Sicurezza nazionale o repressione? Cosa sta succedendo davvero in Turchia

Cosa sta succedendo in Turchia dopo il colpo di stato e quali sono le preoccupazioni in tema di diritti umani delle principali organizzazioni internazionali come Amnesty Internation.

Lo stato di emergenza potrebbe minacciare i diritti umani

In risposta al fallito colpo di stato del 15 luglio, il governo turco ha attuato una serie di misure repressive. Tra queste, l’approvazione dello stato di emergenza per tre mesi e la sospensione della Convenzione europea sui diritti umani (Echr).

Decine di migliaia di cittadini turchi, tra cui accademici, soldati e giudici, sono stati arrestati o rimossi dalle proprie posizioni perché sospettati di avere legami con Fethullah Gulen, un ex imam accusato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan di essere la mente del golpe.

Mentre le autorità nazionali affermano che le basi della democrazia saranno garantite, molte ong internazionali sono preoccupate e invitano il governo a non fare passi indietro sui diritti umani, né di usare lo stato di emergenza come pretesto per dare mettere a tacere dissidenti pacifici.

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Istanbul © Martina Rogato

I numeri delle “purghe” in Turchia

In particolare sarebbero più di 60mila i cittadini turchi tra cui soldati, poliziotti, giudici, impiegati statali e professori che sono stati sospesi dalle cariche, indagati o persino arrestati.

Il 23 luglio il ministro degli Esteri turco Mevlüt Cavusoglu ha annunciano ulteriori restrizioni riguardanti i diritti delle persone in custodia o detenute dalla polizia. In base al nuovo decreto governativo, ad esempio, la polizia ha il diritto di trattenere le persone in custodia fino a 30 giorni senza una convalida da parte di un tribunale e i contatti tra detenuti e i propri legali potrebbero essere limitati o registrati per ragioni di sicurezza.

Inoltre, le autorità turche hanno deciso di chiudere circa duemila istituzioni tra cui università, sindacati, fondazioni, associazioni e ospedali. 24 radio e televisioni sono state oscurate e gli accrediti stampa di 34 giornalisti turchi sono stati revocati su ordine del Consiglio superiore della radio e della televisione della Turchia (Rtuk). Il 25 luglio le autorità turche hanno persino emesso un mandato di arresto per 42 giornalisti accusati di sostenere la rete di Fethullah Gulen.

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La moschea blu a Istanbul © Martina Rogato

Amnesty International si dice preoccupata per i diritti umani

Dopo l’annuncio dello stato di emergenza, Amnesty International ha espresso le sue preoccupazioni in tema di violazioni dei diritti umani in Turchia. L’associazione ha esortato il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (Cpt) per intervenire e monitorare le condizioni di detenzione. Secondo quanto affermato dall’ong ci sarebbero prove attendibili che i detenuti siano oggetto di percosse, torture, e addirittura stupri, in centri di detenzione più o meno ufficiali in tutto il paese. Adrew Gardner, ricercatore sulla Turchia per Amnesty International ha detto:

Sulla scia delle violenze attorno al colpo di stato, è comprensibile che si attuino misure dando la priorità alla sicurezza pubblica. Ma le misure di emergenza della Turchia devono rispettare le leggi internazionali e non dovrebbero andare contro le libertà i diritti umani conquistati duramente.

Nel corso degli anni la Turchia ha rappresentato un esempio unico di coesistenza tra culture e tradizioni e una finestra per il dialogo con il mondo musulmano. Eppure, la sospensione della Convenzione europea sui diritti umani aumenta il rischio di radicalizzazione e se Ankara continuerà ad adottare misure repressive potrebbe compromettere il suo ruolo chiave di ponte tra Asia ed Europa attraverso il mar Nero. In gioco c’è l’equilibrio geopolitico nella regione.

 

Immagine di copertina: sostenitori di Erdogan © Kursat Bayhan/Getty Images

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