La guerra in Sudan ha causato più di 10 milioni di sfollati

I dati della Nazioni Unite dipingono un Sudan devastato. La Corte penale internazionale indaga per possibili crimini di guerra e contro l’umanità in Darfur

Ultimo aggiornamento delle 13:30 del 7 gennaio 2024

  • La guerra in Sudan ha messo in fuga più di 10 milioni di persone, secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite. Di questi, 9,1 milioni sono sfollati che non hanno abbandonato il paese.
  • In Sudan c’è la più grande crisi umanitaria al mondo in termini di sfollati interni.
  • La Corte penale internazionale sta indagando per possibili crimini di guerra e contro l’umanità in Darfur.
  • Diversi attori internazionali hanno interesse nel conflitto tra Sar e Rsf.

A nove mesi dall’inizio della guerra in Sudan, già più di 10 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case. Soltanto dalla metà di aprile 2023 gli scontri armati in diverse aree del paese hanno messo in fuga più di 7 milioni di persone (considerando coloro che sono rimasti nel paese africano e chi che invece si è rifugiato nelle nazioni limitrofe). Così, il totale di sfollati interni in Sudan è ora di circa 9,1 milioni di persone circa il 13% del totale globale, tenendo conto anche di coloro che già prima della guerra si erano visti costretti a fuggire dalle loro terre restando, però, nel paese. Il Sudan ha perciò superato la Repubblica Democratica del Congo ed è oggi la nazione che presenta la peggiore crisi del mondo in termini di numero di rifugiati interni.

L’impatto umanitario della guerra sulla popolazione è insomma catastrofico. Anche tenendo conto delle 24,8 milioni di persone – la metà della popolazione totale – che hanno bisogno di aiuti umanitari. Le Nazioni Unite riferiscono che in questi nove mesi i morti sono più 13mila, ma si ritiene che il bilancio reale delle vittime sia più alto. Non solo le Nazioni Unite hanno denunciato una carenza di fondi per gli aiuti umanitari da destinare al Sudan, ma entrambe le fazioni in conflitto sono state accusate di saccheggiare i pochi aiuti arrivati. In una dichiarazione congiunta pubblicata nella tarda mattinata del 7 gennaio, l’Ocha (l’agenzia Onu per gli Affari umanitari) e l’Unhcr (l’ufficio Onu per i rifugiati) hanno lanciato un appello: servono 4,1 miliardi di dollari di aiuti umanitari, da dividere in 1,4 miliardi all’Unhcr per la gestione dei rifugiati nei paesi limitrofi e 2,7 miliardi all’Ocha per la gestione dei profughi interni. Ad oggi, l’agenzia ha ricevuto solo 83,8 milioni, il 3,11 per cento della somma necessaria. Tale mancanza di aiuti umanitari affligge soprattutto i minori. Secondo Medici senza frontiere (Msf) un bambino ogni due ore muore nel campo profughi del Darfur settentrionale per tale motivo. Parliamo di 13 bambini al giorno.

La guerra in Sudan tra i due generali

Gli scontri sono iniziati il 15 aprile 2023 quando le due fazioni in campo hanno iniziato a combattere nella capitale Khartoum. Da allora il conflitto non si è mai fermato, anzi, si è acuito a una velocità senza precedenti, come affermato lo scorso maggio dal Segretario delle Nazioni Unite António Guterres. La guerra è scoppiata a causa della rivalità di due generali, Abdel Fattah al-Burhan e Mohamed Hamdane Dagalo detto Hemedti. Il primo è il capo delle forze armate sudanesi (Sar), Hemedti, invece, è il leader delle Forze di supporto rapido (Rsf), un potente gruppo paramilitare. I due generali, prima della guerra, erano alleati.

Nel 2019, durante le manifestazioni che hanno portato alla destituzione di Omar al-Bashir, il dittatore che ha guidato per trent’anni il Sudan, i due generali hanno supportato nelle retrovie le proteste . La popolazione, però, non voleva più la presenza militare nel governo: voleva una transizione politica. È stato, quindi, istituito un governo di transizione democratica, con il supporto dei due generali, ma, nell’ottobre 2021, al-Burhan ha destituito l’esecutivo con un colpo di Stato militare, appoggiato da Hemedti.

Nel tempo la rivalità tra i due generali è cresciuta, soprattutto perché al-Burhan avrebbe voluto far confluire le Rsf nelle Sar, e quindi sovrastare Hemedti. Le tensioni sono cresciute così fino allo scoppio della guerra vera e propria.

Khartoum al centro della guerra

Gli scontri principali si sono concentrati intorno alla capitale, trasformando Khartoum in un campo di battaglia. Secondo un rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) dello scorso anno, circa tre milioni di sfollati provengono dalla capitale, l’epicentro del conflitto.

Da mesi le Rsf controllano la maggior parte della città, rendendo la vita impossibile agli abitanti del luogo e contribuendo a ridurre in macerie interi quartieri. I combattenti sono ormai insediati nelle aree residenziali, che vengono poi bombardate indiscriminatamente dall’esercito. Mentre milioni di persone sono fuggite dalla città, alcune sono troppo povere per andarsene, e altre sono rimaste per il timore che le Rsf confischino e saccheggino le loro abitazioni in caso di fuga.

La situazione in Darfur

Gli scontri si sono quindi estesi al resto del Paese, dove le Rsf controllano, oltre a gran parte della capitale, la zona sud-occidentale del Sudan, compresa quella del Darfur. In particolare, nel Darfur occidentale è in corso un conflitto su base etnica. Lo scenario sembra lo stesso della guerra del 2003.

All’epoca, nella regione scoppiò una rivolta guidata da milizie tribali contro il governo centrale a guida araba di al-Bashir, che rispose inviando milizie arabe a combattere contro i ribelli, diventate famose con il nome di janjaweed. Il conflitto tra ribelli e janjaweed durò fino al 2009. In sei anni i secondi si macchiarono di crimini di guerra e contro l’umanità: stupri di massa, pulizia etnica e genocidi ai danni delle popolazioni Fur e Zaghawa. Si stima che il conflitto abbia causato più di 300mila morti e circa 2,7 milioni di sfollati. Per tutto ciò, la Corte penale internazionale (Cpi) nel 2009 emise un mandato di cattura internazionale per al-Bashir, ma il dittatore non è mai stato portato davanti alla corte dell’Aja.

I janjaweed erano guidati proprio da Hemedti e nel 2013 cambiarono il loro nome in Forze di supporto rapido: le Rsf che oggi si stanno scontrando con l’esercito regolare. È cambiato il nome, dunque, ma sono stati mantenuti i contatti con le milizie arabe in Darfur, in particolare per il controllo delle miniere d’oro presenti nel territorio. Ora, con il conflitto in corso le milizie arabe e le Rsf hanno ripreso a commettere gli stessi crimini contro gli altri gruppi etnici in Darfur.

I comportamenti disumani sono però perpetrati da parte di entrambe le fazioni in conflitto. Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per il reclutamento di bambini soldato. Sono, infatti, numerose le testimonianze video che confermano la presenza di minori tra le fila dei due gruppi armati, in aperta violazione del diritto internazionale.

Gli attori internazionali sullo sfondo del conflitto in Sudan

Ma il conflitto tra al-Burhan e Hemedti non è solo una disputa interna. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, vedono la guerra come un’opportunità per consolidare il loro status egemonico nella regione. Mentre l’Arabia Saudita, insieme all’Egitto, sostiene al-Burhan, gli Emirati Arabi Uniti hanno appoggiato Hemedti.

Il rischio di uno scenario simile a quello libico, con il Paese spaccato in due, è molto alto. Il che vorrebbe dire avere Hemedti e al-Burhan in perenne scontro con, sullo sfondo, una “guerra indiretta” tra Riyad e Abu Dhabi.

Vertici dell’esercito sudanese, attraverso la figura del Generale Yassir al-Atta, hanno apertamente accusato gli Emirati di inviare armi alle Rsf, in particolare sostengono che le milizie di Hemedti siano in possesso di artiglieria e droni molto più sofisticati di quelli utilizzati all’inizio del conflitto. La nazione araba, però, ha negato ogni accusaHemedti sembra in ogni caso aver trovato numerosi alleati nella regione. Nel mese di gennaio si è recato in diversi paesi africani: Ruanda, Sudafrica, Uganda, Gibuti, Etiopia e Kenya. È stato accolto come un capo di stato, dimostrando la possibilità di un supporto esterno da parte di altri paesi della regione.

Un ultimo attore silenzioso è la Russia. Nel febbraio del 2023, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov si è recato in Sudan nell’ambito di un tour africano volto a espandere la propria influenza nella regione. Tra gli obiettivi c’è quello di costruire una base russa sul Mar Rosso.

 

Diverse fonti occidentali, già all’epoca, avevano accusato Mosca di essere presente nel territorio sudanese con ilgruppo Wagner, che avrebbe lavorato nel paese africano per espandere l’estrazione dell’oro. Tra le regioni in cui si suppone sia presente il gruppo c’è proprio il Darfur, dove le Rsf e le milizie arabe controllano le miniere. Mosca ha sempre negato la presenza dei mercenari nel paese, ma diverse inchieste hanno confermato il rifornimento di armi alle Rsf da parte della Wagner.

Nonostante i tentativi dell’Unione Africana, degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita di mediare tra le Sar e le Rsf, nello scorso dicembre i mediatori internazionali hanno sospeso a tempo indeterminato i colloqui tra Hemedti e al-Burhan. Le due parti non hanno intenzione di rispettare i cessate il fuoco e di prendere tutte le misure necessarie a limitare l’impatto del conflitto sui civili. Con le mediazioni in stallo, il rischio di un peggioramento della crisi umanitaria, già catastrofica, è altissimo.

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