Syd Barrett, l’arte minimale del “Diamante pazzo”

Era il 7 luglio 2006 quando il primo visionario leader dei Pink Floyd, Syd Barrett, moriva nella sua casa di Cambridge

Com’è noto, la storica band britannica è in questo momento al centro dell’attenzione dei mass media musicali, dato che Polly Samson – la moglie di David Gilmour –  ha recentemente annunciato l’uscita di Endless River, primo album di inediti a vent’anni dalla pubblicazione di The Division Bell (anche se il materiale per la verità non è poi così “nuovo”, dato che è basato sulle session del ’94). Di Barrett,primo leader visionario della bandsi è parlato invece qualche settimana fa, in occasione della proiezione e messa in vendita di Psychedelia, un rarissimo filmato inedito girato nel 1969 dallo studente di scuola d’arte Kevin Whitney. Geniale autore di quadretti pop colorati e lisergici, a partire dalla pietra miliare floydiana The Piper At The Gates Of Dawn (EMI, 1967), Syd Barrett è stato un assoluto protagonista di quella incredibile stagione creativa. L’esclusione forzata dai Floyd del 1968, causata dalle sue precarie condizioni psico-fisiche, sarà devastante per la sua fragile personalità: estromesso dal gruppo che lui stesso aveva fondato e fallito anche il tentativo dell’anomala formazione a cinque – con David Gilmoursostituto di Barrett dal vivo – il manager lo convince a registrare del nuovo materiale per un primo album solista.

 

Ma l’impresa si rivela subito difficoltosa, a causa proprio della sua psiche così instabile. “Avevo conosciuto Syd nel ’66, nel periodo in cui frequentavamo l’università – ricorda l’amico e artista Duggie Fields – anche gli altri Floyd erano iscritti alla mia stessa facoltà, e avevo l’occasione di conoscerlo tramite loro… All’inizio dopo l’uscita dai Pink Floyd, Syd cominciò a dipingere, ma smise quasi subito: non aveva alcune fede in quello che faceva, nessuna progettualità… Cominciò così a starsene a letto tutto il giorno, in pratica senza mai alzarsi. Non gliene fregava più niente di tutto il resto, e quando si decideva a mettersi a fare qualcosa poco dopo lo interrompeva qualcos’altro – per questo non concludeva mai niente… Si chiudeva nella sua stanza, nel profondo della sua anima”.

In questo stato psicofisico estremamente subalterno e imprevedibile nel marzo 1969  – più di un anno dopo aver lasciato i Floyd e dopo essere stato qualche mese in una casa di cura – Syd finalmente chiama la EMI per prenotare lo studio di registrazione. La produzione viene affidata in un primo momento a Malcom Jonese al manager Pete Jenner. Barrett decide quindi di chiamare in studio i Soft Machine al completo (Robert WyattHugh Hopper Mike Ratledge). “In studio si trattò – ricorda Wyatt – di un’esperienza completamente anarchica, perché Barrett era diverso da tutti gli altri musicisti con cui avevo già lavorato. Non ci parlò mai di quello che aveva intenzione di fare, dicendoci ciò che avremmo dovuto suonare… Così facemmo qualcosa di improvvisato finché lui ci disse: ‘Ok, è abbastanza’… In pratica non ci spiegò niente”. Nel maggio del ’69 la produzione passa a David Gilmour, supportato da Roger Waters. In poche sessions l’album viene ultimato e mixato il 5 agosto. Tuttavia prima viene lanciato sul mercato il 45 giri Octopus/Golden Hair (Harvest, 14 novembre 1969). Un ’45 storico e raro, l’unico della carriera dell’ex Floyd.

 

Roberto Vivaldelli

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