Cosa accade ad un uccello selvatico quando viene catturato come richiamo

Vittime ignare vengono rinchiuse in piccole gabbie dove il loro ciclo biologico ed equilbrio psico-fisico sono stravolti.

Si tratta di una pratica ancora radicata in moltissime regioni italiane. Dalla Lombardia al Veneto, all’Emilia Romagna, passando da Campania e Calabria, senza scordare Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Marche e Umbria. Ogni anno centinaia di uccelli selvatici vengono catturati e rinchiusi. Un’attività definita dalla stessa Corte di Cassazione in un estratto della pronuncia n. 2341 del 17 gennaio 2013: “Nulla più dell’assoluta impossibilità del volo è incompatibile con la natura degli uccelli selvatici”.

 

Incompatibile. Appunto. Infatti spesso si tratta di tordi, merli, allodole che vengono catturati tramite le reti, ceduti ai cacciatori e rinchiusi in luoghi bui, così da perdere il senso dello scorrere delle stagioni. Una volta liberati, credono sia primavera e quindi inizieranno a “richiamare” i propri simili, che verranno uccisi dai cacciatori.

 

Da compagni a traditori ignari. Si tratta di una vera tortura come la definisce la Lipu. “È uno stravolgimento completo della fisiologia ed etologia di uccelli la cui natura è quella di migratori, di animali che volano, liberi, per migliaia di chilometri ogni anno. Oltre alla detenzione in gabbie minuscole, le pessime condizioni igieniche e il perenne buio cui sono costretti, i richiami subiscono lo strappo delle penne al fine di determinare una muta artificiale e stimolarne ulteriormente il canto”. Se non muoiono subito, i piccoli uccelli rimangono traumatizzati a vita.

 

Per questo motivo sia la Lega italiana protezione uccelli, sia l’ex Ministro dell’ambiente Alfonso Pecoraro Scanio sul sito Change.org, si sono attivati per raccogliere le firme necessarie per aprire un vero dibattito sulla formulazione di una legge contro la cattura e la detenzione di uccelli come “esche” per l’attività venatoria.

Immagine di copertina via birdlife.org
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