Tiziano Guardini, lo stilista che utilizza la seta non violenta

L’eco-designer Tiziano Guardini ci ha raccontato come nasce una moda sostenibile a partire dai tessuti naturali, dalla seta non violenta alle radici di liquirizia, ma anche dal riciclo.

Per una moda cruelty free e sostenibile, i tessuti sono uno degli ingredienti principali. Per questo Tiziano Guardini, conosciuto anche come lo stilista della natura, ci ha parlato di un particolare tipo di seta non violenta di cui si serve per realizzare gran parte dei suoi abiti. Ma non solo.

 

La tua passione per la moda inizia sin da piccolo. Quando hai compreso di voler coniugare la tua abilità di designer con la natura e il rispetto dell’ambiente?

La passione per la moda nasce a undici anni, il resto è stata una cosa viscerale nel senso che quando mi è stato proposto di partecipare all’evento “Limited/Unlimited” di Alta Roma nel 2012, ho creato il primo vestito con materiali naturali. E non si è trattata di una scelta presa a tavolino, ho semplicemente sentito l’esigenza di utilizzare proprio quei materiali per raccontare il sogno di vivere in armonia con la natura.

 

Gli abiti Tiziano Guardini sono un continuo rimando al mondo della natura sia per le linee che per i materiali utilizzati. Puoi parlarci ad esempio della seta non violenta che hai utilizzato nella collezione “three days to butterfly”?

La seta ahimsa nasce da una mia ricerca. Sapendo che i bachi da seta venivano uccisi per realizzarne un tessuto, quando iniziai a fare l’accademia di moda mi sentivo male a dover lavorare con la seta. È stato lì che mi dissi “io troverò la soluzione!”. Quando poi sono uscito dall’accademia, ho continuato la mia ricerca con scarsi successi. Finché un’amica durante una cena mi parlò dei suoi amici che stavano in India e trattavano proprio la seta non violenta.

Ma come si produce questa seta non violenta?

Praticamente nel processo normale, il baco viene bollito, e in alcuni casi anche surgelato, prima che diventi farfalla. Questo viene fatto per evitare che la farfalla, uscendo dal bozzolo, rompa il lungo filo di cui è composto. Che poi sarebbe proprio quel filo che rende la seta preziosa, in quanto unico tessuto a fibra lunga. Il processo della seta non violenta, invece, prevede di aspettare che il baco raggiunga la sua maturazione diventando farfalla e di raccogliere i bozzoli già abbandonati dai quali si estrae il filo come se fosse una fibra corta (come il cotone o il lino).

 

Mi viene spontaneo chiederti: se è così semplice, perché tutti non adottano questa tecnica?

Perché comunque il tessuto è diverso, anche se dipende molto da quello che i bachi mangiano. Infatti, in base a quello che mangiano, cambia sia il colore che la consistenza. In questo caso, ho notato che il tessuto è più croccante rispetto alla seta tradizionale, però credo che dipenda tanto anche dalla lavorazione che si utilizza. La risposta è che forse, nel caso della seta non violenta, è richiesto un procedimento in più che non si vuole fare perché, nel processo tradizionale, trovi un filo più lungo, qui invece lo devi ricreare tu ritessendolo.

 

La seta non violenta è solo uno dei tessuti naturali di cui ti servi. In una delle tue collezioni passate hai utilizzato anche un altro materiale assolutamente innovativo, la fibra di soia. Come si ricava un tessuto da questa risorsa naturale e, soprattutto, quali sono le sue caratteristiche?

La seta di soia, a differenza di quella ahimsa che rimane pur sempre di origine animale, è un tessuto di origine vegetale. Si tratta infatti di un sottoprodotto della lavorazione della soia per l’industria alimentare: i residui di bucce e baccelli (proteine globulari) trovano nuova vita in un processo di lavorazione, filatura e tessitura. La soia è una pianta rinnovabile, che richiede pochi pesticidi e contribuisce a fissare l’azoto nel terreno, costituendo un valido tipo di coltura a rotazione. E naturalmente, se gettato nei rifiuti, un tessuto di fibra di soia è biodegradabile, mentre i tessuti derivati dal petrolio come il poliestere impiegano ben 900 anni per degradarsi.

 

Passiamo invece a un altro protagonista indiscusso nelle tue collezioni, la rafia. Questa risorsa naturale, ricavata da una determinata specie di palma, viene spesso lavorata con sostanze nocive all’uomo e all’ambiente, ma non nel tuo caso.

No, assolutamente! La rafia che utilizzo è completamente grezza e anche negli abiti scultura tendo a lavorarla mantenendo la sua struttura normale.

 

Come fai a trasformarla in un abito compatto?

Io riannodo tutti i vari pezzi in modo da creare un filo e, da qui, la lavoro all’uncinetto o a maglia. Oppure, alle volte, la appoggio su una base e la uso semplicemente come ricamo.

 

Dalla natura al riciclo. Ci parli del progetto con la plastica riciclata?

Questo è stato un progetto con Alecci e Di Paola che si occupano di riciclo artistico della plastica senza bruciarla, quindi senza farle rilasciare la parte tossica. Loro mi hanno proposto di fare un evento e io ho pensato che sarebbe stato carino fare qualcosa insieme. Così sono nati una serie di papillon, una collana, un vestito e una borsa con plastica e materiali plastici.

 

Tutte le tue creazioni sono curate nel minimo dettaglio, come vere e proprie opere d’arte. Quale tra gli abiti che hai realizzato in questi anni pensi che possa rappresentare al meglio la tua filosofia?

Forse l’abito con le radici di liquirizia che ho esposto al Palazzo delle Nazioni Unite per la giornata internazionale delle foreste. La storia di questo vestito è molto particolare, nel senso che io avevo intenzione di realizzare qualcosa con delle radici. Così, una sera, una mia amica mi presentò un ragazzo che organizzava un evento di moda in Calabria e mi propose una collaborazione con Amarelli, una delle migliori aziende di liquirizia.

 

Ma com’è stato possibile realizzare un abito di sole radici di liquirizia?

Io uso le tecniche dell’alta moda, quindi si parte da una base anti strappo che, in sostanza, è già un vestito sul quale si applicano questi ricami. Le radici di liquirizia sono dei ricami, per intenderci!

 

La tua filosofia è stata apprezzata anche in Oriente, zona notoriamente poco incline alle tematiche della sostenibilità. Ci racconti la tua esperienza alla fashion week cinese?

È stata un’emozione enorme avere quest’occasione. Si tratta di un concorso internazionale per giovani designer al quale avevo provato ad entrare già cinque anni fa, ma non ero stato ammesso, quindi ritornarci ed essere stato l’unico occidentale a vincere aggiudicandomi il premio di bronzo, è stata una grande sorpresa. La cosa più bella, però, è stata portare in un paese come la Cina una cultura della non violenza e del rispetto della natura.

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