò e alle superfici rimaste immacolate venne dato un nuovo volto. La street art si è liberata dall’etichetta del vandalismo, diventando una parte importante del mondo dell’arte: a Berlino, ad esempio, vengono organizzati mostre e tour di arte urbana.

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